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Nulla è inevitabile tranne la morte e le tasse

nulla è inevitabile tranne la morte e le tasse

Nulla è inevitabile tranne la morte e le tasse

Forse Daniel Defoe potrebbe essere stato il primo ad utilizzarla, ma è Benjamin Franklin ad essere indicato come creatore dell’espressione “nella vita nulla è inevitabile, tranne la morte e le tasse”.

A questa pensavo l’altro giorno, mentre racimolavo tutti i fogli e foglietti da portare al commercialista per la dichiarazione dei redditi. E se qualcuno di voi se lo stesse chiedendo, la risposta è sì. Sono consapevole del fatto che in Italia l’onestà di tale denuncia viene considerata una forma (blanda?) di demenza, e che quello che si manifesta agli umili e ai poveri non è Dio, come vuole farci credere Papa Francesco, bensì il fisco.

Comunque, proprio in tale (triste) frangente, mi è tornato alla mente un film famosissimo, in cui, insieme all’abusato binomio amore – morte, si accenna un simpatico parallelismo tasse – morte, appunto. Sto parlando di “Vi presento Joe Black”, pellicola cult del 1995, costata uno sproposito, circa 90 milioni di dollari, senza che sia stata applicata alcuna particolare tecnologia.

La trama

William Parrish è un magnate delle telecomunicazioni, padre di due figlie: la primogenita Allison, iperattiva organizzatrice di eventi, e la più piccola (e prediletta) Susan, medico ospedaliero. Sta per festeggiare il suo 65esimo compleanno, ed è in un momento un po’ confuso della propria vita e del lavoro. Un’impresa molto più potente vuole incorporare la sua, e a questa ipotesi è favorevole anche il suo braccio destro, il giovane Drew, fidanzato proprio con Susan.

Nel corso di una cena, suona alla sua porta un bel ragazzo biondo che, senza convenevoli, gli comunica di essere la Morte, e che ai commensali si presenterà come “Joe Black”. La Morte è dunque giunta a prenderlo, ma non prima di aver carpito i segreti sulla vita e sull’amore tanto decantati dallo stesso William, ed impartiti con abnegazione alle sue figlie.

I due affronteranno questo viaggio che durerà il tempo giusto per entrambi: Joe potrà conoscere l’amore (la bella Susan catturerà totalmente la sua attenzione) e il burro di noccioline, e William avrà tempo di mettere a posto le cose e dire addio, regalo di importanza non trascurabile.

Il commento

Martin Brest ha ripescato un successo del 1934, “La morte in vacanza”, diretto da Mitchel Leisen (e tratto dalla favola tragica di Alberto Casella), con Friedrich March che vestiva i panni, poco invidiabili e non semplici da indossare, della Morte, in vacanza sulla Terra, e sconvolta a poco a poco dalla bellezza e dall’amore. Perché ne riconosceva, rovesciata di senso, la sua stessa potenza di fuoco eterna.

Ad essere precisi, in “Vi presento Joe Black”, la Morte decide di calzare il corpo (avvenente) di uno sventurato investito da un’auto, come fosse un abito, in modo da potersi confondere fra i mortali. Sceglie come guida, quasi novello Virgilio, il saggio Parrish che sta per morire: dunque, perfetto per la missione, prima che questa lo porti con sé in un aldilà che nel film non viene quasi mai nominato. La Morte si presenta significativamente con un appellativo “oscuro”, che unisce il nero delle tenebre al nome anonimo per eccellenza, quasi a dire che essa non ha volto, e quindi per questo ne ha moltissimi.

Durante il tragitto in cui capricciosamente pretende di essere guidata, questa bizzarra figura si ritrova a scoprire un’esistenza sensibile fatta di valori e dissapori, un’esistenza in cui a volte si riesce anche a vivere un Amore capace di far sognare. L’angelo cupo e malinconico può addirittura innamorarsi, tra un consiglio di amministrazione e una conversazione nella sontuosa biblioteca del morituro, della sua figlia preferita. Interpretata da una bellissima Claire Forlani, che ha gli occhi coi cristalli liquidi sempre sul punto di infrangersi (e son fastidiosissimi, perché quasi tutti in questo film hanno gli occhi azzurri).

Cappuccio, mantello, falce, volto terreo, bianchissimo. Così ce la siamo sempre immaginata, complice soprattutto l’iconografia dal Medioevo in poi. Qui, invece, la Morte ha il volto Brad Pitt, che sembra più che altro averlo fatto lui, un patto con la morte, dimostra almeno dieci anni in meno. Onnipotente e affascinante, ma anche disorientato e goffo con quel completo beige un po’ grande (ed entusiasta mentre per la prima volta si siede su un letto). Magistrale Anthony Hopkins, il cui personaggio è scosso dalla conoscenza della data della propria morte: se ne rattrista, senza però mai disperarsi. A malincuore, il suo Parrish attraversa gli ultimi giorni che gli restano senza remore, conscio di lasciare sulla terra una grande eredità, non (solo) materiale, ma soprattutto morale: i valori, l’amore sacrale per la famiglia, la fedeltà.

La pellicola deve molto del suo fascino alla polvere di stelle di Lubezki per la fotografia, all’ottimo Thomas Newman per le musiche, a Dante Ferretti per le scenografie. Quest’ultimo, in particolare, ha progettato e realizzato l’enorme piscina in una ex armeria di Brooklyn, che vanta dimensioni reali ed è perfettamente funzionante. Intorno, una villa immensa, libri antichi, abiti di sartoria, Kandinsky alle pareti e servitù perfetta. Non bastano per fare un gran film, ma per un discreto spettacolo sì.

Amore – morte – tasse

La battuta probabilmente più conosciuta del film è:

Lo so che ti sembra smielato, ma l’amore è passione, ossessione, qualcuno senza cui non vivi. Io ti dico: “Buttati a capofitto! Trovati qualcuno che ami alla follia e che ti ami alla stessa maniera! Come trovarlo? Beh, dimentica il cervello e ascolta il cuore. Io non sento il tuo cuore. Perché la verità, tesoro, è che non ha senso vivere se manca questo. Fare il viaggio e non innamorarsi profondamente, beh, equivale a non vivere. Ma devi tentare perché se non hai tentato non hai mai vissuto.

Forse, un po’ troppo aforisma da romanzo rosa, specie se avvicinata ad altre, ugualmente poco credibili: “Voglio che tu canti con rapimento e danzi come un derviscio”. Il personaggio di Susan si fa portavoce di tutto il pubblico quando ribatte: “Dimmelo di nuovo, ma stavolta la versione breve”.

Ad ogni modo, di Amore e Morte ha parlato, scritto, cantato, ballato, recitato, dipinto, rappresentato, favoleggiato, scolpito praticamente chiunque. E, anche qui, si narra lo struggimento di un amore impossibile. Fra lo Straniero per eccellenza, e la bella inconsapevole, quasi una versione moderna della coppia mitologica Ade e Proserpina. Eros e Thanatos non sono altro che gli opposti principi che reggono tutto il cosmo: l’uno principio di Vita, l’altro di Morte. Entrambe pulsioni essenziali, l’una costruens, tesa verso la conservazione, l’altra destruens, tesa verso la decadenza.

Scrisse (e ne cito uno su tutti) Pavese nei suoi “Dialoghi con Leucò”, che Orfeo, nel mondo dei morti, finì per trovare non già l’amore, ma qualcos’altro, forse di ancora più prezioso. Finì per trovare se stesso. Proprio come il nostro Joe Black, che ridimensiona l’onnipotenza: nella sua lotta interna fra un egoismo congenito e una coscienza nascente, suo malgrado si spezza, e comprende che amare è lasciar andare nonostante tutto.

Un altro tassello godibile su questo filone. Insomma, come si dice, “chi più ne ha, più ne metta”. Anzi, per tornare ai miei iniziali fogli e foglietti, a questo punto mi sembrerebbe più calzante il “chi più ne ha, più ne detrae”.

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