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I due problemi dell’epistemologia nel ‘900

epistemologia

Partiamo dall’inizio: l’epistemologia è la disciplina che, in sostanza, studia i limiti della conoscenza scientifica, indagandone le strutture logiche, le metodologie e i fini. I due secoli antecedenti al ‘900 avevano lasciato importanti questioni insolute, delle quali si fece carico, fra gli altri, Karl Popper. Il filosofo austriaco naturalizzato britannico tentò di risolvere quelli che al tempo venivano considerati i due problemi fondamentali dell’epistemologia: il problema dell’induzione, chiamato da Popper «problema di Hume», e il problema della demarcazione, chiamato invece «problema di Kant».

Il problema dell’induzione (del quale abbiamo già parlato qui) consiste nel non poter dare una giustificazione logica all’inferenza con la quale avviene il passaggio da asserzioni particolari a conclusioni universali. Ad esempio, per quanti cigni bianchi si possano vedere, non si è autorizzati, almeno dal punto di vista logico, a concludere che tutti i cigni siano bianchi.

La questione è evidenziata in modo brillante da Hume, il quale suggerisce una soluzione psicologica, secondo cui, pur non potendo razionalmente apprendere dall’esperienza, l’uomo sia naturalisticamente portato ad apprendervi psicologicamente. Il filosofo scozzese introduce, in tal senso, il concetto di abitudine proprio per giustificare la tendenza dell’essere umano a imparare dall’esperienza pur essendo priva di reale fondamento logico.

Dopo Hume si è continuato a cercare un principio logico dei processi induttivi, i quali, essendo presenti nella scienza, avevano bisogno di ben più che una spiegazione psicologica. Ad esempio Schlick, il fondatore del Circolo di Vienna, cerca di risolvere questa contraddizione assumendo che le leggi naturali non siano asserzioni scientifiche vere e proprie, ma piuttosto delle regole per la formazione e la trasformazione di asserzioni, ragione per la quale queste leggi non devono essere giustificate su basi logiche.

Karl Popper, importante esponente dell’epistemologia novecentesca

Il problema della demarcazione fa riferimento invece alla difficoltà di trovare un criterio che separi asserzioni (o sistemi di asserzioni, teorie) scientifiche da asserzioni non scientifiche, o pseudoscientifiche. Gli esponenti del Circolo di Vienna e Wittgenstein propongono come criterio di demarcazione il principio di verificazione, ossia il principio in base al quale una proposizione, o teoria, è scientifica solo se può essere provata attraverso esperienze precise e controllabili. In poche parole, un’asserzione è scientifica se è riducibile a enunciati osservativi.

Il fatto è che, identificando il criterio di demarcazione con il criterio di significanza, i neopositivisti non demarcano tanto la scienza dalla non-scienza, quanto la scienza da tutto il resto, da quello che chiamano «non senso». Invero, in base al principio di verificazione, quale criterio di significanza, tutte le asserzioni sono riducibili a tre tipi di enunciati: quelli empiricamente veri o falsi, in base alla loro riduzione o alla loro contraddizione con gli enunciati di esperienza; quelli logicamente veri o falsi, rispettivamente le tautologie e le contraddizioni; quelli «metafisici» che, non essendo riducibili né alla logica empirista né alla logica formale, sono completamente privi di senso.

Ovviamente il principio di verificazione porta con sé numerosi problemi, sia di carattere filosofico che di carattere epistemologico, tra i quali proprio il problema dell’induzione. Infatti le leggi di natura non possono essere verificate in modo conclusivo. Consapevoli di questo problema, i neopositivisti spostano la loro tesi, nel giro di qualche anno, da un principio di verificazione completa a un principio di verificazione parziale, basato sulla conferma a un certo «grado r» delle teorie. La diretta conseguenza è che le leggi di natura passano da uno status in cui sono vere in assoluto a uno in cui sono vere in relazione a quel «grado r».

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