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EP.11: Lessico famigliare

EP.11: Lessico famigliare

Sono le 21:35 di domenica sera, un freddo intenso.
Cammino veloce in scarpe scomode ed un bel cappotto fuori stagione, mando un messaggio, giuro che sto arrivando. La strada senza sbocco sulla quale si affaccia il piccolo cinema teatro della mia città è già deserta, la sala al suo interno illuminata e un po’ kistch già vuota, ed io non sapevo che si dovesse prenotare per vedere il film.
“Domani chiudiamo” sta dicendo la signora della biglietteria dietro il plexiglass mentre mi stacca il biglietto, lo dice ad un altro avventore con un sorriso rassegnato e poi conta i biglietti che le rimangono fra le mani.
In sala, a destra della colonna centrale dove ha detto di trovarsi, il mio amico con il cappuccio in testa, gli occhiali appannati e la mascherina sembra un black bloc, mi siedo ad un posto di distanza da lui.
Il film è già iniziato, sarà l’ultimo che vedrò in una sala chissà per quanto perché appena otto ore fa Conte ha annunciato col nuovo DPCM la chiusura dei cinema.
E’ “Lacci” di Daniele Luchetti (2020).

 

La nostra vita

Prima di parlare di  Lacci però, conviene fare una breve sosta intermedia presso un altro film di Luchetti, datato 2010.
Ci sono alcuni film che rimangono per sempre legati a singole scene iconiche, talvolta anche solo scambi di battute, nel caso di “La nostra vita”, (titolo magistrale, ma tutto sommato vago), non si può dopo averlo visto non ricondurlo immediatamente ad uno struggente Elio Germano che canta “Anima Fragile” urlandola fra le lacrime, inciampando sulle parole (per gli interessati, la scena si trova anche su YouTube qui https://www.youtube.com/watch?v=IDVFBvHjkJ0)
E d’altra parte, la palma d’oro non te la assegnano a caso.
E’ frastornato Germano in quella scena, perché è appena rimasto precocemente vedovo, e ciò che rimane della sua via così come l’aveva progettata sono due figli da sfamare con uno stipendio traballante ed un terzo, neonato, che vorrebbe rispedire indietro come un pacco di Amazon.
Quel che rimane dei sogni è una realtà difficile, periferica e precaria e un ricordo truce che non chiude la porta dietro di sé ma lascia uno spiraglio doloroso per tutti, con il quale convivere, con il quale andare avanti.

 

Lacci

“Lacci” è in realtà primamente il bellissimo titolo di un libro di Domenico Starnone sul quale poggia la sceneggiatura. La storia è quella di una famiglia napoletana (lui, Luigi Lo Cascio, lei una sempre più sorprendente Alba Rohrwacher) che si sfalda precocemente quando lui si innamora di una ragazza più giovane (Linda Caridi),la coppia quindi divorzia col fragore delle brocche infrante al pavimento, fra tentativi di suicidio e scaricabarile magistrali per le questioni riguardanti i figli. Non è comunque la fine per i due, che ritroviamo poi anziani con i volti di Silvio Orlando e Laura Morante. Dei profondi rancori e degli amori clandestini rimangono due superstiti, un gatto dal nome singolare ed una scatola che custodisce con un trucco alcune fotografie, dell’incapacità di pervenire ad una decisione una sola vittima: la famiglia. 

I lacci ai quali si riferisce Starnone, quelli con cui ci si fa il fiocco alle scarpe, allargando il focus diventano una sineddoche di ciò che lega fra loro i componenti di una famiglia al collasso, sono lacci che formano i nodi che li tengono tenacemente insieme, ma anche quelli che li soffocano.
Quello che voleva essere un fiocco infatti diventa un cappio per tutti loro, intrappola i genitori in un amore forse autentico, ma folle e patologico, e i figli nella tela appiccicosa dei rimpianti e delle sconfitte dei genitori.

 

Una volta fuori dalla sala, con le mani ficcate nelle tasche, io e il mio amico concordiamo che Lacci sia un gran film, perdoniamo l’interpretazione poco convincente semi-monologale della Mezzogiorno (forse causato da una sceneggiatura traballante e un po’ forzata) e conveniamo su un “bravi tutti” poco arbitrario sulla restante parte del cast.
Un’altra cosa che emerge fra una battuta smorzata e l’altra, è che ambedue abbiamo rivisto qualcuno o abbiamo noi stessi in alcuni dei personaggi.  Questo è un bene perché conferma ciò che avevo apprezzato di Luchetti in  La Nostra Vita, ovvero l’onestà del ritratto famigliare, talvolta mutilato irreparabilmente, con le sue contraddizioni, con le sue regole non scritte e al di fuori di ogni morale, i suoi adulti in balia di qualsiasi paturnia, i grandi dolori che non si sanano, le cicatrici inevitabili dei figli. Quelli che escono dal cinema sono due mezzi adulti che riavvolgono i nastri al passato, ai figli che siamo stati e che continuiamo ad essere, in grado di comprendere adesso quale parte di umanità dei nostri genitori ci abbia danneggiato, ma non ancora di perdonarli per questo.
A tal proposito, dice Starnone nel libro:

 […] ai figli finisci in ogni caso per fare del male e di conseguenza devi aspettarti che ti facciano ancora più male.

 

Lessico famigliare

E forse adesso voi vi chiederete “E allora? Dove ci porta tutto questo?”
Ora ci arrivo.
 “Lessico Famigliare” è in realtà il titolo di un celebre libro di Natalia Ginzburg la cui trama vi sintetizzo attraverso le parole formidabili nella loro esattezza di un altro autore, Cesare Garboli, attinto dalla prefazione di questo al romanzo:

in Lessico Famigliare la Ginzburg ci aveva raccontato la vita di una comunità, i Levi, dispersa da un flagello storico. Grazie ad una sola parola, ad una sola frase, i membri di quella comunità avrebbero potuto riconoscersi ‘nel buio di una grotta, in mezzo a milioni di persone

E’ “Famigliare” con il –gl e no, non è un errore. E’ una parola annodata, con la lingua che rimane impigliata sulla liquida laterale proprio a metà e rende quasi in maniera onomatopeica il senso di incastro, quel nodo incredibile che ci tiene insieme, che ci lega ai nostri genitori, ai nostri fratelli, amati o odiati che siano. Non è un fiocco che si fa con pazienza e basta niente a scioglierlo, la famiglia è un doppio nodo creato con mefistofelica casualità e per quanto ci si accanisca neanche con le unghie, neanche con la cruna di un ago si riesce a sciogliere, perché alla base c’è un trucco: nessuno sa di preciso come si sia formato.
Non lo sappiamo nemmeno noi, mezzi adulti che usciamo dal cinema con le mani ficcate in tasca e ciascuno nel suo silenzio la sua manciata di ricordi, sappiamo però che in fin dei conti dentro a quel nodo ci siamo vissuti tanto quanto siamo riusciti a sopravvivergli.
Nel frattempo alle nostre spalle si spengono le luci che illuminano i poster nella teca di vetro che dà sulla strada e gente come noi, in balia delle nostre stesse domande si disperde per la città, fa ritorno a casa e forse si chiede togliendosi il cappotto quando sarà la prossima volta che vedrà un film al cinema.

E per clemenza, non si risponde.

Francesca Cullurà

Francesca Cullurà

È laureata in Lettere all’Università di Firenze ma se la cava discretamente anche nella sacra arte del darsi l’eyeliner. I suoi interessi sono la letteratura, la Formula1 e il vecchio cinema italiano. È convinta di saper guidare meglio di molti uomini.

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