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EP.23: L’ordine degli addendi

EP.23: L’ordine degli addendi

Qualche giorno fa ho scritto un messaggio. Per la verità era notte, dunque qualche notte fa. Uno di quei messaggi che si mandano ad una certa ora a difese mentali basse, quelli in cui si straparla e in fin dei conti si dicono cose trite e ritrite. Me ne sono vergognata moltissimo e infatti l’ho cancellato, adesso sotto il nome del destinatario appare la scritta “You unsent a message” , hai annullato l’invio di un messaggio. Sono parole scritte che non legge nessuno, i fantasmi della cibernetica per citare Calvino. Avessi potuto farlo anche nella vita reale, lo avrei fatto tante di quelle volte che forse adesso chi mi conosce mi ricorderebbe come una sordomuta.

Qualche giorno fa ho iniziato Dark famosissima serie targata Netflix (2019) che ha riscosso un meritato successo negli anni passati. Non l’ho ancora finita, dunque in questa sede non parleremo di Dark. E’ tuttavia una serie che pone le giuste domande a chi come me si limita a vivere facendosene sempre di meno, una su tutte riguarda la questione temporale: si può davvero tornare indietro nel tempo, o andare avanti? Su quale linea temporale? In questo universo o in un altro? E soprattutto, esiste una linea temporale o l’abbiamo stesa noi questa linea, perché così ci conveniva pensarla?
Sono domande a cui un fisico, un filosofo o un appassionato del settore vi risponderebbe tenendo un monologo di ore, alla fine cerchereste soltanto di divincolarvi dalla morsa del suo viaggio mentale e non ne ricavereste proprio niente di utile se non un solenne mal di testa.  Io per vostra fortuna non sono decisamente un fisico, la filosofia mi è sempre risultata ostica e nutro passioni ben più frivole di questa, sono un’umanista e ho letto libri a sufficienza per incatenarmi con tutta me stessa ad uno dei risvolti dei quesiti sopra proposti, ovvero: se potessi tornare nel passato, incontrarti prima che le cose nella vita prendano una certa piega, che cosa ti diresti?

Cambieresti qualcosa, o rifaresti tutto esattamente come prima?

 

Storia di un impermeabile giallo

Partiamo con una polaroid: è il 22 Novembre 1963, a Dallas hanno appena sparato in testa al presidente degli Stati Uniti J.F Kennedy durante un corteo, la folla confusa grida e si muove, tutti seguono una diagonale imprecisata verso il fulcro dell’evento, urlano e si agitano.
Tutti tranne una.

Quella ritratta in foto è una donna, l’hanno chiamata “Lady Babushka” in riferimento al copricapo similsovietico e l’età che dovrebbe avere, e soprattutto perché non è stato possibile identificarla diversamente. Lady Babushka non corre con la folla, cammina lenta, estrae una macchinetta fotografica e scatta qualche foto. Storia (o suggestione) vuole che i video della folla presente al corteo siano stati analizzati fotogramma per fotogramma dai Servizi Segreti nel tentativo di individuarvi complici, avamposti dei veri mandanti dell’omicidio del Presidente o tutt’al più testimoni utili, e che siano stati identificati quasi tutti i presenti  tranne lei, Lady Babushka. La suggestione comune che si è diffusa su questo enigmatico personaggio è che si tratti di una viaggiatrice del tempo, una donna venuta dal futuro, chissà per quale scopo, intrappolata per sempre nella pellicola del passato. Così appariscente, rimane avvolta nella coltre di mistero del suo impermeabile giallo, e a questo punto, vogliamo azzardare che il caratteristico impermeabile giallo che indossa Jonas, protagonista della serie di cui sopra, sia una sorta di riferimento cifrato?

 

Lo spirito del tempo

Quello che ci si sente di dire genericamente su Dark è che è in tutto e per tutto una serie a marcatamente tedesca a livello identitario. In essa si trovano infatti intrecciati saldamente alcune delle teorie dei più importanti esponenti filosofici tedeschi. Facendo un rapido name dropping si va dalla più che evidente teoria Nietzchana dell’eterno ritorno , alle Affinità Elettive di Goethe (del quale peraltro figura un passo letto ad alta voce da un personaggio nelle primissime puntate) e perché no, la teoria della predestinazione alla base del Luteranesimo.
A tal proposito, i tedeschi hanno un termine apposito, “zeitgeist” , letteralmente “spirito del tempo” (per i classicisti, s’intende il moderno discendente del “gaenius seculi” latino), per descrivere la sovrastruttura sociopolitica che dà l’impronta ad una certa porzione di storia. Questo nella declinazione scelta dalla filosofia materiale, gli spritualisti invece concepiscono una dimensione più intima dello Zeitgeist, valutandolo come un insieme di ciò che è “fatto e sofferto in casa, nella costituzione, nel temperamento, nella storia personale”[1] .
Perdonatemi amici filosofi la superficialità con cui passo su questi argomenti, ma ciò che volevo dire è che sostanzialmente lo zeitgeist spiritualista, calato in una dimensione più romantica (e nettamente più zuccherina) è quello in cui inciampiamo quando si apre una crepa nella nostra quotidianità e lascia passare gli spifferi del passato, la nostalgia.

[1] R.W.Emerson, Prose Work of Ralph Waldo Emerson

L’ordine degli addendi

Per alcuni di voi, come per me, la cantilena dell’ordine degli addendi è l’ultima cosa che si ricorda di un capitolo atroce di vita che entra sotto il nome di “matematica”: cambiando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia. Un dilemma scientifico-filosofico sul quale si accanisce una serie come Dark è quello importantissimo della connessione causale degli eventi, se davvero sia possibile modificare il presente modificando il passato, alterando anche solo un elemento di quella catena di cose fatte, o se in fin dei conti quelle cose troverebbero attuazione comunque, prima o dopo, e il risultato rimarrebbe invariato.
Se volete scoprire la risposta, guardate la serie o iscrivetevi a filosofia, se vi basta per adesso crogiolarvi nello spettro di possibilità aperto dalla domanda, eccone un aspetto pronto per voi: se tornaste indietro, se poteste davvero avere l’occasione di cambiare qualcosa nella vostra vita, lo fareste? O lascereste tutto invariato?
Quelli che non hanno rimpianti rispondono solitamente scrollando le spalle con l’espressione quieta “rifarei tutto”, quelli che si lasciano prendere dallo scrupolo del rimorso forse posti di fronte alla domanda risponderebbero come i primi, ma avendo già aperto l’armadio degli scheletri quel tanto che basta per ammettere almeno a sé stessi che qualche passo falso è stato commesso, che non tutto-proprio-tutto valeva la pena essere fatto, che talvolta ci si potrebbe anche essere fermati un passo prima, alla distanza di una parola, di un bacio, di un’ultima volta.
Forse la differenza nel rispondere sta nella cosiddetta “displicentia sui”  di cui parlava Seneca, la scontentezza di sé. Forse è la scontentezza del nostro presente che ci fa desiderare il tornare indietro e il modificare il passato, è il pensare il presente come un punto di arrivo di un percorso scelto male. E invece alzandosi sulle punte, seeing the bigger picture, ci si accorge che anche il presente fa parte di questa stessa catena, e domani sarà già passato. Viceversa, l’essere contenti di chi sé ci porta a considerare quanto fatto, anche di sbagliato, come un passo in virtù di un bene superiore, finale.
Però come si fa a non domandarsi come sarebbe andata se-? Se si potesse nella vita reale come nell’informatica, cancellare alcune parole, quanti di voi si ritroverebbero sordomuti?  Se quella volta invece di chiudere tutti i rapporti si fosse almeno provato a tenere aperta la porta, a forzare la serratura? Come sarebbe la nostra vita se i nostri fantasmi fossero ancora creature reali, presenti accanto a noi?
Chi saremmo grazie alla loro presenza, chi siamo diventati a causa della loro assenza?

Per questa volta, scelgo di non rispondere, la conclusione a questo episodio scrivetela voi, su voi stessi.
Un bacio estemporaneo,

Francesca.

Francesca Cullurà

Francesca Cullurà

È laureata in Lettere all’Università di Firenze ma se la cava discretamente anche nella sacra arte del darsi l’eyeliner. I suoi interessi sono la letteratura, la Formula1 e il vecchio cinema italiano. È convinta di saper guidare meglio di molti uomini.

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