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Il Lavoro secondo Roberta

Il Lavoro secondo Roberta

Il Lavoro secondo Roberta. Quarto articolo del blog L’Amico del Giaguaro, di Tiziano Arrigoni.

“E non ci venissero a parla’ di eccellenza che je tiro appresso er banco. Tanto ormai s’è capito come funziona ‘sto mondo: mica serve che lavorino trenta milioni de persone, ne abbastano tre, e un po’ di marocchini a puli’ uffici e cessi. Il paese deve funziona’ come n’azienda? E allora noi non serviamo, siamo solo un peso. Tre milioni de capoccioni, de gente che sa tutto e sa come mette’ le mani nei computer e nelle banche, e gli altri a spasso” .

Sintetica Roberta, allieva del prof. Marco Lodoli (sì, lo scrittore), periferia romana che non è più quella dei prati giallastri e spelacchiati di Pasolini. Incisiva, verrebbe voglia di dire più di certi dialoghi televisivi nei vari Porta a Porta, con campanelli e viacolvento che accolgono i vari ichini-brunetti che ci vogliono convincere che il “bene” sta in quello che ci ha portato direttamente in questa crisi che non sembra aver fine.

Uomini, mezzuomini e quaquaraquà: i tre milioni di eletti, i trenta milioni di nullafacenti o precari, i “marocchini” di varia provenienza, con gli ultimi due intercambiabili. Tanto ormai il “lavoro” non si chiama neanche più così, ma “occupazione”, alla faccia della Costituzione Repubblicana. Non un qualcosa di attivo che ci contraddistingue l’uno dall’altro con il nostro sapere, la nostra cultura, la nostra manualità, insomma la nostra umanità sociale, ma un altro “qualcosa” che ci permetta di “occupare” il tempo, magari in cambio di un modesto salario. Insomma come dice chi ha la pancia piena e talvolta il cervello vuoto: ma questi giovani cosa vogliono? Ci sono tante casse da scaricare all’ortofrutta… Altri con un pizzico di prurito reazionario da vecchia contessa ci vogliono convincere che “anche l’operaio vuole il figlio dottore” troppe lauree, signora mia, ma cosa vogliono questi giovani, avere una laurea in tasca e la coroncina d’alloro? O chi lo farà l’operaio? Oibò, solo i “marocchini”? O l’idraulico?

Salvo poi accorgersi che l’Italia è il paese con la minore percentuale di laureati fra i paesi industrializzati avanzati, il paese in cui fra venti anni scarseggeranno i medici (si parla di alcune migliaia), con i minori investimenti sull’innovazione e la ricerca, con fondi ridicoli stanziati per le professioni legate ai beni culturali, dove la creatività è ridotta a capriccio e l’istruzione innovativa a stravaganza. Insomma, tutta questa creatività, questa voglia di fare e di innovare non farà male alla salute del paese? Non sarà meglio farsi i muscoli all’ortofrutta?

lavoro

I “coraggiosi” che vogliono invece valorizzarsi e valorizzare il paese devono rassegnarsi a destini difficili, in una vita di perenne precariato e ricerca, degli eterni minorenni che non potranno mai emanciparsi, ossia degli eterni semiliberi. E allora resta la via dell’estero… Certo tutti sanno che il generico “estero” non ha le strade lastricate d’oro, ma sanno anche che in molte realtà la cultura e il saper fare pagano, che la creatività è ben accetta. In Australia, ad esempio, “non c’è la cultura del furbo” come ha dichiarato un nostro concittadino di Castelnuovo della Misericordia, emigrato così lontano, in un’intervista a Silvia Trovato su “Il Tirreno”, ossia una persona si sente legata ad un progetto di società senza sotterfugi, senza fraintendimenti. “Credevo in un cambiamento possibile e volevo dare un contributo a questa fiducia che avevo” dice il nostro “onesto emigrato in Australia”, ma quanti giovani possono dire oggi lo stesso, quanti si sentono legati ad un processo di cambiamento in Italia? Quanti fra quelli che hanno una preparazione elevata scelgono la via dell’estero non per migliorarsi, per avere occasioni, per la serie “viaggia, figlio mio, che conosci il mondo”, ma per necessità, per non finire in qualche call center… “Espulsi” forzati che producono ricchezza in altri paesi, mentre in Italia vanno avanti i figli di… i cugini di… le fidanzate di…

Sono queste ultime le persone che il futuro se lo sono comprato, che non hanno bisogno di inseguire pochi euro per comprarsi il futuro. E magari ci fanno la predica come il miracolato Elkann che ha detto che i giovani italiani non sanno cogliere le occasioni, proprio lui, figlio di, nipote di, bisnipote di, lui che la cosiddetta eccellenza se l’era già acquistata oltre un secolo fa. Gli altri invece li fanno correre dietro la palla di cencio come si fa con i cani, fanno credere loro che basti tagliare qualche auto blu (cosa sacrosanta, per altri versi) o che basti partecipare a qualche reality show. E allora, come avrebbe detto Virzì, ti rimane in gola un uovo sodo che non va né giù né su, un peso che spesso diventa insopportabile.

Tiziano Arrigoni

Tiziano Arrigoni

Massetano - follonichese - piombinese - solvayno, insomma della Toscana costiera, con qualche incursione fiorentina, Tiziano Arrigoni è un personaggio dalle varie attività: scrittore di storia e di storie, pendolare di trenitalia, ideatore di musei, uomo di montagna sudtirolese ed esperto di Corsica, amante di politica - politica e non dei surrogati, maremmano d'origine e solvayno d'adozione, ecc. ecc... ma soprattutto uno che, come dice lui, fa uno dei mestieri più belli del mondo, l'insegnante (al Liceo Scientifico "E.Mattei" di Solvay) e, parlando e insegnando cose nuove, trova ispirazione e anche "incazzature", ma più la prima, dai suoi ragazzi di ieri e di oggi.

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