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EP10: Presente distopico

EP10: Presente distopico

Se fossi un attore scritturato per il nuovo film di Yorgos Lanthimos, copione alla mano, la prima domanda che porrei sarebbe: che fine farò?
Finirò sepolto vivo in una fossa che io stesso ho scavato? Accecato dall’invidia degli altri, o da un coltello da bistecca nel bagno di un ristorante? Sarà una malattia oscura e inconoscibile ad ostacolarmi, o la punizione per un errore che non commesso io?
Deboli di stomaco, come avrete intuito, per questa volta forse è meglio che vi fermiate qui.
Ai temerari invece dico, stringete i denti e fatevi avanti, oggi parliamo di futuri distopici e presenti irrequieti interpellando due giganti del settore: The Lobster e Black Mirror.

 

Hang the deejay (Black Mirror 4×4)

Prima di parlare di The Lobster è obbligatorio fare tappa presso la serie che negli ultimi anni ha saputo affrontare con più puntualità le tematiche scomode del futuro solo apparentemente radioso verso il quale si incammina a pieno regime il nostro presente: Black Mirror (NB: il “black mirror” al quale fa riferimento il titolo altro non è che lo schermo dal quale state leggendo queste parole.)
Saltando a piè pari la formidabile parata di puntate fantastiche che troviamo soprattutto nelle prime stagioni (ma che ahimè va a scemare nelle ultime) volevo parlarvi di una in particolare, intitolata “Hang the deejay”.
La trama dell’episodio vede protagonisti Amy e Frank, due ragazzi che vivono in una realtà nella quale è un oggetto (chiamato “Coach”) a selezionare i possibili partner di una persona e a stabilire in base ad una percentuale prestabilita di affinità un tempo limite per ciascuna di queste esperienze di conoscenza che può andare dalla ragionevolezza di qualche anno, all’arco di qualche giorno, fino anche ad uno di una manciata di minuti, insufficiente anche a terminare un pasto.
Long story short: sul finale si scopre che i due ragazzi che si sono innamorati intensamente, persi ripetutamente, rincontrati fortuitamente e mai completamente allontanati l’uno dal cuore dell’altra, altro non sono che due unità dell’algoritmo di un’app di incontri al quale sono iscritti i veri Amy e Frank di carne ed ossa, il cui match rating pare dunque combaciare al 99,8%, il numero di volte in cui i loro alter-ego digitali sono riusciti ad innamorarsi.

Chi è Yorgos Lanthimos?

Tornando al Lanthimos invece, dovessi confinarlo ad una sola definizione direi “amaro”. Dispondendo però di una tutto sommato insensatamente illimitata quantità di caratteri, per spiegarmi meglio direi che è come una montagna russa: la guardi da lontano subendo il fascino della sua bellezza micidiale, sali elettrizzata e alla prima curva violenta già ti chiedi chi te lo ha fatto fare, perché sei salita se soffri di vertigini anche su uno scaleo, perché hai pagato un biglietto per avere la nausea, la tachicardia ed una giustificata paura di morire, e quando scendi sei certa che sia stata un’esperienza terribile, e in fin dei conti, emozionante.
Classe ’74, Yorgos è un regista, produttore e sceneggiatore greco, autore di Dogtooth (2009), The Lobster (2015, premio della giuria a Cannes) Il Sacrificio Del Cervo Sacro (2017) e La Favorita che gli è valso ben 10 candidature ed un Oscar come migliore attrice protagonista a Olivia Colman nel 2018.
Insomma, nella sua seppur breve esperienza è una montagna russa micidiale, e d’altro canto, nobody queues for a flat mountain.

 

The Lobster

La storia di The Lobster invece è la seguente: l’ambientazione è quella di un presente alternativo e distopico nel quale i single, considerati socialmente inutili, vengono rinchiusi in un hotel per un periodo estremamente limitato entro il quale è concessa loro l’ultima possibilità di innamorarsi, o quantomeno di trovare un partner ideale con il quale tornare nel mondo in coppia, pena la trasformazione in un animale a scelta in caso di ostinata e reiterata solitudine.
Il titolo deriva dalla in fin dei conti incomprensibile scelta del protagonista di essere trasformato nel caso sfortunato in un’aragosta.

Fra serate tristi, erezioni imposte e orgasmi negati, punizioni crudeli ai trasgressori della castità e vere e proprie battute di caccia ai single “clandestini” che brancolano nel bosco circostante c’è materiale a sufficienza per tirare un mezzo sospiro di sollievo e augurarsi di non arrivare fino a questo punto dell’umanità.

Ma il punto è: e se ci fossimo già arrivati?

 

Futuro distopico o presente irrequieto?

Mi è capitato di recente di scorrere il profilo Instagram di una ex tronista di Uomini e Donne travolta a suo tempo da uno scandaluccio che però le valse una shitstorm di tutto rispetto che rese necessaria addirittura l’estrema misura di chiudere il profilo, oblio dei tempi moderni.
Dopo una decina di foto col pancione mi sembra di aver appreso che è incinta, per scovare il padre o il partner invece mi ci vuole un po’ di più, sembra quasi un dettaglio irrilevante nella narrazione gloriosa di un figlio come riscatto, come motivo (o pretesto) di felicità in barba a chi la avrebbe voluta depressa ai margini dello showbiz.
Come nel film di Lanthimos, nel quale alle neo-coppie che peccano di affinità vengono spediti dei figli perchè riportino o creino coesione, questa mi è sembrata una casistica di “figlio riparatore” che ricuce in extremis una coppia alla quale manca qualcosa, forse perché nata sui presupposti sbagliati, tra i quali certamente la fretta di sembrare felici senza premurarsi di esserlo davvero.

Alzi la mano chi di voi non ha mai incluso nei suoi film mentali riguardanti una cotta l’immagine di una foto sorridenti, le story in vacanza o al ristorante, chi non ha fantasticato su una didascalia tenera o sarcastica, sulla frase di una canzone da dedicare per il compleanno su Instagram.
I social in questo senso rappresentano un po’ l’hotel di Lanthimos dal quale si deve uscire in coppia, ipocritamente in coppia, anche tralasciando l’amore, sacrificando la felicità, con i single tristemente relegati ad una vita da sottobosco, materiale di caccia spietata da parte degli altri.

Lo scopo del gioco sembra trovare un match e trovarlo in fretta, per questo come Amy e Frank maciniamo minuti ed ore di patetici valzer di reaction e like, di flirt in chat standard che procedono per accoppiamento di gusti, come se la coppia fosse un’entità fondata sulla semplice affinità di interessi.
Se vi fermate un attimo a pensare, ciò che chiedete davvero a queste relazioni digitali non è di rendervi davvero felici, ma di aiutarvi a sembrarlo.

 

Un’insolita storia d’amore

Va notato comunque che incredibilmente in questo banchetto di cinismo e crudeltà, The Lobster è “un’insolita storia d’amore”, o almeno così dice il sottotitolo sulla copertina del dvd.


Non credo sia un caso però che il protagonista trovi l’amore, o qualcosa che gli assomiglia, solo fuori dall’hotel, in una ragazza tutto sommato anonima per bellezza ed intelletto che come lui vaga confusa fra una realtà che la vorrebbe in coppia a tutti i costi, ed un’altra che la obbliga a rimanere fedele solo a sé stessa, che la vuole completa singolarmente, come unità.
Inverosimilmente  un film come questo, che scivola facilmente sotto l’etichetta generica del distopico, parla anche della pazienza di amare, nuovamente o per la prima volta.
E’ un invito sibilato a non svendere il proprio cuore per un po’ di felicità simulata, nè a sacrificare una felicità autentica in virtù di un ideale di integrità, o di un timore ancestrale di perdere qualcosa a cui si tiene.
Io credo che a suo modo (cioè crudelmente e talvolta senza alcun nesso logico apparente) quello che questo film vuole insegnarci è che lo scopo non è uscirne in coppia, ma trovare qualcun altro disposto ad evadere con noi.

In caso contrario, fossi in voi non sceglierei un animale da allevamento.
Mi hanno detto che fanno una bruttissima fine.

Un abbraccio nei limiti del nuovo DPCM,
Francesca.

Francesca Cullurà

Francesca Cullurà

È laureata in Lettere all’Università di Firenze ma se la cava discretamente anche nella sacra arte del darsi l’eyeliner. I suoi interessi sono la letteratura, la Formula1 e il vecchio cinema italiano. È convinta di saper guidare meglio di molti uomini.

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