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EP.23 The sound of silence

EP.23 The sound of silence

Per il mio cane la vita è fatta di suoni. Il suono della portiera della mia macchina, le chiavi che tintinnano avvicinandosi alla porta, i passi di mia madre lenti e composti, quelli fragorosi di mia sorella, le tre parole a cui risponde (“fuori”, “pappa”, “bacio”) il suono terribile del campanello che irrompe gracidante nell’aria, quello del suo nome, che poi non importa davvero come lo chiami, basta che abbia due sillabe e finisca per “o”.  Se anche fosse vero che non vede come noi, riuscirebbe a sapere sempre chi ha davanti anche solo dal suono impercettibile.

Tutto questo per dire che: uno dei pochissimi lati positivi di questa pandemia è che alla chiusura del cinema il cinema sopravvive, e che almeno per un anno grande parte dei candidati alle varie statuette era già presente da tempo sulle varie piattaforme di streaming.
Una delle pellicole in questione quest’anno è Sound Of Metal (Darius Marder, 2019) (sei candidature agli Oscar 2021) disponibile su Prime Video. Se anche voi fate parte di quegli scellerati puristi, o esimi rompicoglioni, che le pellicole di valore (o che si presume ce l’abbiano) se le guardano in lingua originale, tutt’al più sottotitolato, sappiate che per quanto riguarda questo film l’addetto ai sottotitoli ha avuto vita facile.
Sound Of Metal è di fatto, quasi a tutti gli effetti, un film muto.
I sottotitoli li vedrete comparire un po’ affastellati all’inizio, sulle parole sbocconcellate di Ruben (Riz Ahmed, candidatura per migliore attore protagonista) e Lou (Olivia Cooke) , una giovane coppia di metallari, poi inabissarsi in monologhi solitari a cui non segue mai risposta, e tutt’al più riaffiorare, ma sempre più sporadici, verso la fine del film.
Questo succede perché Ruben, il protagonista, batterista nel duo che forma con la fidanzata, perde l’udito dopo appena dieci minuti di film. Di qui la scelta per lui è duplice: l’impianto di un apparecchio acustico tramite una costosissima operazione, o l’accettazione della propria condizione tramite l’ingresso in una comunità di sordomuti.

The sound of silence

Quello che succede superati i primi minuti di rabbia da parte del protagonista e sguardi intensissimi fra lui e lei, un personaggio di Big Eyes di Tim Burton, con gli occhi tristi e le sopracciglia inesistenti, oltre al rischio tangibile di addormentarsi, è che nel silenzio del film si ritrovano i suoni.
Ad esempio io nel silenzio ho trovato la pioggia che batteva piano sulla vetrata della finestra, e poi diversamente sul tetto di un appartamento all’ultimo piano, ho sentito il sibilare dello scorrere i treni poco sotto, il tintinnio dei bicchieri che tremano nella credenza al loro passaggio, ho sentito il cuore della persona che avevo accanto battere impercettibilmente sotto la felpa. Ci ho premuto l’orecchio, per un attimo preoccupata che tutto questo potesse sfuggirmi come d’ora in poi sfuggirà a Ruben.

“Ma tu te la immagini una vita senza la musica?” ci siamo chiesti.

Che poi è anche una preoccupazione inesatta, perché il minimo che ci si può aspettare da un film che parla di un musicista improvvisamente divenuto sordomuto, è che ci spieghi come in qualche modo la musica riesca comunque a farsi sentire. Così capita che si possa seguire una melodia appoggiando i palmi delle mani alla cassa di un pianoforte, e che si possa sentir vibrare il metal sulla superficie fredda di uno scivolo, in una conversazione silenziosa che ha un che di quella cosa che si faceva con due bicchieri legati da un filo. E poi, immancabilmente, dove finiscono le parole iniziano le conversazioni.
Anni di temi in classe, letture imposte, esami orali, battaglie per l’epurazione del linguaggio e poi ci riscopriamo totalmente incapaci di comunicare senza le parole, avevamo imparato, ed anche maldestramente, ad imbracciare una sola arma e ci hanno proposto un tipo diverso di guerra.
Un’altra cosa che si riscopre nel silenzio (sempre se non ci si è addormentati prima, non è esattamente cinema d’intrattenimento quello di cui parliamo)è la mimica facciale, e che a questa abbiamo relegato il solo compito di tradirci, con una smorfia non controllata o un rossore improvviso, e non le abbiamo dato la possibilità di aiutarci invece, a dire quello che non sappiamo o non vogliamo dire.
Un’ulteriore cosa che si riscopre nel silenzio è che la parola ha una duplice dimensione, orale e scritta, e che se la prima serve a comunicare con gli altri, la seconda ci dà la possibilità di comunicare con noi stessi, che poi è quello che vorremmo fare tutti di tanto in tanto, ma poi, quanti messi di fronte ad un foglio bianco riuscirebbero a riempirlo quel foglio con qualcosa di utile, con qualcosa di onesto?

Dunque, un’ultima cosa che si riscopre nel silenzio, è chi siamo davvero, quando non possiamo più raccontarci diversamente.

 

Sound of metal

Di qui in poi l’articolo ha ragione di proseguire soltanto per coloro che hanno già visto il film e per i masochisti che prima si lasciano tentare dalla curiosità e poi se ne pentono.

Il titolo del film è forse duplice (se non triplice, se si vuole contare l’allusione al Sound Of Silence di Simon e Garfunkel): quello che sentiamo all’inizio è il suono del metal, quello che si sente alla fine è un suono metallico. Ruben sceglie infatti di “salvarsi la vita” con la terapia medica piuttosto che psicologica, venduto il camper a bordo del quale viveva con Lou (che nel frattempo è andata a vivere in Francia e come clichè richiede, si è tagliata i capelli a caschetto) decide di farsi impiantare un apparecchio acustico che gli consenta di recuperare l’udito, e scopre che la vita ha in fin dei conti suoni arbitrari. Quello che ha nel cervello non è un amplificatore di suoni, bensì un rielaboratore di questi a livello neurologico, quello che ne viene fuori, paradossalmente, è che il campanello di una bicicletta diventa per Ruben un gracchiare, che le campane di una chiesa diventano le Hells Bells degli ACDC ma anche che la voce di Lou, fattasi armonica per adattarsi ad una canzone per pianoforte gli venga restituita così come lui l’ha imparata a conoscere, così come l’ha amata: il suono del metal.

 

 

 

Francesca Cullurà

Francesca Cullurà

È laureata in Lettere all’Università di Firenze ma se la cava discretamente anche nella sacra arte del darsi l’eyeliner. I suoi interessi sono la letteratura, la Formula1 e il vecchio cinema italiano. È convinta di saper guidare meglio di molti uomini.

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