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E l’archeologia subacquea quando iniziò?

E l’archeologia subacquea quando iniziò?

In attesa di raccontarvi qualche novità sull’archeologia subacquea in zona vi faccio una domanda: vi siete mai chiesti quando è nata l’archeologia subacquea come disciplina scientifica?

Fin dal secondo conflitto mondiale si sviluppò la ricerca sulla permanenza sott’acqua dell’uomo e sulle tecniche da utilizzare per evitare le malattie da decompressione.

Jacques Cousteau racconta nel suo libro “Il mondo Silenzioso” la prima volta in cui indossò un paio di occhiali da sub da giovane artigliere di marina, l’incontro con il più esperto Frédéric Dumas con il quale intraprese le  prime pionieristiche sperimentazioni dei nuovi strumenti che permettevano ai primi sub di entrare in un mondo allora quasi sconosciuto. Assieme al tenente Philippe Tailliez, formeranno un gruppo che nemmeno l’arrivo della seconda guerra mondiale riuscì a fermare.

Anzi, venne formato un gruppo di lavoro di ricerca in incognito per conto del Servizio informazioni della Marina. Durante il periodo dell’occupazione militare, grazie ad un’idea di Cousteu, perfezionata dall’ingegnere Émile Gagnan nasce così il primo apparecchio respiratore ad aria dotato di erogatore in grado di superare i limiti imposti dai primi più rudimentali strumenti, aumentando di molto le possibilità di esplorazione umana del mondo acquatico. Allo stesso tempo il gruppo sperimenta anche i primi apparecchi stagni per le riprese, allo scopo di documentare le capacità offerte dal nuovo sistema, impegnandosi nello studiarne i limiti. Ed è qui che si cominciano ad approfondire i pericoli delle immersioni, dalla narcosi di azoto alla spesso fatale, embolia gassosa.

Finita la guerra, il gruppo si amplia in uomini e mezzi grazie al sostegno della Marina, che decide di affidare al nuovo corpo di uomini-rana alcuni compiti di ricerca e supporto, a cominciare da quelli urgenti per la messa in sicurezza delle acque costiere.

Dalla fine del conflitto le esplorazioni subacquee diventato sempre più numerose e performanti; si comincia a scoprire un mondo che rimaneva leggendario e a tratti fantastico, con i suoi animali avvolti da un alone di mistero e temuti.

Contemporaneamente si fanno le prime scoperte archeologiche che però rimanevano ritrovamenti fortuiti e, soprattutto, difficilmente indagabili dal punto di vista storico e archeologico.

Era difficile determinare, ad esempio, come fosse affondata una nave o come fosse disposto il carico o perché si trovasse lì solo recuperandone il materiale, senza un corretto scavo stratigrafico.

I pionieri di questo tipo di ricerca scientifica furono gli americani dell’Università della Pennsylvania diretti dal grande George Bass.

L’inizio di tutto avvenne nelle cristalline acque turche a Capo Gelidonya, situato all’estremità occidentale del golfo di Antalya.

Appena a largo del Capo è posta una piccola fila di isole, il gruppo Bes Adalar. La corrente che va dal Capo alle isolette è forte e cambia direzione durante la giornata, ci sono inoltre anche scogli affioranti ed è un luogo in cui si sono verificati molti naufragi. In questo tratto di mare nel 1953, un cercatore di spugne rinvenne casualmente la testa di una statua di Demetra del IV secolo a.C.; in seguito a questa scoperta nel 1958, fu intrapresa una campagna d’indagini subacquee da cui risultò che, nell’area circostante il promontorio, erano presenti circa una trentina di relitti di varie epoche, dalla preistoria al medioevo. La presenza di un accumulo di lingotti di rame del tipo oxhide ( a pelle di bue) era la traccia più evidente della presenza del relitto di un’imbarcazione dell’età del Bronzo; l’importanza scientifica di questo tipo di ritrovamento spinse gli archeologi a fare ricerca sulla nuova metodologia di indagine che iniziò nel 1960.

Lo scavo del relitto è stato uno dei primi condotti con metodi archeologici moderni ed ha incluso la mappatura del sito prima che lo scavo avesse luogo; è stato anche il primo relitto in cui i pezzi sono stati rimossi dal fondale e indagati sulla terra ferma affinché fossero rimosse le concrezioni accumulate nei secoli. I reperti furono puliti, disposti secondo la posizione che avevano sott’acqua e ancora una volta mappati.

Courtesy of INA
Courtesy of INA

Gli archeologi trovarono i lingotti di rame del tipo oxhide concrezionati insieme, scarti di metallo in ceste, scarti di fusione, una matrice di bronzo e ceramica datata nei primi anni del 1200 a.C..

Gli archeologi pianificarono con cura la strategia da usare analizzando gran parte degli scavi subacquei che si erano succeduti negli anni precedenti, con le loro criticità ed i punti di forza, affinché fosse preservata l’integrità del sito per permettere un’indagine archeologica più accurata e, non ultimo, per garantire la sicurezza di tutta l’equipe che avrebbe scavato in una situazione di potenziale pericolo. Un altro punto su cui si soffermò l’attenzione fu la necessità che l’archeologo fosse anche un subacqueo, per prevenire l’errore di valutazione che si era verificato durante lo scavo del Grand Congloué. Lo scavo di quel relitto, avvenuto tra il 1952 ed 1957, fu fatto materialmente da un equipe di tecnici coordinati da Jacque Cousteau, il direttore della missione era il Professor Fernand Benoit che però non si immerse, il passaggio di informazioni tra tecnici e archeologo ed il fatto che dei tecnici non archeologici fossero materialmente sul sito determinò l’errore di valutazione, cioè il non comprendere che ci si trovava di fronte a due relitti di epoche diverse sovrapposti l’uno sull’altro.

Proprio per evitare fraintendimenti a capo Gelidonya si immersero gli archeologi.

Courtesy of INA
Courtesy of INA

Il lavoro di studio determinò che la nave era partita dalla Siria verso Cipro e che da Cipro era ripartita, anche se non era stato possibile stabilire precisamente per dove avesse ripreso la navigazione (forse Anatolia, Rodi, Creta). I manufatti presenti sull’imbarcazione erano Ciprioti, Siriani, Cananei o Fenici; qualunque sia stata la nazionalità della nave, rimane certo il fatto che, al momento del naufragio, a bordo, non mancavano gli strumenti necessari ( come i pesi da bilancia) per operare transazioni commerciali nei principali porti del Mediterraneo orientale, si trattava dunque di un tipo di imbarcazione di mercanti che trattavano con i differenti empori del nostro mare.

Le scoperte fatte dal team americano furono enormi, non solo dal punto di vista meramente storico e archeologico, ma da quello della metodologia di ricerca, che da lì in poi ebbe sempre maggior slancio e raffinò la tecnica avvalendosi di strumentazioni sempre più sofisticate.

E dopo 60 anni a che punto siamo arrivati?

Stay tuned per i prossimi racconti!

Federica Mazza

Federica Mazza

Surfista e archeologa marina o “subacquologa”, come ama definirsi con i colleghi. Il suo blog "Acqua Salata" è un diario di esperienze, riflessioni, viaggi e culture condito ogni tanto da qualche nota storico archeologica.

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