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I muri raccontano storie

29 Luglio 2020 Archendipity, BLOG
I muri raccontano storie

Capita che, passeggiando in un paesino di montagna, tu veda uno strano volto emergere dalle mura di un mulino…
La pietra prende vita, ti osserva e tu ti chiedi chi sarà mai…

Ogni popolo e cultura sulla Terra ha le proprie storie, tradizioni, miti e credenze legate a mostri, creature leggendarie e animali fantastici.
Sono echi ancestrali di culti pagani, un mondo di mezzo, un qualcosa di fantastico che sta fra il sacro e il profano, popolato da creature dalle mille forme.
Personaggi che in una data cultura e in un determinato momento storico sono stati creduti esseri reali, quindi effettivamente esistiti.
Sul limitare di Emilia e Toscana, questo personaggio che spunta sulle mura di alcuni edifici è chiamato Margolfa.

Chi è la Margolfa?

Questa donna si credeva che vivesse in prossimità dei villaggi. Si poteva riconoscere perchè era alta in maniera spropositata e vestiva di una grande sottana dove nascondeva i bambini che si comportavano male… non vi fa paura già così?

Ma la Margolfa non serviva a spaventare i piccoli, bensì gli adulti, poichè conosceva tutte le malefatte, gli inganni e le brutte azioni di ogni persona.
Si nascondeva infatti sotto le finestre e ascoltava tutto quello che si diceva in casa ed era pronta a ripetere ai quattro venti quello che sentiva con il suo tremendo vocione.
C’era una maniera sola per difendersi da questa donna : recitare il Rosario e farsi il segno della croce.

 

Perchè la Margolfa appariva dalle mura del paese?

Il primo giorno di marzo a Fiumalbo si soleva recitare una filastrocca scacciaiella che recitava così :

OGGI ENTRA MARZO,
CREPA LA TERRA,
SORTE LA BEGA DA SOTTOTERRA,
DIO CE SALVI DALLA BEGA,
DALLA STREGA,
DALLA FEMMENA MANDREGA,
DAL CAN RABIOSO
E DAL OMMO INVIDIOSO.

 

D’altra parte, in mezzo a queste mostruosità,  la Margolfa poteva certamente difenderci!
La sua testa scolpita sui cantoni e sui muri delle case, avrebbe sicuramente tenuto alla larga la femmina mandrega e tutte le altre paure che popolavano le montagne, i boschi, i laghi ma soprattutto le lunghe nottate buie.

Le origini.

Il nome Margolfa deriva dell’antico nome germanico Markulf, composto da mark, “confine“, e wolf, “lupo“. Significa “colei che custodisce i confini” ed in effetti le teste apotropaiche avevano proprio la funzione di “proteggere i confini” della casa dai pericoli esterni!

La parola “ apotropaico” deriva dal greco “apotrepein” che significa “allontanare”, ma allontanare  nel senso di tenere lontano il malocchiogli spiriti cattivi o altre entità negative come il diavolo.

Per  questo motivo, su tutto il crinale appenninico (e in molti altri luoghi d’Italia), era tradizione scolpire volti di pietra, più o meno rozzamente ma con una certa arte,  delle teste di persona che poi venivano collocate sulle facciate delle case, su architravi, focolari, fontane , muri delle piazze.

L’utilità dei volti di pietra.

La pietra è considerata sacra perché il suo processo di trasformazione ed erosione non è visibile dall’occhio umano, che la percepisce al contrario come immutabile, eterna, non soggetta all’azione del tempo: essa si contrappone pertanto agli altri elementi del paesaggio, vegetali, animali o atmosferici, soggetti a mutamenti ben più rapidi e vistosi.

I volti di pietra dovevano servire a tenere lontano persone, animali, spiriti che potessero avere un qualunque influsso negativo sull’edificio e i suoi abitanti.
Si spiega così la generale inquietante bruttezza o mostruosità di molti esemplari che svolgono, in tal modo, la funzione omeopatica di combattere il male con le sue stesse armi.

Una specie di arte nera, un talento dell’emozione e non della ragione.
Un ‘arte utilitaria come quella africana che determina la sua bellezza nella misura della sua utilità, della sua funzionalità:
le maschere litiche, non devono essere belle ma, piuttosto, raggiungere lo scopo per cui sono realizzate e cioè, allontanare il male e propiziare il bene.

Le maschere a differenza delle normali opere d’arte, non hanno un valore proprio: staccate dal contesto nel quale svolgono la loro funzione, queste opere non valgono nulla, sono manufatti di scarso valore.
Sono troppo legate alla costruzione, sia per ciò che rappresentano sia per il modo in cui sono realizzate, perché si possa separarle lasciandole come cosa a sé.

Sono l’estroflessione  dell’anima complessa dell’edificio e dei suoi abitanti. 

Perchè siamo un tutt’uno con ciò che abitiamo, siamo un cumulo di energie che coabitano e combattono mischiandosi al resto del mondo.

 

 

Autore del Post

Gaia Vivaldi

Classe ’76, Gaia è uno di quegli architetti a cui piace usare le mani per smontare, costruire, colorare… sperimentando l’effetto della concretezza sull’emotività. In instabile equilibrio sull’orlo del caos, alla perenne ricerca di sintomi di bellezza e benessere ovunque essi si incontrino (o scontrino).

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