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Questione di tempo

Questione di tempo

Questione di tempo

Tempo, è sempre questione di tempo.

Scrivo queste poche righe introduttive per salvaguardare la mia (imperdonabile) assenza da questi lidi. L’ultimo articolo risale a più di un mese fa, ma si sa, in questo periodo la consapevolezza dei giorni che scorrono è vacua.

Troppo vacua.

Il me del futuro, osservandomi, potrebbe ridere, disperarsi o incazzarsi.

Il me del passato, scrutandomi, avrebbe voglia di piangere, sghignazzare, o stupirsi.

E il me del presente, che fa? Quale tempo stiamo vivendo?

Se dicessi che il passato è un eterno divenire, mi attirerei le ire dei più, ma il passato assume forme diverse a seconda del momento in cui decidiamo di confrontarci con esso. Sfumature che non avevamo previsto, colori, sensazioni e odori che probabilmente non abbiamo sentito in quel preciso istante irradiano la nostra coscienza in tutto il loro splendore e il passato si forma, si deforma e si struttura a braccetto col nostro presente. E il futuro? Bella domanda.

L’arte serve a rendere immortali momenti, attimi e frammenti che andrebbero altrimenti persi nel marasma del tempo. Oggi parliamo di una serie crime e di come questi miei sproloqui potrebbero trovare un senso nella lettura di un’indagine. Avviso, però, che potrebbero semplicemente essere serviti per tenere a bada, per una notte ancora, i miei demoni.

Che poi, queste creature tremende che vegliano sul nostro Io, me le son sempre immaginate come il cinghiale che appare nella pubblicità dell’effervescente Brioschi. Questa simpatica canaglia oscura il nostro sonno e non lascia scampo al nostro peregrinare notturno, ma questa è un’altra storia.

O forse no.

True Detective (Terza stagione)

Torniamo a parlare di True Detective e lasciamoci alle spalle i miei deliri notturni. Nell’articolo di qualche tempo fa, analizzavo la prima stagione di questo serial. Entravo nell’ambito del genere, dell’indagine e di ciò che regge la narrazione di un poliziesco. Qui non intendo far niente di tutto ciò e partendo dalle mie elucubrazioni iniziali, parleremo del tempo e di come questo si ripeta, si avvolga su se stesso, esclusivamente per trovare colui (o in questo caso, coloro) che siano pronti ad infrangerlo, ribaltando le regole del gioco e della vita.

Parleremo anche del cinghiale Brioschi? Può darsi.

Esce nel 2019 ed è un giallo, un poliziesco, un investigativo, un thriller. Vengono affrontati una miriade di temi: dal razzismo delle forze dell’ordine americane, allo stress post traumatico per i reduci del Vietnam, ma soprattutto si parla di tempo e di come questi venga concepito, analizzato e, soprattutto, compreso dall’uomo. La serie scardina la classica dinamica detective-spalle, già parzialmente abolita nella prima stagione, e inserisce prepotentemente, al centro del suo discorso e della sua struttura, la ciclicità del tempo.

Assisteremo alla stessa indagine che viene portata avanti per 35 anni. Saremo spettatori del 1980, del 1990 e del 2015.  In questa vicenda che si sviluppa su un arco temporale di 35 anni, a conti fatti, cambia l’America, cambia il mondo, e la serie tiene molto a quest’aspetto “evolutivo”, ma le peripezie che i nostri detective si troveranno ad affrontare saranno, sempre e spasmodicamente, le stesse, ripetute e contestualizzate a seconda dell’arco temporale di riferimento. Questo porta lo spettatore a prevedere, specialmente nelle prime due linee temporali l’evolversi delle situazioni, però occorre fare subito una considerazione.

Senza entrare nell’ambito nell’affascinante trama che la serie sviscera con una maestria e un ritmo rarissimi, la trama e, di conseguenza, l’indagine, prenderà una piega solamente quando la serie di fatti e di eventi che hanno caratterizzato le prime due linee temporali si interrompono e si aprono a nuove prospettive e a nuovi scenari, ovvero nella terza.

Tutti i nodi vengono al pettine a partire dall’anzianità del nostro protagonista e dal suo alzheimer. Ho trovato molto significativo questo dettaglio perché, in qualche modo, arriva a sviluppare una nuova concezione del tempo, del frammento e dell’istante. Provando a recuperare il tempo perduto (ciao Proust, ti voglio bene), si innesca un’ulteriore indagine nell’indagine sulla ricerca del sé. Questa legittima e dà sostanza alla meravigliosa impalcatura che abbiamo davanti.

Sbalorditi, non possiamo far altro che stringere un patto con gli autori per calarci, coi nostri traumi passati, presenti e futuri, alla scoperta dell’avvenire. O alla scoperta di qualcosa sopito dentro di noi, che aspetta, silente negli abissi della nostra anima, di essere liberato e tornare alla luce. La risposta potrebbe celarsi in uno sguardo dato per scontato o in un sorriso di troppo.

Credo che in piena pandemia, il recupero di un passato autentico sia necessario e non più procrastinabile.

Un giorno ideale per i pescibanana

Che dire di questo racconto PERFETTO risolto in 15 pagine?

Poco, se non che è la summa perfetta di tutto quello che abbiamo detto prima, ribaltato e contestualizzato lasciandosi alle spalle un’esperienza traumatica. Leggetelo, vivetelo e perdetevi nei meandri dei ricordi che il subconscio cela.

L’abilità di Salinger è la sintesi. L’equilibrio tra l’implicito (ciò che viene taciuto) e l’esplicito (ciò che l’opera esprime) determina, il più delle volte, il valore di un testo. Qui ci troviamo di fronte a un vero e proprio capolavoro. Un testo che, nella sua apparente semplicità, nasconde un mondo di traumi e rimozioni che si celano dentro di noi. Al contrario della vicenda precedente, in questo caso il flusso del presente sommerge il ricordo, per garantirsi un nuovo status quo o, più semplicemente, per ricominciare a vivere.

Non dirò altro, perché il rischio di cadere nel banale (e nello spoiler) è altissimo. Vi consiglio solo di non lasciarvi scoprire questo racconto che cambierà per sempre la vostra concezione del ricordo.

L’arte è l’effervescente che scaccia quel cinghiale che ci dorme sullo stomaco. Ci permette, se la lasciamo entrare nel nostro antro, di fare i conti col nostro passato e con tutto ciò che ci ha reso quello che siamo. Possiamo vendicarci dei nostri carnefici e redimere le nostre vittime. Ci offre infinite risposte alla domanda delle domande:” Cosa sarebbe successo se…?”. L’arte rende omaggio a tutto ciò che poteva essere e non è stato, in qualche modo, riprendendo il poeta:

Non amo che le rose che non colsi, non amo che le cose che potevano essere e non sono state.

Dopo aver messo il nostro, ormai amico, cinghiale a dormire, possiamo prendere sonno per addormentarci, finalmente. Dopo tanti sproloqui, è arrivato il momento di tornare a casa.

Ma quale casa?

In quale tempo?

Ho solo una certezza:

Io non sono qui.

Gabriele Bitossi

Gabriele Bitossi

Gabriele nasce nel '96 ed è da sempre appassionato di storie, in ogni loro forma. Studia italianistica all'Università di Pisa e sceneggiatura alla Scuola internazionale di comics a Firenze. Starebbe ore a parlare coi suoi personaggi preferiti... e se lo facesse già?

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