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Paolo Mieli, la Storia di tutti

Paolo Mieli, la Storia di tutti

Quando ho avuto la fortuna, per questioni di lavoro, di incontrare il direttore Paolo Mieli, mi è successo quello che spesso accade all’innamorato che vuole ben figurare al primo appuntamento: mi sono sforzato di dare la migliore immagine di me, la più brillante, opportuna e cordiale possibile, ma, intontito dalla contentezza di trovarmi di fronte un vero maestro, sono finito, credo, per restituire una mia versione impacciata, terrorizzata, falsa, borbottante, forse addirittura comicamente mondana, impregnata di un savoir faire da geometra Calboni. Meglio sarebbe stato cercare di essere un po’ più naturale, senza voler fare il fenomeno, ma tant’è. In ogni caso l’intervista pubblica in sé – quella la circostanza dell’incontro – andò bene, fu una bella serata, riuscita, e questo certo non lo dico io, ma i miei genitori e anche mia nonna che l’ha vista poi su Youtube e non mi ha riconosciuto. Al di là di questo, in quelle poche ore passate con Mieli con le mani che mi tremavano, la salivazione azzerata e continue apparizioni del generale Wallenstein sul campo di Lutzen, riuscii comunque a consolidare una delle più significative impressioni che mi ero fatto sul direttore seguendolo in televisione, e cioè quella di una persona che tiene alla semplicità nel porsi e nell’affrontare le cose. Una semplicità, quella mieliana, che si declina, penso, in due modi: primo, nessuna remora a mostrare, per quanto in modo garbato e misurato, di gradire l’affetto del pubblico, del grande pubblico, in barba ad ogni chicchissimo atteggiamento eremitesco; secondo, la volontà di rendere la Storia qualcosa di per quanto possibile accessibile – per quanto possibile -, indagandola e raccontandola ogni volta come mettendosi quasi tra il pubblico, dalla parte di chi ricomincia da zero, curioso e attento. E penso che abbia a che spartire con entrambi i versanti l’attenzione che, mi pare, il direttore riservi a non utilizzare mai un linguaggio eccessivamente forbito, difficile, oscuro, questo senza ovviamente banalizzare o scadere nella faciloneria.

Tali caratteri credo emergano bene in Passato e presente, il bel programma di Rai Storia che porta quotidianamente il direttore e i suoi graditi ospiti – storici affermati e storici emergenti – nelle case degli italiani. Un felice prodotto divulgativo che affronta con chiarezza, passione, gusto del dubbio e dell’aporia i più svariati temi della Storia, catturando un pubblico ampio e vario. La semplicità, o, meglio la volontà della semplicità del direttore Mieli credo si imponga soprattutto nelle sue domande al professore di turno. “Ma perché Agamennone fa questa scelta? Cos’è, uno sprovveduto, un pazzo, uno che non capisce le cose?”: spesso lo si sente domandare in questo modo, e non sono tanto le domande sue, ma della gente che ascolta a casa, magari non troppo istruita, non espertissima delle cose del mondo, della politica, della Storia, ma volenterosa di capire e conoscere, anche per via di quel suadente vescovile anchorman che non li spaventa, anzi li accoglie fino a farsene quasi portavoce. In casa Mieli la Storia è di tutti, nel senso che è di tutte le persone che vogliano avvicinarsi alla materia, e che quindi meritano apertura e accoglienza, non pedanteria e settarismo. Questo ovviamente senza mai rinunciare alla complessità e all’approfondimento dai quali un’indagine storica seria non può prescindere.

Ma se si parla di Passato e presente, non si può ignorare una piccola e truffautiana scheggia impazzita, un gioco che il direttore Mieli si concede nel finale quando passa alle conclusioni. Ed ecco che, calato il sipario sulla puntata e rimasto solo a tu per tu con il pubblico, Mieli si cimenta in quelle che definisce conclusioni ma che in realtà tali non sono. Nessuna particolare sintesi dei contenuti ascoltati nei quaranta minuti precedenti, nessuna morale, nessuna tirata di somme. Invece, ecco che il conduttore, concludendo, propone un aneddoto, una curiosità, una monografia lampo su un personaggio appena lambito nel corso della discussione. Del resto pretendere di piazzare questa o quella pietra tombale sarebbe quantomai irrituale vista la posizione – tra il moderatore e il discente – con cui il direttore, come detto, affronta il dibattito; rimane l’obliquità, tutt’altro che spiacevole, di queste conclusioni non conclusioni, che impreziosiscono il format con un tratto di imprevedibilità a cui volentieri ci si abitua.

Per queste e altre ragioni, Passato e presente e il direttore Mieli meritano rispetto e ammirazione, e uno straordinario e meritato omaggio sarebbe una rispettosa parodia della trasmissione, in cui Mieli – che, persona dall’ironia felpata, penso gradirebbe – non potrebbe essere impersonato da nessun se non da un altro fuoriclasse planetario: Max Tortora, 250 centimetri di talento puro. “E ora passiamo alle conclusioni. Abbiamo parlato della caduta del Muro di Berlino del 1989. Ebbene quell’anno una mia cugina di Brescia prese una lavatrice di quelle che vanno incassate nella parete. Inclusa nel prezzo c’era l’installazione da parte degli operai. Non sono mai venuti così un anno dopo se l’è rivenduta…”.

Niccolò Re

Niccolò Re è nato a Sarzana nel 1986.

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