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EP.31 Conoscersi in una situazione di difficoltà

EP.31 Conoscersi in una situazione di difficoltà

C’è una scena a cui penso spesso, viene da un prodotto culturale solitamente sottovalutato da quanti come me vantano lauree inutili e passioni malsane per film molto vecchi, ovvero un film di Checco Zalone. Nella scena in questione Checco si trova in macchina con degli emo che si soffrono e ascoltano musica triste e ne indaga in maniera ironica il nesso causa-effetto. Ecco, come gli emo (a proposito, che fine hanno fatto gli emo?) che ascoltano musica di merda perché soffrono, o forse soffrono perché ascoltano musica di merda, io mi chiedo se la mia tristezza sia causa o effetto dei miei altrettanto complessi gusti cinematografici e seriali.

Oggi ho scelto di parlarvi di una serie che del cupo, triste e malinconico ha fatto la sua cifra preponderante: Normal People (Sally Rooney, Alice Birch, Mark O’Rowe, 2020) .
La serie si ispira all’omonimo romanzo di Sally Rooney che da addetta ai servizi bibliotecari ho visto entrare ed uscire dalle scatole di quarantena senza mai riposarsi un giorno sugli scaffali, passare rapidamente di mano in mano, di lettore in lettore.
Premesso ciò, per quale motivo dunque qualcuno di voi dovrebbe guardare questa serie, col rischio di incupirsi, intristirsi e rivalutare ogni situazione affettiva del proprio storico a partire dalla relazione platonica col fidanzatino delle elementari?
E’ una domanda più che lecita, e la risposta è una ed una soltanto.
Perché è incredibilmente toccante.

 

Non il solito teen drama

Con ciò non intendo dire che le il modo in cui la serie tocca lo spettatore sia sempre in positivo, ma ciò che credo è che anche se questa serie ad un certo punto dovesse ferirvi o farvi davvero male, se  vi capitasse di piangere, sarebbe comunque il segno positivo che avete ancora un cuore e una buona capacità di sentire le cose.
Normal People è la complessa storia d’amicizia e d’amore di due giovani ragazzi irlandesi, Connell e Marianne, seguita in un arco temporale che va dalla fine degli anni del liceo a quelli dell’università vissuta da entrambi al Trinity College di Dublino. Già il setting irlandese svolge parte del lavoro di incupimento scenografico della serie, scordatevi i tramonti mozzafiato tipici dei teen drama, aspettatevi invece cieli grigi a contorno di romantiche passeggiate, spiagge ventose, ed acqua che batte perennemente sui finestrini.
Aggiungeteci poi che i nostri due protagonisti fanno i conti perennemente con una comune angoscia dello stare al mondo che subisce declinazioni diverse: la depressione per Connell, i traumi connessi all’esperienza delle violenze domestiche da parte di lei.
E benché non sempre la questione venga approfondita o esplorata a dovere (soprattutto per quanto riguarda Marianne, sul cui personaggio la sceneggiatura sembra aver osservato una minore indulgenza rispetto a quello di Connell) è resa allo spettatore ben manifesta, così come viene chiarito come talvolta questo genere di vissuti personali siano di impedimento a due persone che si amano nel formare propriamente una coppia.

Connell e Marianne

Del personaggio di Connell non ci si può non innamorare. Le sue espressioni tenere, i suoi occhi azzurri su cui la telecamera indugia spesso e volentieri (ex aequo con quelli marroni di Marianne: talvolta grande parte del dialogo all’interno delle scene è costituita dai soli sguardi dei due), le sue paure. E’ chiaro che fin da subito gli vogliamo bene, e che, sbagliando, gli perdoneremo comunque quella vigliaccheria tipicamente maschile che ferirà Marianne. Galleggia in un percorso involutivo a moti ondosi regolari verso la scoperta di sé stesso e dei propri limiti, quello che troviamo alla fine è un Connell del tutto differente da quello del primo momento.
Marianne è invece un personaggio che ci rimane più oscuro, in virtù di una maggiore complessità probabilmente. Prima della scuola per intelletto, sagace e riottosa in classe, subisce in casa le angherie del fratello alcolizzato e assolve la madre muta cieca e sorda di fronte a queste. Per lo più la vediamo farsi male in tutti i modi possibili ed immaginabili: mettendo il suo cuore senza remore nelle mani tachicardiche di Connell, ingaggiando relazioni improbabili, avvicinandosi sessualmente agli ambienti BDSM, rimanendo sotto il tiro del fratello e della madre a viso aperto ed occhi serrati, aspettandosi gli schiaffi. E poi vediamo i suoi occhi di bambina sotto la frangetta, accendersi e spegnersi in relazione alla vicinanza con Connell, e allora ci ricordiamo di perché stiamo guardando questa serie: perché anche noi aspettiamo che qualcuno venga a tirarci fuori dai nostri guai.

Conoscersi in una situazione di difficoltà

A rendere il tutto vagamente tollerabile è una certa dose di tenerezza, ed un affetto inquantificabile. Tuttavia, poiché di affetti ho già parlato abbastanza, volevo focalizzarmi su una questione specifica che riguarda il personaggio di Marianne. A lei, forse in virtù di una mortificazione nel rendersi conto di aver propeso molto più verso le fragilità di Connell, viene dedicata un’intera puntata sul finire. E’ forse la puntata più cupa, più capace di farci sentire quanto talvolta la vita possa scadere sull’orrendo senza possibilità di patteggiamento, senza alcuna retorica. Tra lividi, silenzi e sguardi bassi, Marianne attraversa strade innevate e stanze vuote, si fa del male perché il male degli altri è ciò a cui più è abituata, e di qualsiasi natura siano le nostre abitudini, è sempre difficile abbandonarle.

 

“Sei una brava persona Marianne, e lo dico perchè ti conosco davvero. Solo perchè ci sono persone che ti hanno trattata male in passato, e fra queste ci sono anche io, non significa che tu meriti di essere trattata male. Ci sono tante persone che ti amano e che tengono a te, e questo devi saperlo.”

 

 

 

 

Le parole di Connell le sentiamo fuori campo intervallate da frame crudi di lividi sulle braccia e flash che si specchiano sulla pelle nuda, e non vengono a guarire solo Marianne, vengono a guarire tutti noi. Vengono a tenderci una mano per dirci che possiamo ancora scegliere di non subire tutto il male, che non tutto quello che abbiamo esperito era meritato, e che invece meritiamo di non esperirne più.

 

Due PS:

Il primo riguarda il titolo di questo articolo, che è il titolo omonimo di una canzone di Giovanni Truppic, anche lui rientra nella categoria sfumata del nesso causa-effeto fra i miei gusti artistici e il mio ottimismo di carta velina. Consigliabile la versione in “notturna” con La Rappresentante Di Lista. 
E dunque il secondo: state pensando di guardare la serie? Vi state chiedendo su quale piattaforma si trovi? Benvenuti in questo girone infernale, sedetevi e prendete un cocktail. La serie è distribuita da Hulu e disponibile previo abbonamento su StarzPlay, questa è ovviamente la via della legalità che vi invito a perseguire. Siete pregati di esternare tutto il vostro sgomento e richiedere a gran voce che piattaforme ben più accessibili ( e soprattutto con una gamma d’offerta più vasta e varia) decidano di accollarsi questa storia tendenzialmente triste ed episodicamente felice.
No, non sto parlando di un biopic su di me, sto ancora parlando di Normal People.

Baci un po’ tristi,

Francesca

Francesca Cullurà

Francesca Cullurà

È laureata in Lettere all’Università di Firenze ma se la cava discretamente anche nella sacra arte del darsi l’eyeliner. I suoi interessi sono la letteratura, la Formula1 e il vecchio cinema italiano. È convinta di saper guidare meglio di molti uomini.

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