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Il talento: l’aspetto irrilevante del talent show

Il talento: l’aspetto irrilevante del talent show

Manca meno di un mese al termine dell’undicesima edizione di X-Factor e già ci sentiamo stanchi di fronte ad un format che comincia ad essere l’ombra di se stesso, nonostante quest anno si sia fatto un gran parlare di una delle concorrenti ancora in gara, di cui non farò il nome per non continuare ad alimentare inutili polemiche.

Sappiamo come funziona: il talento non è una condizione necessaria e sufficiente per far si che il pubblico si affezioni ad una persona che sceglie l’impegnativa via del mezzo televisivo e dello spettacolo. Anzi, spesso, è una componente di intralcio (vedi l’eliminazione di Camille Cabaltera) affinché l’oliata macchina del piccolo schermo possa continuare a funzionare adeguatamente, mantenendo una tensione media adeguata al pubblico che mira a coinvolgere.

Non sono contraria ai talent show, sia chiaro: io stessa mi sono sottoposta ai provini di X Factor più volte, fallendo, ed una volta sola a quelli di The Voice of Italy, ottenendo risultati migliori e approdando alla Blind Audition. Banalmente, non sono la persona adatta a questo tipo di contesti e competizioni, benchè l’illusorietà di una sana botta di visibilità e notorietà mi abbia sempre spinto a provare a partecipare. Ringrazio però il cielo di non essere mai arrivata oltre ad un certo punto perchè, avendo toccato con mano, anche se per poco, questo mondo, sono oggi sicura del fatto che non mi sarebbe piaciuto e sarebbe stato per me solo fonte di disagio e non di divertimento.

Il talento, dicevamo.

E’ l’aspetto irrilevante più forte all’interno di una sceneggiatura ben scritta con lo scopo di catturare l’attenzione del telespettatore medio, ma non solo, facendo leva sulla curiosità e su una sana dose di voyerismo.

Pensate che in Italia il primo talent show risale al 1956: Primo Applauso, questo il nome della trasmissione, era un varietà trasmesso in prima serata sul canale uno, l’allora Programma nazionale e ora Rai 1. Prima trasmissione ad utilizzare nel nostro paese il cosiddetto “applausometro”, andava alla ricerca di volti nuovi per il mondo spettacolo: cantanti, cabarettisti, illusionisti, ballerini e molto altro. Fra i personaggi lanciati da questo primordiale talent è bene ricordare Adriano Celentano ed un giovanissimo Aldo Savoldello, divenuto poi noto con il nome di Mago Silvan (ve lo ricordate?).

Insomma, già all’epoca il pubblico italiano dimostrava interesse verso un certo tipo di spettacolo e di spettacolarizzazione (vedi La Corrida), esploso nel 2000 con l’avvento del Grande Fratello nella versione nostrana, basatosi sull’olandese Big Brother.

talento

I talent show, musicali, culinari, di avventura, non sono poi così diversi: prendi una manciata di concorrenti, che riescono ad approdare al grande palco televisivo dopo il superamento di una serie di casting o prove, a dimostrazione delle loro capacità, lasciali interagire insieme in un ambiente circoscritto (il loft, nel caso di X-Factor), in maniera più o meno spontanea, mostrali lungo il loro lungo percorso di trasformazione, specialmente di immagine, falli scontrare e sfidare come in un’arena.

Tutto questo piace, al pubblico.

Piace l’idea che anche il vicino di casa possa farcela, che possa coronare il suo grande sogno, che in fondo è anche un po’ il nostro, di diventare una popstar o un grande chef: le reazioni umane ci coinvolgono, ci emozionano, ci fanno ridere e piangere, ci avvicinano a persone che, da perfetti sconosciuti, nel giro di poche settimane sentiamo vicine a noi come se le conoscessimo da sempre.

Il talento, in questo caso, non è importante: conta la storia, il personaggio/persona, la narrazione che ne viene fatta e che ci avvicina al concorrente, che ci spinge a esprimerci su di esso, nel bene e nel male.

Siamo affascinati dalla celebrità ma ancor più dalla normalità, destinata, secondo copione, a diventare celebrità (o almeno, a regalarci, e regalare ai concorrenti, questa illusione).

Empatia è la parola chiave: ci commuoviamo guardando i giudici commuoversi e, a loro volta, i concorrenti fare lo stesso. Proviamo fastidio di fronte a reazioni spropositate, davanti all’arroganza dei partecipanti, ci sentiamo in diritto e dovere di rimproverarli e arrabbiarci con loro, benchè non abbiamo la minima idea delle vite che stanno dietro a cinque minuti di spazio televisivo.

Empatia, dunque, e voyerismo: facendo leva su questi aspetti intrinsechi della mente umana, le produzioni televisive che investono sui talent (che non stento a definire, invece, reality show) hanno trovato un modo più o meno facilitato per far fruttare il denaro impiegato, tenendo sempre presente che lo spettacolo viene costruito su personaggi in erba, futuri idoli, o presunti tali, partiti più o meno dal nulla e in procinto di approdare in pochi mesi ad una sovraesposizione mediatica potenzialmente efficace. Con poco si può ottenere tanto, dunque.

Quanto ancora durerà e funzionerà un meccanismo del genere? Quanto tempo ci vorrà perchè il grande pubblico si renda conto che, per quanto si ricerchi e dia spazio alla spontaneità, ci sono sempre un copione ed una sceneggiatura che vanno seguiti? Che nulla è lasciato al caso? A quel punto, svelatosi il trucco come ad uno spettacolo di magia, continuerà tutto a sembrare così interessante come si vuol far credere? The show must go on, cantava Freddie Mercury: ma a quale prezzo, mi chiedo io?

Fatemi sapere cosa ne pensate.
Buone riflessioni.

Autore del Post

Chiara Ragnini

Cantautrice, nerd e smanettona, appassionata di arte contemporanea ed entomologia. Dopo il classico, la laurea in Informatica. Un amalgama particolare, fra cuore e razionalità, per fare da sfondo alle emozioni fra parole e musica.

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