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Concetti etici sottili e concetti etici spessi

Concetti etici sottili e concetti etici spessi

Lungo la disputa metaetica fra non-cognitivismo e cognitivismo, laddove il primo si evolveva dando vita a teorie concettualmente sempre più complesse e sofisticate, il secondo acquisì nuova linfa vitale a partire dagli anni ’50, quando un seminario organizzato da P. Foot e I. Murduch inaugurò il dibattito sui concetti etici spessi, un dibattito che avrebbe accompagnato e influenzato quello sulla natura del rapporto tra fatti e valori.

Il nucleo della questione fra le due correnti metaetiche si fonda sulla problematicità di considerare gli enunciati valoriali, al pari di quelli fattuali, dei truth-bearers, vale a dire dei portatori di verità – o falsità. Ci si chiede, ad esempio, se gli enunciati etici abbiano la funzione di descrivere fatti morali e se siano in grado di cogliere la verità.

Il non-cognitivismo nega categoricamente la possibilità che gli enunciati morali siano in grado descrivere il mondo e che possano dunque essere passibili di verità o di falsità. Semplicemente, essi non contengano alcuna forma di conoscenza.

Per contro, il cognitivismo etico sostiene invece che i giudizi morali abbiano a che fare con lo stato naturale delle cose e che il loro significato possa essere interamente afferrato in termini descrittivi. Le proposizioni morali, esattamente come le proposizioni scientifiche, ci dicono qualcosa sul mondo e perciò sono soggette all’esame critico della verità.

Ma torniamo al seminario. L’idea che prese forma durante i vari interventi è quella secondo la quale, parlando del linguaggio morale, molti dei termini che vi ricorrono hanno una dimensione valutativa e, contemporaneamente, una capacità descrittiva. Dalla letteratura che ne sarebbe seguita, questi termini presero il nome di «concetti spessi».

Quando si parla di «concetti etici spessi» ci si riferisce a termini quali crudele, onesto, leale, codardo, etc. Questi si differenziano dai «concetti etici sottili», quelli più astratti per intenderci, come bene, si deve, giusto, etc., per la disponibilità del loro significato a essere più facilmente catturato in modo descrittivo.

La peculiarità di questi termini è appunto che forniscono sia una valutazione che una caratterizzazione empirica dei soggetti di cui vengono predicati. Se si afferma che una certa persona è sensibile, certamente stiamo descrivendo il carattere di quella persona a partire da una serie di indicazioni empiriche. Come il fatto che ogni volta mostri empatia verso la sofferenza del prossimo, oppure il fatto che abbia una forte disposizione ad ascoltare i problemi delle altre persone, o ancora, il fatto che la sua anima possa essere facilmente ferita dai giudizi altrui.

Tuttavia, nel medesimo tempo, quando facciamo uso del termine «sensibile», stiamo anche valutando il carattere di quella persona. Infatti, giudicando una persona come sensibile, offriamo la nostra visione positiva di quel particolare tratto caratteriale, da cui seguono le nostre azioni e le nostre aspettative, guidate da tale valutazione.

Questa natura ibrida caratterizza, ma non esaurisce, l’essenza dei concetti spessi. Perché questa loro duplicità non solo emerge con prepotenza nell’uso che ne viene fatto, ma è radicata concettualmente così in profondità da non riuscire a separare la componente descrittiva da quella valutativa. Tornando all’esempio fatto poc’anzi, quando affermiamo che una persona è sensibile, non stiamo solo facendo riferimento a fatti reali che corroborano quel giudizio, né stiamo semplicemente valutando il carattere di quella persona. Stiamo facendo entrambe le cose, nello stesso momento, stratificando il significato del concetto, senza impedire una sua eventuale evoluzione.

Vi è stato un contributo che con maggior forza ha attaccato il cuore della dicotomia tra fatti e valori, facendo proprio anche l’argomento dei termini etici spessi appunto. Si tratta del lavoro di H. Putnam pubblicato nel 2002, The Collapse of the Fact/Value Dichotomy.

L’idea del filosofo è che i concetti etici spessi forniscano il più grande contro-esempio alla dicotomia tra fatti e valori, nella misura in cui il significato descrittivo e il significato normativo sono inestricabilmente connessi, impedendo ogni possibilità di afferrarne uno senza portarsi dietro anche l’altro. In altre parole, il momento descrittivo e il momento valutativo sono connessi in un rapporto di sinergia tale da rendere inutile qualunque tentativo di catturare un aspetto del significato indipendentemente dall’altro.

Putnam riprende dunque la tesi emersa nel seminario di Foot e Murdoch, ma adottando la prospettiva di J. McDowell, in modo da evitare la (presunta) forte rigidità del linguaggio morale, conseguenza – non necessaria – della tesi che vedeva, per contro, negare la forte flessibilità di questo. In tal senso, P. Barrotta evidenzia:

«Il linguaggio morale non mostra questa estrema flessibilità. Senonché, col negarne la flessibilità estrema, Foot finisce col difendere l’altrettanto insostenibile tesi opposta: quella della estrema rigidità con cui le valutazioni si accompagnano alle descrizioni».

L’impostazione rimane la medesima perché, nell’affrontare la questione dei concetti etici spessi, Putnam usa un esempio analogo a quello del termine «scortese» introdotto da Philippa Foot: il termine «crudele».

«Crudele», esattamente come «scortese» e tutti gli altri concetti spessi, si presta a usi che sono talvolta normativi e talaltre descrittivi. Quando giudico un comportamento, un’azione oppure una persona come crudele, sto valutando una certa attitudine del soggetto di cui viene predicato. Tuttavia, come fa notare Putnam, uno storico potrebbe sostenere che un dittatore fu terribilmente crudele, facendo riferimento unicamente all’aspetto descrittivo del significato:

«Il tipo di intreccio cui sto pensando diviene ovvio quando studiamo parole come ‘crudele’. […] ‘Crudele’ semplicemente ignora la presunta dicotomia fatto/valore e ammette allegramente di venir usato talvolta per scopi normativi e altre volte come termine descrittivo».

Questo slittamento di prospettiva è reso possibile dalla bidimensionalità che nasce e matura nella natura stessa del significato, facendo in modo che, nella reale comprensione del concetto, il momento descrittivo e il momento valutativo siano inscindibilmente connessi, pena l’appiattimento di tale significato.

In altre parole, non è possibile fare uso di termini come “scortese” o “crudele” nel descrivere una certa situazione – affidandoci a standard empirici – senza impegnarci, contemporaneamente, in un certo tipo di valutazione. Se ciò succede è perché non si è ben compreso il significato del concetto in questione. Sostanzialmente, l’attribuire una valutazione a qualcosa si mostra nel corretto uso descrittivo che se ne fa.

Edoardo Wasescha

Edoardo Wasescha

Amava definirsi un nerd prima che diventasse una moda. È appassionato di filosofia e di fisica, di cinema e di serie tv, ama scrivere perché, più che un posto nel mondo per sé, lo cerca per i propri pensieri. Il blog è la sintesi di tutto questo.

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