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L’Anfitrione al Teatro della Pergola: dopo duemila anni Plauto colpisce ancora

L’Anfitrione al Teatro della Pergola: dopo duemila anni Plauto colpisce ancora

L’Anfitrione al Teatro della Pergola: dopo duemila anni Plauto colpisce ancora

In questi giorni è in scena (fino a domenica 1 dicembre) al Teatro della Pergola di Firenze L’Anfitrione di Plauto, rivisitato dalla penna di Sergio Pierattini, con la regia di Filippo Dini. Il cast è assolutamente di tutto rispetto (Barbora Bobulova, Antonio Catania, Giovanni Esposito, Gigio Alberti, per citare i nomi più “ingombranti”), così che ne risulta una commedia molto piacevole e godibile. Se non fate in tempo ad andare a Firenze, le prossime date toscane sono il 2 dicembre a Barga (Teatro dei Differenti), il 3 ad Altopascio (Teatro Giacomo Puccini), il 5 a Carrara (Sala Garibaldi) e il 12 a Borgo San Lorenzo (Teatro Giotto), sempre alle 21.

La storia

La (tragi)commedia di Plauto, che risale al 206 a.C., è la storia di una delle solite scorribande di Giove: il re degli dei si invaghisce della mortale Alcmena, moglie di Anfitrione, comandante dell’esercito tebano, e scende sulla terra insieme al fido messaggero Mercurio per appagare la sua brama di piacere. Per far sì che Alcmena gli si conceda, Giove è costretto a prendere le sembianze di Anfitrione, e Mercurio, che deve tenere mano all’incontro amoroso, anche lui dovrà spogliarsi della propria natura divina e prendere le spoglie di Sosia, il servo di Anfitrione. Questo gioco di specchi fa nascere malintesi e situazioni grottesche che rendono la commedia ironica e pungente.

La riscrittura

L’Anfitrione di Pierattini, sebbene mantenga i nomi dei personaggi originali e il meccanismo drammaturgico della commedia, costruita sul tema del doppio, trasforma Anfitrione in un politico sgangherato, che contro ogni pronostico vince le elezioni con un consenso plebiscitario. Sosia diventa l’autista tuttofare del protagonista, Alcmena un’insegnante di una scuola media di provincia, mentre Giove e Mercurio restano gli dei che erano, in nome di un sincretismo religioso paradossale e spiazzante.

Sicuramente qualcuno storcerà il naso per questa rivisitazione in chiave moderna della commedia, ma io ho apprezzato. Primo, perché rende giustizia a quello che era l’intento principale dei lavori di Plauto: far divertire il pubblico. Le commedie di Plauto erano per tutti, di immediata comicità: non si doveva capirle, ma solo goderle, e credo che la riscrittura sia andata proprio in questa direzione. Poi, l’Anfitrione del 2019 conserva tutti i tratti distintivi del teatro plautino: funzionale alla vis comica, l’effetto di straniamento (ad esempio, il servo che diventa chiave di volta dell’intera commedia. A tal proposito, Giovanni alias Sosia Esposito è eccezionale), i personaggi tratteggiati come tipi, maschere, inerti alla benché minima evoluzione psicologica, un forte sperimentalismo linguistico (il contrasto tra Sosia che parla in dialetto napoletano e Giove che fa riflessioni metafisiche è spiazzante). E ancora, il metateatro, in base al quale il pubblico diventa parte integrante dello svolgersi della storia, il paradosso, il ruolo della sorte. Pierattini porta quindi alla storia una ventata di freschezza, senza tuttavia stravolgerne o mistificarne il senso focale.

Un’occasione anche per riflettere

Non solo risate, ma anche momenti di riflessione. Sul valore dell’amore, innanzitutto. L’amore umano sembra superiore all’amore divino, così che anche il re degli dei indossa i panni mortali per poterne avere un po’: è quindi nell’inesorabile finitezza dell’amore che sembra annidato il significato più profondo dell’esistenza umana, che, nel paradosso più totale, diventa in grado di toccare le vette del divino. Si ha l’occasione per riflettere anche sul proprio sé: il vedersi in terza persona mette in luce lo scarto tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo, e ci sprona a migliorarci attraverso un dialogo interiore che è sempre possibile affinare.

Viva il teatro.

Andate a vedere l’Anfitrione.

Autore del Post

Simone Gasparoni

Classe 1995, studio Filosofia all'Università di Pisa. Allievo ortodosso di Socrate, ho sempre pensato che le parole siano roba troppo seria per abusarne (lo so, lo so, detta così sembra una scusa degna del miglior cerchiobottismo, per dirla in gergo giornalistico). Romantico per vocazione, misantropo per induzione. Attualmente, in via di riconciliazione con il genere umano attraverso la musica, l'arte, la cultura. Per ora, sembrano buone vie. Oltre che all'Unipi, potete trovarmi in giro in qualche locale o teatro a strimpellare la tastiera. O, con più probabilità, a casa mia. P.S. Ecco, l'ho già fatta troppo lunga...

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