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BENVENUTI! Giancattivo forever

BENVENUTI! Giancattivo forever

 

BENVENUTI E LA MUSICA

Come nasce la tua passione per la musica?

Io vengo fulminato dalla musica sulla via di Damasco da Bobby Solo, che nell’edizione del 1964 del Festival di Sanremo canta ‘Una lacrima sul viso’. Immeritatamente vince Gigliola Cinquetti con ‘Non ho l’età’, ma la vera rivelazione è Bobby Solo con la sua voce calda e le ciglia piene di mascara o non so cosa lo facesse sembrare così femminile. Da quel momento mi metto davanti a uno specchio e comincio a scimmiottare le pose e la voce calda, profonda e sensuale di Bobby. Questa è la mia nascita come cantante. Dopo apprezzerò tantissimi talenti, ma tutto ebbe inizio con Solo Bobby.

In seguito divento per un breve periodo folk singer e compongo un paio di canzoni impegnate. Una di queste ‘Ehì gente fine’ la canterò una sola volta perché alla fine del concerto uno del pubblico mi chiederà il testo… io glielo do… salvo accorgermi poi che ne avevo un’unica copia mai imparata a memoria né tantomeno riportata in brutta copia. Così se quel qualcuno leggendo questo libro venisse a conoscenza di questo fatto e me la volesse riportare gliene sarei grato.

 

I tuoi primi passi sul palco li hai mossi grazie alla musica e alla tua band Vercingetorige Six Company

Sì, poi metto su insieme ad altri amici La Vercingetorige Six Company. Duriamo un paio di anni ma bastano per farmi sognare di diventare un artista e campare di quello.

 

Ricordiamo che hai composto musica anche per i Giancattivi…

Sì, ho composto musica per i Giancattivi, ma eravamo un po’ troppo avanti con i tempi e nessuna casa discografica, nonostante il successo che avevamo, ci poté incasellare. Peccato? No, siamo stati bene anche senza. Il primo LP che pubblicammo con la CGD della Siora Caterina “Sugar” Caselli – la colonna sonora di Ad Ovest di Paperino – fu mandato al macero senza pietà. I pochi pezzi comprati sono stati venduti ad amatori anche a 270 € fino ad un anno fa. Poi, l’istituto italiano di cultura di Fukuoka, in Giappone, ha rimasterizzato e ripubblicato il cd l’anno scorso. Halleluja!

 

Poi nel 2007 collabori con la Materiali Sonori dei fratelli Bigazzi , nel 2009 con loro fai lo spettacolo Capodiavolo

Materiali Sonori, e prima di loro Pippo Gabellini, hanno avuto il merito (?) di risvegliare in me la ‘bestia musicale’ sopita da tempo. Con loro e grazie a loro ho fatto delle cose di cui vado orgoglioso: ‘Benvenuti all’Improvvisa’, ‘Recital Irrequieto’, Storia di un impiegato’, ‘Capodiavolo 01’ e l’operazione ‘Decidilo tu – canzone per l’Abruzzo’, un brano che scrissi per raccogliere fondi per il dopo-terremoto aquilano.

Cos’è Zio Birillo?

Zio Birillo invece è un’esperienza che ho fatto con la Sam Word di Mirco Mencacci e Andrea Ciacchini. Una meravigliosa quanto fallimentare operazione musicale bistrattata un po’ da tutti credo “perché sì”, come si diceva da bambini. Dico così perché quando un cd fa incazzare tante persone che si occupano di musica vuol dire che c’è del buono.

L’ultimo mio vagito discografico è ‘Recital Irrequieto 02’, un cd autoprodotto del quale si sono resi complici, molto carinamente, anche i cervelli amici della Materiali Sonori. Un bel cd che racconta la mia parte di rocker più romantica. Un cd nato dalla fusione dei talenti variegati di Pippo Gabellini, Antonio Catalano, Azzurra Fragale e mio, naturalmente.

 

Cosa rappresenta per te la musica?

Tutto. La musica è la madre di tutte le arti. Se non fossi stato musicale non avrei mai fatto il comico. Si è comici solo se si hanno i tempi comici, infatti.

Quali sono i tuoi riferimenti musicali?

I miei riferimenti sono infiniti. C’è del buono in moltissimi autori e in moltissima musica. Frank Zappa è stato quello più vicino a me perché corrisponde a un’idea di sorpresa che io perseguo da sempre con il mio teatro. Lui è un musicista trasversale così come io mi ritengo un artista che va di traverso da sempre.

Ti senti apprezzato come musicista?

Io non solo non sono apprezzato, ma direi che sono del tutto sconosciuto come musicista. Qualche migliaio di persone forse sa che sono anche quello… ma non è che spostino di tanto il mio destino. Questo mi mette in pace con il mondo musicale: lui può fare a meno di me… io ho altro per vivere, e quando decido di entrare in lui lo faccio senza illusioni e mi diverto molto a sorprendere chi mi viene a sentire.

 

I GIANCATTIVI E LA COMICITà

Negli anni 70 nascono i Giancattivi, ovvero il primo moderno trio comico toscano, di cui tu eri leader indiscusso, autore e regista. La partecipazione a Non stop, programma della Rai di fine anni 70 vi fece conoscere al grande pubblico. Che tipo di comicità e quale forma di linguaggio vi rendeva unici, anche rispetto ai contemporanei La smorfia o ai Gatti di vicolo miracoli per esempio?

La nostra era una comicità surreale che si occupava del reale e del sociale senza darlo troppo a vedere. Solo un paio di volte ho toccato il politico e l’ho fatto attraverso la canzone. Il politico, o per meglio dire, occuparmi dei politici, l’ho sempre sentito come un atto di debolezza e narcisismo. In genere chi si occupa dei politici vorrebbe stare al posto loro (di recente è anche successo). Io ho un senso di nausea verso quella categoria umana e ritengo che una cosa sono i telegiornali, un’altra l’arte. Se posso fare del bene lo faccio volentieri senza clamori, ma nello scrivere cerco qualcosa che si avvicina più alla favola che al teatro civile. Sono un lupo solitario. Non mi interessa essere protetto da masse consenzienti. Mi piace la sfida: io contro tutti. Perché? ‘Perché si muore da soli anche nella confortante ipotesi di partecipare a un suicidio di massa’… dico in uno spettacolo, e qui lo ribadisco.

La Smorfia era un trio tradizionale, i Gatti dei simpatici goliardi pieni di ritmo. Bravi tutti quanti. Troisi sappiamo cosa ha fatto dopo. Ma i Giancattivi erano avanti. Il motivo è che Gatti e Smorfia erano già arrivati a uno stile che funzionava, noi eravamo costantemente alla ricerca di qualcosa d’altro oltre quello che già eravamo. L’inquietudine è sempre stata la mia forza.

 

Cosa pensi della comicità di oggi?

Della comicità di oggi penso che ci dovrei pensare. Non sono così informato. Ho ricominciato a leggere i classici perché mi sono accorto che ho molte deficenze culturali. Per tale motivo il mio tempo si è ristretto: o vedo Zelig o leggo Tolstoj. Un bel dilemma? No.

Il tuo esordio nel cinema con Ad ovest ti paperino non poteva essere migliore: è stato eclatante e clamoroso, un capolavoro della comicità , un cult per tantissimi toscani e non solo. Per questo film surreale dalla sceneggiatura praticamente inesistente fosti premiato con il Nastro d’Argento come miglior nuovo regista. Qual è stato il segreto dell’ottima riuscita di questo film ?

No, non ebbe una grande riuscita. Anzi, essendo molto diverso da quanto i Giancattivi avevano fatto vedere fino a quel momento in televisione deluse non pochi fans. Era il maledetto andare altrove di cui ti parlavo prima. Dopo è diventato un cult, ma lì per lì fece appena riprendere ai produttori i soldi che avevano investito. Ma dopo è diventato un cult. Allora qual è stato il segno della sua riuscita? Non aver fatto quello che la gente si aspettava da noi e aver portato la stessa gente negli anni a seguire e ad apprezzare quello che avevamo fatto fregandosene di loro. E quando dico fregandosene lo dico non per offendere, ma per ribadire che fra un artista e un pubblico ci dev’essere sempre un’onestà di base: io non faccio quello che vuoi tu per compiacerti, ma cerco di regalarti qualcosa che non ti aspetti e che ti piacerà, vedrai, più di quello che volevi tu. Questo è un corretto rapporto fra persone che pagano un biglietto e coloro che vivono di quei biglietti pagati.

 

FIRENZE E LA TOSCANA

Torniamo a Firenze: il teatro Dante di Campi, di cui sei stato direttore artistico, è stato intitolato a Carlo Monni, grande poeta e attore recentemente scomparso…Ci vuoi lasciare un tuo personale ricordo di questo personaggio tanto amato dai fiorentini?

Carlo Monni m’ha sempre fatto incazzare… e parecchio. E questo è amore. (Ma guarda te se devo parlare ancora di Carlo Monni, accidenti a te!) Gli avrò voluto bene se gli ho fatto fare i’ mi babbo in Benvenuti in casa Gori e poi in Ritorno a casa Gori in cinema e poi di nuovo Gino nella versione teatrale corale dei Gori?! Sì, gli ho voluto bene. Tanto. Ma… mi faceva incazzare. Cialtrone. Ritardatario. Poco incline alla disciplina. Buttava via le battute di Gino in teatro in un modo tale che l’avrei mangiato a morsi piccinini ma costanti se avessi potuto. Con quei du’ piedi scandalosi che bastava guardarli per dire: ‘Questo ha dei problemi di salute!’. Con una pletora di amici intorno che bastava guardarli per dire: ‘Questi hanno dei problemi esistenziali!’. Ma quanto t’ho voluto bene! Tanto! Te l’ho mai detto? Sì! E te ridevi. Oh bravo! Era convinto che io lo giudicassi male perché aveva fatto i’ Pinocchio con i due Mendi. Mai detta una cosa simile. Io non l’ho visto il Pinocchio, come potevo parlarne? Ma lui era convinto che io fossi una specie di intellettualino con la puzzetta sotto al naso un po’ supponente che giudicava gli altri dall’ultima finestrella su in alto della torre dove ero alloggiato. Ecco, in questo, caro Carlo, hai sempre toppato, te come tanti altri che non capiscono la differenza fra riservatezza ed ego smisurato. Carlo Monni. Amore mio. Lui, come amore mio era Andrea Cambi. E via! Tutti e due! S’era creato il mito intorno a Carlo. Io ho sempre pensato che fosse un parafulmine per le false maledizioni degli altri. A suo modo Carlo era un benedetto maledetto. Ma come esempio è stato una tragedia. Omunculi, attoruncoli, personaggiuncoli hanno pensato che bastava sembrare un po’ come lui, atteggiarsi un po’ come lui per essere maledetti il giusto. Ma brutti maledetti che non siete altro! Bevete per conto vostro, spaccatevi il fegato per conto vostro, brindate ai vostri limiti e lasciate in pace chi ha dei dolori d’anima veri, chi veramente è diverso. E non vi avvicinate a lui per prendere il patentino di una vita che non guiderete mai nelle profondità nelle quali si spingeva lui, perché non ne siete capaci. Con chi ce l’hai Benvenuti? Ma con nessuno. E’ l’amore, te l’ho detto. Mi fa tenerezza pensare alla sua solitudine. E quindi, a parte i veri amici di livello che fino alla fine lo hanno protetto, penso in fondo che chiunque gli abbia fatto un po’ di compagnia, nonostante le mie parole appena dette suonino contro di loro (ed è vero) sia da ringraziare. Ho torto io a sfogarmi in modo scomposto. Avrei voluto parlarci di più. Mi spiace che avesse quelle idee precotte su di me. Che pensasse che io lo giudicavo. La storia dei Mendi è emblematica. Ognuno è figlio della sua solitudine. Lui, per me, poteva rendere e pretendere di più da se stesso e non l’ha fatto. Questo è un fatto. Io sono un regista, e quando mi impegno a farlo voglio che tutti diano il massimo, è quella la mia ragione di esistere in quel ruolo. Ma al di là di queste mie cazzate son contento che il pubblico lo abbia amato sentendo in lui una persona buona, altruista, pronta a stare con gli altri, a farsi ricordare. E’ stata una risposta un po’ scomposta, me ne rendo conto. Chi se ne frega, non cambierò una virgola di quello che ho scritto. Poi, quando ti ritrovo dall’altra parte io e te si fa i conti, Carlo caro.

C’è qualche altro artista del circuito toscano a cui sei affezionato?

Sì, Riondino, sempre in perenne ricerca di qualcosa. Rondelli che ho nel cuore da sempre, i Gatti Mezzi, Gli Omini, I Sacchi di Sabbia, Il Kaemmerle, Trambusti Daniele che ogni tanto si perde e ogni tanto si ritrova… Ora ad esempio dov’è? Chi l’ha visto? Mah! Eppure è stato quello che mi ha sempre fatto ridere di più.

Cosa credi che manchi ai toscani? Quanta Toscana c’è nelle tue storie?

Partiamo dalla fine: nelle mie storie c’è una quantità immensa di Toscana, ma io non sono un toscano a tutti i costi. La nostra mancanza di autoironia mi ha sempre disturbato. E’ un segno di scarsa intelligenza. Il nostro saper tutto esemplificato nell’espressione orribile: “Dillo a me!?” lo trovo un segno di immaturità inguaribile. La lotta fratricida tra fazioni GvsG Guelfi contro Ghibellini, ormai ridicola. Ma a Firenze, spesso e ancora, si lotta per distruggere l’altro, non per creare con l’altro.

Com’era Firenze 30 anni fa?

Bella. C’era tanto turismo e bla bla bla. Sono venuto via da Firenze agli inizi degli anni ’80. Posso solo dire che Firenze negli anni ’70 era una delle capitali culturali d’Europa. Sta a voi stabilire cos’è oggi, non a me. Io quando ci torno spero sempre che qualcuno abbia ancora fede in me come artista. Che Firenze ancora mi riconosca come uno dei suoi figli più fedeli. Che mi voglia bene per il rispetto e l’impegno che ho nel portare sui palcosceni italiani la ‘toscanità’ badando da sempre a rappresentarla spogliata dal becerume dell’ovvio e dello stereotipo. Perché noi siamo anche tanto beceri. Come sono coatti certi romani, o insopportabili certi milanesi che fanno il verso a se stessi, o i napoletani che ti devono fare spettacolo anche se gli chiedi l’ora. Questo dico su Firenze. L’ho amata tanto in quegli anni settanta. Ho fatto sogni, creato realtà: basta pensare a quello che è oggi il teatro di Rifredi, aperto dai Giancattivi a metà degi anni settanta e tuttora operativo e in salute grazie ai nuovi responsabili dello spazio.

Importanza della politica nella cultura?

Ma che mi stai chiedendo? Oggi la cultura si deve difendere dalla politica che la vorrebbe morta nonostante ogni giorno qualcuno che si è dato il patentino di politico dica quanto è importante la cultura. Menzogne. La cultura può solo difendersi da sola. E’ stato deciso che non è importante. Ed è stato deciso da tutti. Destra, sinistra, centro… Da tutti. Via. Fuori. Sotterrati fuori dalle mura come accadeva secoli fa. Se non arriveremo a questo è solo perché i cimiteri sono rimasti forse gli unici luoghi realmente democratici in Italia, sebbene non tutti possano permettersi il marmo di Carrara per lapide.

Cosa offre ora la televisione?

Offre se stessa. Ci sta facendo diventare adatti a lei. Lei non serve più noi, siamo noi che serviamo lei. La persona è passata in secondo piano rispetto al personaggio. Ma… ci sono anche tante cose di altissimo livello. Ma sono per pochi. La televisione commerciale ha dato accesso a tutti. Cosa buona e giusta? Era davvero interessante ascoltare a tutte le ore l’opinione del vicino di pianerottolo sulle cose della vita? Non era più bello incontrarsi e parlarne sul pianerottolo e poi in televisone vedere o ascoltare qualcosa di altro? La quantità di banalità è aumentata a dismisura sui piccoli schermi dando a tanti la sensazione che essere banali sia una cosa fantastica, una conquista umana che ti fa andare in televisione e la gente poi ti riconosce. Io quando non sono all’altezza delle aspettative e mi sento banale mi chiudo in casa e spero sia solo una cosa passeggera.

Quanto conta lo sponsor politico nell’arte?

“A trovallo!”, disse quello.

Che giudizio dai su questo momento storico?

Mi fa paura pensarci. Non volevo mettere al mondo figli fino a 36 anni, poi mi sono arreso (con amore) al destino della specie umana. Oggi penso alle mie figlie e spero solo di non aver fatto loro un brutto scherzo nel contribuire a metterle al mondo.

Cosa auspichi per il futuro del Paese?

Per il futuro del Paese auspico solo che abbia un futuro che non si trasformi in un incubo generale.

Tu che sei un artista grande e completo, che visione hai della funzione sociale dell’artista?

Comincio a essere stanco di questa intervista, e il fatto che le domande più complicate arrivino alla fine non mi aiuta a riprendermi dal vomito di parole che sto buttando fuori per risponderti. La funzione sociale dell’artista. Bella frase. Siamo memorie. Portatori sani di storie. Ogni tanto regaliamo un’emozione. Facciamo ridere. Piangere. Ci schieriamo per questa causa e quest’altra. Rappresentiamo la gente. Talvolta un ideale, altre volte solo noi stessi. La diamo a bere. Siamo sinceri. Forti. Fragili. Utili. Perfettamente inutili. Meno importanti del cibo. Per qualcuno dei mangiapane a ufo. Dobbiamo far largo ai giovani. Dovremmo morire alla svelta insomma, se possibile. Siamo amati e presto dimenticati. A volte però siamo stati momenti indimenticabili per tanti di voi. Se siamo artisti siamo la vostra coscienza, il pungolo più fastidioso a fin di bene. O almeno lo crediamo. Siamo dei voi avanzati, sempre se siamo artisti, sennò siamo solo dei parassiti che mangiano le vostre vite per trasformarle in merda che vi rivendiamo in barattoli. He he he, è divertente però pensare alla funzione sociale dell’artista. In realtà non c’è una risposta precisa e ce ne sono duemila, precisamente, che potrebbero andar bene. Gli artisti a volte sono così: sfuggevoli.

Credi che farebbe bene anche al nostro paese sganciarci dalla visione dell’artista o addirittura dell’uomo di spettacolo come portatore di verità preconfezionate?

Le verità preconfezionate. Ahì ahì ahì! Terreno scivoloso. Ti ho già risposto prima e non voglio approfondire. Ognuno ha la classe politica che si merita. Ognuno mangia la minestra che si prepara. E… o mangi quella o salti dalla finestra. Oppure digiuni e al posto del cibo ti apparecchi visioni mistiche.

Pensi comunque che rientri tra i doveri di un artista quello di sorprendere un po’ il pubblico, nel senso di non farsi ritrovare là dove si aspetta?

Certo. Ma è un bisogno che deve nascere sincero, ti deve rappresentare senza che tu lo forzi in nessun modo. O sei così per natura o sei contro natura e quindi falso.

Sembri un’anima in pena, artisticamente parlando, è un’impressione corretta?

Sì. Ho il vizio di pensare al domani. Sfidare il mio cervello. Capire se produrrà del nuovo o se ha già dato tutto quello che poteva dare.

(Intervista tratta da: “Firenze suona – La scena musicale e artistica raccontata dai protagonisti” di Elisa Giobbi (Zona, 2015)

 

 

 

 

 

Autore del Post

Elisa Giobbi

Fiorentina, coltiva musica e scrittura fin dall'adolescenza. Ex editrice, è autrice di "Firenze suona", "Rock'n'roll noir", "La rete" e "Eterni", saggio sui grandi compositori. Presidente dell'ass. cult. "Firenze suona", organizza e dirige rassegne musicali.

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