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Epicuro e lo sguardo realista sulla morte

Epicuro e lo sguardo realista sulla morte

Fin da quando l’uomo ha preso coscienza della propria esistenza, ha necessariamente dovuto fare i conti con l’irriducibile compagna della vita: la morte. I contorni dell’esistere sono inesorabilmente definiti da quelli del morire, e non sembra esserci niente che possa cancellare o alleviare la paura della morte, madre di ogni altra paura umana.

Nel corso della sua storia, l’uomo ha sempre tentato di esorcizzare questa paura primordiale attraverso varie forme del pensiero. Dal discorso filosofico, dove il logos regna sovrano, al credo religioso, luogo in cui poter trovare un appiglio all’esistenza, passando per la mitologia. E ancora, l’arte, la letteratura, il cinema e, più in generale, ogni altra forma di rappresentazione, più o meno simbolica, della realtà del mondo.

In tanti, dunque, hanno scritto della morte, o ne hanno fornito una rappresentazione antropomorfa, o ne hanno dipinto le forme, o narrato le gesta. Chi si confronta con la propria esistenza non può fare a meno di “cercare” la morte.

È nell’opinione di chi scrive che, più di ogni altro, sia stato un illuminato pensatore dell’Antica Grecia a carpire il segreto più intimo della morte: il filosofo Epicuro.

«Il male, dunque, che più ci spaventa, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo più noi». – Epicuro

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La sentenza epicurea riesce a catturare il senso più profondo della morte, bilanciando razionalmente l’istinto naturale a temerla. Invero, la morte non fa parte della vita in senso stretto: ne costituisce piuttosto il termine. È il punto di arrivo di un lungo viaggio e, in quanto tale, accompagna il viaggiatore verosimilmente come pensiero, e mai come sostanza. Di fatto, il punto di arrivo ha a che fare con il viaggio solo alla fine, quando comunque il viaggio è finito.

Guardandola sotto questa nuova prospettiva, appare ancor più evidente che la sofferenza e il dolore legati alla morte abbiano a che fare più con le persone che rimangono in vita piuttosto che con quelle che se ne vanno. In tal senso, è certamente vero che la morte tocca la dimensione dell’esistenza, ma non tanto quella del singolo, quanto quella della collettività. L’uomo come individuo, infatti, ha esperienza della morte solo attraverso l’Altro, e mai attraverso se stesso.

Tra i film usciti negli ultimi anni, ce n’è uno che è riuscito a trattare il tema della perdita in modo eccellente, regalando allo spettatore una visione prospettica: A Ghost Story (2017). Nella pellicola diretta da David Lowery, la morte assume una doppia connotazione, che dà forma sia alla prospettiva della protagonista che a quella del protagonista, fantasma di se stesso.

Ad ogni modo, l’insegnamento epicureo ci regala un pensiero con cui alleviare il timore della propria dipartita. Mettendo da parte la paura della morte, senza rinunciare a confrontarsi con la sua idea, l’uomo sarà in grado di mettere le proprie energie interamente al servizio della ricerca del senso della propria esistenza.

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Autore del Post

Edoardo Wasescha

Amava definirsi un nerd prima che diventasse una moda. È appassionato di filosofia e di fisica, di cinema e di serie tv, ama scrivere perché, più che un posto nel mondo per sé, lo cerca per i propri pensieri. Il blog è la sintesi di tutto questo.

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