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EP.7 Storie della buonanotte di bambine ribelli

EP.7 Storie della buonanotte di bambine ribelli

In medias res: oggi parliamo di tre film che parlano di donne, diretti da donne:
“Il giardino delle vergini suicide” (Sofia Coppola, 2000), “Mustang” (Deniz Gamze Ergüven, 2015) e “Piccole Donne” (Greta Gerwig, 2019).
Prima di iniziare a parlarne però, ecco una piccola premessa.

Il pippone femminista

Ah lo so cosa stai pensando, maschio alpha “rieccoci col solito pippone femminista”.
Se davvero lo stai pensando, virilissimo ragazzo, per prima cosa ti do il benvenuto nel nostro secolo, questo è il 2020, non il 1930, la tua opinione non solo è mal tollerata, ma anche tutto sommato irrilevante.
In seconda istanza sì, caro Maschio, questo articolo rischia in effetti di scivolare sul clichè del pippone femminista, ma farò del mio meglio per rimanere in equilibrio sulla trave.
Tuttavia, è importantissimo che tu non te ne vada, che proprio tu rimanga con me fino alla fine di questa pagina virtuale, perché tu riesca ad apprezzare una donna dietro la cinepresa tanto quanto apprezzi la donna sopra i fornelli, chissà che in fin dei conti non finisca per piacerti almeno uno di questi titoli (tranquillo, non diremo niente ai tuoi amici) .
Se davvero hai i coglioni, corri il rischio di cambiare idea.

 

Quattordici sorelle

Nel loro totale questi tre film propongono tre nuclei famigliari, quattordici sorelle, due matrimoni felici ed uno infelice, sei suicidi, quattro genitori e mezzo, una penna, un’auto e una lampada come uniche, ma formidabili, armi di ribellione contro un contesto storico, una società ed una famiglia che le vorrebbero accondiscendenti, diverse e inequivocabilmente infelici.

 

La penna

“Piccole donne” è un romanzo che tutte conosciamo ma che tuttavia credo abbiamo letto in una minoranza. Nel qual caso ve lo foste perso, vi invito caldamente a recuperare, è una storia di donne che ci riguarda tutte, e niente di ciò che ci riguarda può esserci del tutto indifferente.
Interpretare un classico non è mai un’impresa facile, è un gioco di equilibri fra il fuoco del remake azzardato che fa storcere il naso ai classicisti, e quello del remake troppo fedele che non trova il favore degli avanguardisti.
Tuttavia, una donna coraggiosa sa far fronte all’impresa ardua, Piccole Donne è valso alla Gerwig sei candidature all’Oscar (della quale una a “miglior regia”, unica donna nel mosaico dei candidati), due ai Golden Globe, e cinque ai BAFTA. Una delle candidature all’Oscar riguardava quella di Saoirse Ronan, che nel film interpreta Jo, una delle sorelle, a migliore attrice protagonista.
Il personaggio di Jo è quello alla quale sono sempre stata affezionata e quello che più incontrava la mia simpatia proprio per quell’indocilità che la caratterizza e che le varrà qualche screzio con le sorelle e la perdita di qualche rapporto, ma rappresenta anche la conditio sine qua non del suo coraggio, della sua bontà d’animo e della sua chiarezza d’intenti. Jo gode di un cuore indomito e di una lingua lunga che a fatica riesce a tenere il passo con i suoi pensieri, e forse proprio per questo sente il bisogno di metterli per iscritto, di affidarli al silenzio paziente della carta.
Ma soprattutto, dimostra con chiarezza la falsità della retorica che vuole l’amore come unico momento importante della vita di una donna.
Il suo percorso passa attraverso molte rinunce importanti ma mai quella alla propria passione, vincolo inscindibile per la sua felicità. Jo è un personaggio antico e moderno, come tutti i classici, dialoga con ogni epoca e continua a suggerirci, anche nella nostra che a prima vista sembra lontana da quella ottocentesca ma che continua a propinarci programmi televisivi in cui uscirne fidanzate è ciò che conta,che una donna può vivere anche solo per sé stessa e per la propria passione.

 

L’auto

l titolo del film, “Mustang” in realtà non si riferisce all’omonima auto, ma a quella meravigliosa specie di cavalli indomiti. Dotate di lunghissime criniere capaci di instillare in qualsiasi ragazza il desiderio di non tagliarsi più i capelli per i prossimi venticinque anni, le protagoniste di questa storia sono cinque sorelle turche adolescenti che si ritrovano a sperimentare i desideri e i dubbi di qualsiasi adolescente del mondo, in un contesto sociale che le vorrebbe sposate il più presto possibile, dedite alla cura della casa e ai figli, non certo spettatrici ad una partita di calcio. Ciascuna di loro fa i conti diversamente con la privazione della propria libertà, per alcune il percorso tracciato è quello che comunque avrebbero percorso, altre raggiungono un compromesso, per altre ancora questo è del tutto inaccettabile.
Per una di queste nella fattispecie, la piccola indomabile Lale (che in turco vuol dire “tulipano”) un giovane ragazzo che le insegnerà a guidare sarà il primo assaggio dell’indipendenza che anela, si rivelerà la base per una fuga maldestra ma comunque possibile, e il mezzo che la condurrà verso una nuova vita.
Potrei dissertare ore sul valore che ha l’auto come simbolo di indipendenza e libertà nella mia vita, ma scelgo di rendervi partecipi di una perla di brillantezza femminile regalatami dalla mia migliore amica quella volta in cui si è comprata la sua prima macchina, dopo averne viste altre:

“La macchina è come l’abito da sposa: quando hai trovato quella giusta te lo senti.”

 

La lampada

“Il giardino delle vergini suicide” è un film datato 2000 che porta la firma di Sofia Coppola il cui intento, ad una seconda visione mi pare adesso del tutto chiaro: dimostrare che di verginità si muore.
Le biondissime sorelle Lisbon, sfilano circondate da un’aura angelica e misteriosa per i corridoi del liceo che frequentano e nel quale insegna il loro stesso padre, nessuno le conosce davvero, nessuno le ha mai avvicinate, al massimo spiate. Oggetto delle fantasie di tutti e dell’impegno concreto di nessuno, vivono recluse in casa e nei loro abbottonatissimi vestiti sotto gli occhi vigili dell’arcicattolica madre che le vuole educate, cortesi, avvezze nei mestieri di casa e senza alcun dubbio caste.
Le cose subiscono una svolta quando per la prima volta viene concesso loro di ospitare una festa a casa, che come molte altre feste finirà per rivelarsi assai triste.

Il lieto evento è il mancato suicidio di Cecilia, la minore delle sorelle, che vi partecipa ornata di braccialetti tenuti insieme con lo scotch sopra alle bende che le fasciano i polsi e l’entusiasmo di Melania Trump ai comizi del marito. Qualche palloncino qua e là, pochissimi invitati, una ciotola di succo di frutta su un tavolo all’angolo, poca musica in sottofondo e poi l’arrivo di un invitato particolare. E’ Joe, un ragazzo down dal sorriso parentetico che a “testa o croce” sceglie sempre testa e canta a comando una canzoncina buffa per gli invitati.
Quello che succede successivamente è che Cecilia, satura dalla tristezza che solo certe feste tristi sanno instillare, si alza, si reca in camera, apre la finestra e si butta di sotto finendo infilzata alla ringhiera del giardino.
La colpa ovviamente, è della ringhiera.
Verrà rimossa il giorno dopo e con lei il ricordo di questo brutto incidente.
Se questo è il passo di lato adottato da Cecilia per sottrarsi alla promessa d’infelicità che è la sua vita, quando le cose si complicano per le sorelle queste decidono di resistere, aggrappandosi con tutte loro stesse a quel che resta della loro esistenza. Private anche dell’ultimo spiraglio di libertà trovano il modo di dialogare col mondo esterno tramite una lampada che accendono ad intermittenza, il messaggio racchiuso nei bagliori verrà poi decriptato da un gruppo di ragazzini innamorati e rigorosamente non corrisposti.
Il destino prescriverà loro illacrimata sepoltura, come preavvisa il titolo del film, ma l’ultimo atto di questa storia di incompresa ribellione regala dei passaggi di puro rock ‘n roll, dall’invenzione della lampada al dialogo clandestino fatto di canzoni d’amore dedicate da e ai ragazzi tramite una cornetta del telefono.

Si sintetizza in loro la forza sovraumana di miliardi di altre storie di oppressione che donne di tutte le società, anche della nostra che io mi sforzo di pensare come civilissima, vivono e subiscono ogni giorno.
Questi film sono pensati per- e ispirati a- tutte le donne che si ribellano, anche quelle le cui ribellioni poi finiscono per naufragare, anche a quelle che alla fine perdono.
Da parte mia, sappiate che nessuno dei vostri sforzi è vano.
Continuate a lottare.

Francesca Cullurà

Francesca Cullurà

È laureata in Lettere all’Università di Firenze ma se la cava discretamente anche nella sacra arte del darsi l’eyeliner. I suoi interessi sono la letteratura, la Formula1 e il vecchio cinema italiano. È convinta di saper guidare meglio di molti uomini.

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