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Intervista a Davide Lentini: l’arte di coinvolgere le persone

Intervista a Davide Lentini: l’arte di coinvolgere le persone

Intervista a Davide Lentini: l’arte di coinvolgere le persone

Alzi la mano chi non ascolta la radio in macchina. Io sono una ascoltatrice fedele, abitudinaria: la radio mi tiene compagnia costantemente nei miei viaggi, lunghi o brevi che siano. Adoro le voci degli speaker, le sfumature del timbro, le cadenze: non riuscendo sempre a dare un volto ad un parlato, mi piace immaginare la persona che sta dall’altra parte, che si offre, senza mostrarsi, ad un pubblico vasto o più ristretto.

Mi sono sempre chiesta cosa significhi fare il mestiere dello speaker, gestire una diretta radiofonica a livello nazionale con tutti gli imprevisti del caso, sapere di avere di fronte milioni di persone che ti ascoltano e che spesso e volentieri prendono spunto da quanto racconti.

Per fugare ogni dubbio e soddisfare la mia curiosità, che sono sicura abbiate anche voi, ho fatto quattro chiacchiere con Davide Lentini, speaker di R101 al fianco di Lucilla Agosti dal lunedì al venerdì, dalle 17 alle 20. Davide ci ha aperto le porte della sua esperienza e del suo lavoro, svelandoci alcuni aneddoti e catapultandoci nell’affascinante mondo della radio italiana.

Ecco cosa ci ha raccontato.

Ciao Davide, grazie della tua disponibilità e benvenuto su WiP Radio. La tua voce, insieme a quella di Lucilla Agosti, ci tiene compagnia praticamente tutti i giorni sulle frequenze di R101, ma chi è ligure come me se la ricorda bene fin dai tempi di Radio Babboleo: ci racconti com’è lavorare in un grande network e raggiungere quotidianamente un pubblico così vasto?

Ciao Chiara, grazie a voi per l’invito! Beh, per lavorare in un grande network o in una radio regionale o in una piccola radio servono fondamentalmente le stesse cose: passione, preparazione, precisione. Puoi parlare a una, cento o milioni di persone, ma devi sempre dare il meglio di te e avere come obiettivo quello di far star bene chi ti ascolta. Poi è ovvio che le differenze esistono, ma sono legate al tipo di comunicazione da veicolare: in una radio regionale come Babboleo sapevo sempre a chi stavo parlando, ovvero ai liguri. Banalmente se a Genova c’era il sole, sapevo che nella maggior parte dei casi era la stessa cosa in tutta la Liguria e quindi potevo invitare gli ascoltatori a farsi una passeggiata all’aria aperta, magari sul mare.

Adesso, invece, parlo a chi ci ascolta a Bolzano e cena alle sette della sera, e contemporaneamente a chi ci ascolta da Palermo e ha l’abitudine di cenare alle dieci. Insomma, devo cambiare comunicazione e cercare di essere generico il più possibile, per non far sentire escluso nessuno. Perché un aspetto fondamentale che deve tenere a mente chi trasmette alla radio è proprio questo: coinvolgere il maggior numero di persone possibile e fare in modo che nessuno si senta escluso.

Da qualche anno a questa parte sono nati dei veri e propri talent show per dare spazio a nuovi speaker radiofonici (mi viene in mente RDS Academy, che ha portato sulle frequenze nazionali la voce della ligure Giuditta Arecco). C’è spazio oggi per nuove voci nel mondo della radio? Pensi sia un settore ancora florido e che possa offrire opportunità reali, lavorativamente parlando, rispetto ad altri ambiti legati al mondo della musica? Cosa consiglieresti ad un giovane che oggi volesse fare questo mestiere?

C’è sempre spazio per nuove voci nel mondo radiofonico, a patto che abbiano qualcosa da comunicare, che siano originali, che non siano una copia di quel che è già in onda. Ascoltare la radio fa tanto, tanto bene a chi vuol fare la radio, ma è importante crearsi una propria personalità e mantenere la propria identità senza scimmiottare nessuno. Il settore radiofonico è forse un po’ paludato per certi versi, perché si basa molto sull’affezione: ci sono milioni di persone che tutti i giorni ascoltano i propri conduttori preferiti, da anni, e quindi guai a spostarli da lì. Però è anche vero che negli ultimi anni ci sono stati molti inserimenti nuovi, di nuove voci, che si sono affiancate a quelle storiche. Quindi qulalche opportunità c’è stata e sono certo ci sarà anche nell’immediato futuro.

Il consiglio che posso dare a chi vuole provarci è quello di imparare la tecnica radiofonica, che è fondamentale, ma soprattutto di crearsi una propria identità, un modo proprio di trasmettere e di iniziare a farlo in qualche piccola stazione o sul web, che sono sempre ottime palestre. Poi, quando ci si sente pronti, provare a inviare una demo ai direttori dei network nazionali o tentare con un talent come quello di RDS. Talvolta può anche capitare di essere notati dal direttore stesso di un network mentre si trasmette nella radio sotto casa! Una cosa che non ho mai rilevato è che anni fa, prima di arrivare a R101, una mattina mentre ero in onda su Radio Babboleo ricevetti una mail dallo station manager di una delle radio oggi più ascoltate d’Italia: voleva conoscermi e mi proponeva di incontrarci per fare un provino e valutare il mio inserimento nella loro squadra di conduttori.

La discografia è morta, viva la discografia. L’argomento è sempre caldo ed attuale e benché alcuni, invece, ritengano che il mercato discografico non stia poi così male, altri continuano a sostenere che la crisi e la gratuità di contenuti offerta dal web non facilitino la vita alle grandi e piccole case di produzione musicale. Da addetto ai lavori e da ascoltatore, tu come la vedi? Nell’immensità di proposte che vi/ti arriveranno quotidianamente quali sono, se ci sono, i progetti che ultimamente ti stanno incuriosendo di più, sia a livello nazionale che internazionale?

Non credo basti una risposta veloce per rispondere a questa “domandona”! L’argomento è molto controverso quanto affascinante. Da sempre penso che i cambiamenti non si possano arrestare, bensì solo gestire. Quindi, di certo erano belli i tempi in cui aspettavi per mesi l’uscita del disco del tuo cantante o gruppo preferito e quello diventava l’evento dell’anno. E quel disco lo consumavi letteramente per quando lo ascoltavi e riascoltavi. Non a caso ancora oggi in radio si sentono canzoni degli anni 70 e 80 che non tramonteranno mai.

Oggi è tutto più veloce, c’è un’uscita più o meno importante ogni settimana e i dischi appena arrivano si bruciano facilmente, e altrettanto facilmente ce ne si dimentica dopo poco. Queli che restano sono pochi. Ma con questo non voglio dire sia un male rispetto a prima: è un modo diverso di fuire della musica ed è segno dei tempi che viviamo, nè più nè meno. Grazie a questo è stato possibile per molti giovani riuscire a emergere, a farsi notare. Sta poi a loro riuscire a restare sul mercato, ma è indubbio da trent’anni fa la stessa possibilità non la avrebbero avuta.

Personalmente, specie a livello nazionale, ritengo che ci sia un fermento molto bello da parte di cantanti e gruppi che spesso anche senza l’aiuto della radio sono riusciti a emergere e a farsi notare: da Coez a Brunori, dai Thegiornalisti a Calcutta e Cosmo, passando per i nostri Ex-Otago che amo particolarmente. Sul fronte internazionale, ho apprezzato molto l’ultimo lavoro di Justin Bieber, che fino a qualche anno fa snobbavo, così come l’album di Harry Style, ex One Direction. Pensavo fossero più adatti a un target molto giovane, e invece ho scoperto una maturità notevole che credo e spero possano confermare nei prossimi lavori.

Natale è vicino e, siccome non amo farmi prendere alla sprovvista, mi sono appena regalata un libro interessante, dal titolo “La radio in Italia. Storia, mercati, formati, pubblici, tecnologie”. Ne approfitto, quindi, per chiederti come è cambiato, secondo te, il mondo della radio e il modo di fare radio in questi ultimi decenni, in particolare con l’ampia diffusione dei social network. La radio, in definitiva, si ascolta ancora?

Quante volte abbiamo sentito dire che la radio sarebbe morta? E invece eccola lì, ancora viva e vegeta e in perfetta salute. Oggi la radio fa numeri incredibili: dalle ultime rilevazioni d’ascolto è emerso che la maggioranza degli italiani la ascolta tutti i giorni, anche se è inevitabilmente cambiato il nostro modo di fruire la radio. Cambia in base a come cambiano i nostri usi e costumi, la nostra vita. E così oggi la radio la si ascolta prevalentemente in auto. È calato il numero di chi la accende in casa, ma è aumentato il numero di chi la accende mentre è in movimento. E non la si ascolta più solo attraverso l’apparecchio radiofonico a cui eravamo abituati fino a qualche anno fa. Anzi, molti in casa non lo hanno più. Per cui si ascolta dall’autoradio, dal cellulare, dal pc dalle app e pure dalla tv. E la radio si integra perfettamente con i social, d’altronde se ci pensate è stato ed è ancora oggi il primo vero social prima ancora dell’avvento di Facebook, Twitter e tutti gli altri, perché ha sempre messo in contatto tra loro le persone, attraverso la musica e la condivisione di emozioni.

Vorrei chiudere la nostra chiacchierata chiedendoti di raccontarci un aneddoto su un artista a tua scelta che hai avuto occasione di incontrare grazie al tuo lavoro. In particolare, ti è mai capitato di dover gestire qualche situazione strana, difficoltosa o imbarazzante, magari proprio in diretta?

Ahahah, il bello della radio è che spesso succedono situazioni strane o difficoltose mentre sei in diretta e devi saperle gestire, sperando che gli ascoltatori non se ne accorgano. Un pomeriggio ero letteralmente piegato in due e tra una canzone l’altra facevo avanti e indietro tra lo studio e il bagno. Eppure in onda era tutto come sempre… È anche capitato di ricevere una bruttissima notizia a 20 secondi dall’inizio della conduzione, riuscire a fare l’intervento come se nulla fosse, chiudere il microfono e scoppiare a piangere. E dopo una canzone riaccenderlo cercando di dare il meglio di sé senza far trasparire nulla agli ascoltatori. Così come può succedere di arrivare in radio tristi, malinconici o arrabbiati dopo una lite con qualcuno, ma fare in modo che questo non incida sulla diretta. Anche con Lucilla, la mia compagna del drive time di R101 da quasi 4 anni, è capitato di fare liti furiose poco prima di andare in onda. Ma a microfono acceso ci si trasforma e si conduce come se non fosse successo nulla. Io dico sempre che la radio è terapeutica: puoi arrivare in onda arrabbiato col mondo intero, ma dopo i primi 10 minuti di diretta è già passato tutto. La bellezza di questo lavoro è anche quella di poter intervistare un bel po’ di cantanti e scoprirne la persona più che il personaggio.

Proprio di recente, a proposito di aneddoti, mi è arrivato un messaggio privato su Facebook da parte di una ascoltatrice che mi spiegava come io e Lucilla, nelle nostre ore di conduzione, fossimo stati inconsapevolmente capaci di tirarle su il morale in un periodo molto difficile della sua vita. La stessa cosa aveva fatto una sua cara amica, fan di Cesare Cremonini, che le era stata molto vicina. Proprio per questo, questa ascoltatrice mi chiedeva se era possibile chiedere a Cremonini di fare una sopresa alla sua amica, perché voleva ringraziarla in un modo un po’ speciale. Cesare è venuto da noi in radio qualche settimana fa, gli ho spiegato la situazione e lui senza batter ciglio si è subito messo a disposizione: ha registrato un veloce video molto divertente per la nostra ascoltatrice e soprattutto per la sua amica; video che ho fatto poi avere a queste ragazze, felici più che mai di ricevere un saluto personalizzato dal proprio idolo. Ecco, questa è la potenza della radio, il suo fascino unico, la sua grandezza: fare in modo che le persone che la ascoltano possano star bene. Quando riusciamo a far star bene i nostri ascoltatori, a rendere la vita di tutti i giorni un po’ più leggera, vuol dire che abbiamo fatto una “buona radio”. Buona radio a tutti!

Autore del Post

Chiara Ragnini

Cantautrice, nerd e smanettona, appassionata di arte contemporanea ed entomologia. Dopo il classico, la laurea in Informatica. Un amalgama particolare, fra cuore e razionalità, per fare da sfondo alle emozioni fra parole e musica.

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