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Lo sciopero stroncato sul nascere

Lo sciopero stroncato sul nascere

Lunedì 20 gennaio 1997 decisi che era giunto il momento di fare uno sciopero.

Ero in Quinta Elementare ed avevamo alle ultime ore la lezione di Inglese. Non posso fare il nome della Signora Maestra con la quale, comunque, avevo un buonissimo rapporto. Non la vedo da tipo 23 anni e mi dispiace un po’.

Però in quell’ora aveva fatto qualcosa che per me rappresentava un’ingiustizia. Probabilmente non lo era, ma in quel momento secondo me sì.

Decisi quindi che andava sicuramente fatto uno sciopero. L’anima di Marx, Che Guevara, Mandela, Gandhi (insomma, un bel mix) s’impossessò di me e diventai il leader di questa baby-rivolta.

SCIOPERO! SCIOPERO!!!

I miei compagni furono quasi tutti convinto. Qualche crumiro c’era, ma lo avremmo poi convinto nel pomeriggio. La decisione definitiva fu quella di non andare a scuola il giorno dopo. Possibilità di successo: sottozero. Ma el pueblo unido jamás será vencido, hasta la victoria siempre. Purtroppo non avevo fazzoletti rossi disponibili da mettere al collo, sarebbe stata la ciliegina sulla torta. Ormai la strada era tracciata.

“Mamma, domani faremo sciopero, niente scuola!”

Questo dissi a mia madre che era venuta a prendermi. Mi aspettavo un “col cavolo” come risposta, invece mi disse “Va bene, tanto domani non vai a scuola!”. Giubilo! Domani niente scuola! Forse per non so quale motivo era d’accordo con la Rivoluzione e mi lasciava via libera. Perfetto. Però aspetta, perché domani non vado a scuola?

“Hanno chiamato dall’ospedale di Pisa, ti operano”.

Ah. Rewind: a 7 anni mi diagnosticarono un’ernia inguinale, pensavo di dovermi operare poco dopo, ormai avevo dimenticato questa situazione. Invece di punto in bianco fui convocato e stop, niente discussioni. Siccome sono un tipo poco emotivo, almeno, alle elementari non lo ero per nulla, mi misi a piangere, disperato, tipo melodramma napoletano, con mia Mamma imbarazzatissima ed i miei compagni di classe e le loro madri che mi guardavano sgomenti.

Avevo molta paura dell’operazione. Dovevamo partire nel tardo pomeriggio, il ricovero sarebbe avvenuto la sera, al Santa Chiara di Pisa, praticamente accanto a Piazza dei Miracoli. Arriviamo, siamo soli nella stanza, il benvenuto è il cartello col mio cognome in fondo al letto: BAGNIOLI.

Cominciamo bene.

Arriva l’infermiera, e Mamma le elenca tutte le mie allergie alimentari che sono tante (per esempio il pomodoro): “Stia tranquilla, nessun problema”.

Oh, menomale.

Arriva la cena: pasta al pomodoro.

Cominciamo bene/bis.

La mattina dopo è il momento degli esami: mi ricordo l’elettrocardiogramma con un’infermiera molto molto carina che tentai di conquistare con la mia simpatia, che però era forse oltre i limiti e quindi feci solo la figura dello scemetto.

Mi dissero che nel pomeriggio sarebbe venuto l’anestesista. Avevo ancor più paura. Ma che doveva fare, addormentarmi? Chi era, Giucas Casella? Mi avrebbe ipnotizzato? Aiuto.

L’anestesista non passerà e quel dubbio non verrà mai risolto. La sera aumentano in me l’incoscienza e la curiosità.

L’operazione è alle 8 di mattina, ma a causa di un incidente viene posticipato alle 11.

Aiuto.

Arriva la pre-anestesia. Me la fanno ed impazzisco, urlo “Assassini!” a caso, random. Entro in sala operatoria e faccio fratellanza con tutti, chiedo però dove sia il Dottor Claudio (nome inventato) che altrimenti non mi opero. Lui appare e mi rassicura.

Mi iniettano l’anestesia, sono in stato confusionale, tento ad un certo punto addirittura di mettermi a sedere ma bum, cado all’indietro. L’anestesia ha vinto.

Mi risveglio in camera verso le 13. Come prima cosa mando via mia Nonna paterna, così. L’operazione è andata bene, è durata 30 minuti, però devo stare quasi a digiuno, sono nervosissimo. Tento di essere gentile con i familiari ed amici che mi vengono a trovare, mi illudo che possa mangiare il mio gelato preferito ma non è così. Affamatissimo mi addormento non vedendo l’ora il giorno dopo di mangiare qualsiasi cosa.

Invece la mattina dopo ho la febbre: 37,3. Per fortuna mi passa subito, e assai lentamente inizia la ripartenza.

Cose che mi ricordo:

  • i miei Nonni paterni che nei giorni seguenti mi portano di nascosto il pranzo, buonissimo (quello dell’ospedale non era proprio da leccarsi i baffi, diciamo);
  • gli infermieri che si affezionano a me;
  • un Frate che passa il sabato pomeriggio in corsia, viene a salutarmi e mi prende male perché penso sia venuto per l’estrema unzione e non capisco visto che tutti mi dicevano che stessi bene;
  • il dramma della domenica mattina quando mi fanno il clistere, non ho il bagno in camera, non cammino ed ho i punti;
  • la domenica pomeriggio dove dal mio letto a voce nemmeno tanto bassa conduco il mio immaginario programma radio sulle partite di Serie A e la mia famiglia fa finta di nulla, forse per pietà.

Il lunedì mattina mi dimettono, torno a casa. Un’altra settimana di convalescenza e poi posso tornare a scuola.

A casa mi vengono a trovare dei miei amici e mi fa molto piacere. Devo fare dei controlli a Pisa, anche per togliermi i punti. Vado e c’è il Dottor Claudio mi dice che sono il paziente più simpatico che abbia mai avuto.

Che bello! Sono molto felice, è una sensazione di soddisfazione che mi accompagna per due mesi.

Fino a quando devo fare l’ultimo controllo a Pisa, a metà marzo, e c’è anche il dottor Claudio. Mi aspetto un “ehi, Nicolò, amicone mio!” ed invece nulla. Anzi, chiede al collega “Chi è lui?” parlando di me.

Ma come??? Delusione.

Certo, poverino, chissà quanti pazienti ha avuto, se dovesse ricordarseli tutti sarebbe stato inumano. Però il mio egocentrismo ci rimase un po’ male.

Mi è dispiaciuto quando ho letto sul giornale che il Dottor Claudio, bravissimo medico chirurgo, era morto. Quando mi ha operato era un po’ in avanti con gli anni, mi inventai per questo la scenetta in cui prima dell’operazione gli dissi di non tremare, visto che la zona era vicina a parti importanti, ecco. Non era vera, l’ho detta solo da bambino per far ridere (e ce l’ho fatta).

Insomma, mentre pensavo a scrivere qualcosa per l’articolo mi è tornato appunto in mente che son passati esattamente 23 anni da quell’operazione, un evento della mia vita che mi ha dato materiale ed è stata umanamente importante (ed anche per la mia salute, altrimenti non sarei stato operato).

Ma non vi auguro di subire un clistere con il bagno distante e notevoli difficoltà a camminare.

 

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Autore del Post

Nicolò Bagnoli

Nasce nel 1986, nel 2010 ha l'idea di WiP Radio di cui è il direttore, è quasi alto come Berlusconi, davanti ad un microfono può starci ore. Parlando, ovviamente.

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