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COME UN TAVOLO SENZA SEDIE

28 Agosto 2019 Archendipity
COME UN TAVOLO SENZA SEDIE

Siamo una specie inospitale.

Stavo facendo le pulizie di casa, evento catartico (oltre che eccezionale) dentro e fuori e, ad un certo punto, ho alzato lo sguardo ed ho detto : che tristezza il tavolo senza le sedie… !!!
Dà proprio l’idea di disabitato, un oggetto messo lì per essere guardato, magari appoggiarci qualcosa, ma stop.
Perché poi un tavolo senza sedie non è come un letto senza cuscini, o una casa senza balcone… no. È un tavolo senza sedie. Nessuno intorno, perde la sua funzione di ospitare i commensali e servirli. Niente pranzi domenicali, cenette a lume di candela, colazioni in famiglia (toh’, al massimo una cena a buffet, ma a casa mia si mangia a sedere pure il finger food!).
…eeee via la sigla di oggi !

Direte be’, una riflessione semplice… sì in effetti lo è, ma volevo condividere con voi questa sensazione che alla fine, quel tavolo senza sedie, rappresenta un po’ la nostra epoca : l’epoca dell’inospitalità: verso i migranti, verso i poveri, verso gli avventori che devono stare bene certo, ma farlo il più veloce possibile così lasciano il posto a qualcun altro. La falsa cortesia che ostentiamo tutti i giorni, tic tac tic tac.
Sembra pure figo quando qualcuno inventa l’unpleasant design e riempie i quartieri bene delle città con oggetti appuntiti, sfere improbabili che fungono da deterrenti per l’accampamento o panchine con design moderni e accattivanti (in realtà antibarbone).

Pensiamo poi alle molte città d’arte, dove oggi nessuno può più sedersi sulle scale di una chiesa pena una multa…
E poi, in quanto a Architettura Ostile, credo che ci sia poco da inventare : vogliamo pensare ai marciapiedi delle città che spesso negano il passaggio perfino ai normodotati (figuriamoci a chi ha qualche impedimento) ed altri luoghi in cui è impossibile arrivare a piedi senza aver fatto il gioco dell’oca?

MATERIALICA Design Award

SCORZ’-Giuseppe D’Alessandro

Ma c’è anche chi, per fortuna (o interesse-meglio in bene che in male) , all’unpleasant design si oppone con un design solidale e progetta, per esempio, piccole case di cartone per proteggere dal freddo i senza tetto o case modulari riciclabili.

 

L’uomo è in effetti un animale egocentrico e prepotente e così, lascia bruciare (che dite? Un cerino acceso qualcuno l’avrà buttato…?) le case degli altri animali e gli animali stessi, per puri interessi economici, sporca e inquina quello che mangia e che beve e che mette su quella tavola e poi dentro il suo corpo ogni santo giorno.

“L’architettura è il punto di partenza che condurrà l’umanità verso un futuro migliore

diceva Le Corbusier , e io, spero con tutto il cuore, che il mondo del design e dell’architettura riescano sempre a dare l’esempio della direzione in cui andare.

Del resto, subito dopo il problema della mancanza di cibo e di acqua, l’architettura è chiamata a rispondere alla necessità di soddisfare un altro bisogno primario (il riparo) anche là dove i fondi e le risorse disponibili non sono sufficienti a garantire un luogo sicuro nel quale vivere.
Due esempi calzanti :
 il Quixote Village, una comunità di Washington autogestita da circa 30 persone, in precedenza privi di un’abitazione, dove gli spazi abitativi sono di dimensioni ridotte, sebbene sufficienti ad ospitare un letto ed a garantire una certa intimità, mentre gli spazi comuni sono utilizzati dalla comunità per soddisfare altri bisogni primari, quali l’igiene della persona e la preparazione dei pasti
la Casa del Calcio (Brasile): non sempre le nuove costruzioni sono progettate per rispondere alle necessità architettoniche della comunità. È quanto affermato dall’agenzia ‘1 Week 1 Project’ fondata da Axel de Stampa e Sylvain Macaux, impegnata nella ricerca di soluzioni che consentano di sfruttare al meglio gli stadi costruiti in occasione della coppa del mondo in Brasile. Sulla base dei progetti presentati dagli architetti, queste nuove costruzioni potrebbero essere utilizzate per offrire riparo ai più bisognosi. Progetti che per il momento restano idee ma che, tuttavia, ci fanno riflettere sull’elevato contributo sociale che queste costruzioni (utilizzate ogni due settimane) potrebbero dare.

In sostanza… al mio tavolo ho rimesso 6 sedie, 3 più che i componenti della nostra famiglia, qualcosa vorrà pur dire.

PS : Iniziare con un tavolo e finire con l’Amazzonia… è la magia dell’archendipity 😉

Autore del Post

Gaia Vivaldi

Classe ’76, Gaia è uno di quegli architetti a cui piace usare le mani per smontare, costruire, colorare… sperimentando l’effetto della concretezza sull’emotività. In instabile equilibrio sull’orlo del caos, alla perenne ricerca di sintomi di bellezza e benessere ovunque essi si incontrino (o scontrino).

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