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La speranza appartiene ai figli

La speranza appartiene ai figli

È il 1993.
La ragazzina sta per compiere dodici anni, è goffa e si muove male in un corpo che cresce di mese in mese. Un ragazzo più grande di lei ha provato a baciarla un pomeriggio, sulle scale condominiali di un quartiere residenziale, in una piccola città. La ragazzina è scappata via, piena di vergogna. La scusa di lui è che così alta, gli era parsa più grande.
Ha un solo paio di jeans con gli strappi sulle ginocchia e la madre non è contenta che li porti, preferisce vederla ancora linda, arresa alle sue scelte, indifferente a tutto ciò che riguardi la sfera estetica. I gusti della ragazzina però si formano sui gusti degli altri, su ciò che va di moda in quel momento. Alcune delle sue compagne hanno già baciato un ragazzo. Lei vanta un fidanzato alla scuola materna e un paio alle elementari ai quali ha rivolto la parola solo per mezzo di bigliettini carichi di cuori rossi.
Porta braccialetti di gomma colorata, si lega i capelli con una coda alta e ha addosso l’odore di cloro della piscina in cui segue corsi di nuoto sincronizzato. Del mondo sa poco, il confine è il quartiere, la scuola media che non sopporta, le amiche con cui compra caramelle gommose all’alimentari sotto casa.La speranza appartiene ai figli
Non ha mai sentito parlare di omosessualità. Una volta suo cugino le ha cantato una canzone sentita in un film con Lino Banfi e quando lei gli ha chiesto cosa volesse dire una parola del testo, lui ha risposto che sono gli uomini che si baciano tra loro. La ragazzina è andata a chiedere a sua madre che le ha spiegato cosa fosse l’omosessualità, raccomandandosi di non usare mai la parola contenuta nella canzone.
“Perché?”
“Perché è offensiva.”
La ragazzina è fortunata. Ha due genitori che non hanno paura di parlare e di insegnare.
La ragazzina frequenta il catechismo e ci va con un’amica che è molto più sgamata di lei, una che non ha paura di dire quello che pensa, che ha dodici anni ma a sentirla, pare che ne abbia trenta.
Un giorno il prete dice ai ragazzi: “Se vedete un omosessuale per strada, dovete evitarlo.”
La ragazzina è confusa. Sua madre non le ha detto niente del genere. Allora alza una mano e farfuglia: “Gesù ha detto di amare e rispettare ogni essere umano.”
L’amica sgamata annuisce e comincia a scaldarsi. Parte con una predica sulla tolleranza senza che la parola tolleranza faccia ancora parte del suo vocabolario. La ragazzina abbassa gli occhi, si sente in colpa per aver sollevato quel polverone. L’amica, teatrale, si alza buttando giù la sedia, afferra la mano della ragazzina e la trascina via dall’aula del piccolo oratorio di quartiere.
La ragazzina non tornerà più a catechismo e l’episodio purtroppo la farà crescere con una serie di pregiudizi nei confronti della chiesa, che ancora oggi, a trentaquattro anni, porta con sé. Purtroppo, sì, perché un pregiudizio è sbagliato in ogni caso. Però si sentirà orgogliosa di quel pomeriggio, di aver parlato per la prima volta e aver messo in difficoltà qualcuno che cercava di insegnarle una cosa sbagliata.

Lo raccontai a mia madre, le dissi che non volevo più tornare lì e lei si limitò a scuotere le spalle. Del resto mi ha cresciuta così e forse quel giorno si è sentita anche un po’ orgogliosa.
Oggi mi chiedo se i genitori dei ragazzi del liceo Parini di Milano, quelli che hanno denunciato un professore per omofobia, si sentano orgogliosi a loro volta. Oggi che il 1993 è passato da un pezzo e come età sono più vicina alla La speranza appartiene ai figlifigura di una madre che a quella di una figlia, mi viene da pensare che io sarei orgogliosa. È esagerato far passare la cosa come un gesto eroico. Si è trattato di un atto di civiltà, che oltre al bene dell’atto in sé, ha messo in luce l’aspetto del coraggio di certi ragazzi rispetto ad altri. Se avessi denunciato quel prete a dodici anni, probabilmente l’avrebbero fatto cardinale. Oggi invece il mondo è cambiato e a quanti straparlano dell’indifferenza degli adolescenti rispetto a ciò che accade loro intorno, io rispondo con questa storia. Mettere faccia, nome e cognome a quindici o sedici anni, su una denuncia per omofobia vuol dire pensare al futuro, a una società che forse loro sapranno cambiare, ma ragionando in piccolo, significa pensare a loro stessi. Magari al compagno che parla poco, seduto nell’ultimo banco dell’aula che tutti lo sanno ma lui non lo dice e che forse, da frasi violente contro gli omosessuali potrebbe essersi sentito offeso. In un paese che annaspa tra family day, atti di bullismo e diritti negati, a me viene da pensare che questa storia rappresenti una speranza, fosse anche una scintilla sola.
Margaret Mazzantini ha scritto che la speranza appartiene ai figli, che noi adulti abbiamo già sperato e quasi sempre abbiamo perso.
Io dico che la speranza appartiene ai figli, è vero, ma storie come questa rappresentano una vittoria per tutti.

Francesca Gaudenzi

Francesca Gaudenzi

Ho sempre preferito la parola scritta a qualsiasi altra forma di comunicazione. Se le altre bimbe deliziavano gli zii con canzoncine e racconti dettagliati di vita quotidiana, io piantavo il muso e cercavo le parole. Studiavo le reazioni della gente, ne osservavo i gesti, le espressioni del volto, associavo il tutto a un contesto e cercavo di dargli una forma, così, cercando cercando, le parole sono arrivate. Da sei anni curo una rubrica sulla rivista Strumenti Musicali in cui mi occupo di donne e musica, ho un blog personale e da quest’anno inizio la mia avventura con i ragazzi di WiP Radio.

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