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EP.24 Per una partita

EP.24 Per una partita

Avevo già parlato, benché superficialmente di Mustang di Deniz Gamzen Erguven (2015), ma oggi più che mai trovo doveroso tornarci sopra, anche alla luce di quanto successo nei giorni precedenti in occasione della Partita Del Cuore.

Per i più distratti, rapido riassunto della vicenda: anno domini 2021 (almeno sulla carta), Aurora Leone giovane comica al soldo dei The Jackal viene invitata a giocare nella Nazionale Cantanti per l’annuale Partita Del Cuore. Le viene chiesta la taglia per il completino, viene invitata ad una cena inaugurale, a quanto pare le viene anche riservato un posto a tavola, salvo poi invitarla ad alzarsi perché, in quanto donna, non ci si aspetta da lei che giochi a calcio davvero. Un direttore generale particolarmente sveglio, la individua nella tavolata di maschi veri come l’ennesima accompagnatrice di un uomo che ad una cena non può esser lasciato da solo, sarà l’ennesima modella? Un’influencer? L’ultimo esemplare di velina?
Non è spiccatamente gnocca, quindi forse non è nessuna di queste cose, e dunque perché rimane lì seduta a quella tavolata di gente forte, gente che suda per una buona causa, gente che sa sputare a terra perfettamente e rivolgere i giusti insulti agli avversari, insomma, gente che sa sicuramente giocare a calcio? Decide che è il caso di farla alzare. Le spiega che non ha intenzione di spiegarle perché non può stare seduta lì, col piglio di sufficienza di chi di fronte ad un bambino liquida la questione della procreazione raccontando la storia della cicogna, ma dai Aurora, davvero ti aspettavi di giocare a calcio, con gli uomini?
Aurora, tra le dovute proteste, si alza dal tavolo e racconta tutto su Instagram in un concitamento che ha del commuovente, se hai un cuore, e soprattutto se ce l’hai incastonato in un corpo femminile poco sotto il reggiseno, non puoi non soffrire per lei e con lei. Specifico, perché ci si trova per forza di cose in due posizioni diverse anche nel manifestare solidarietà, allora qualsiasi ragazzo assennato soffre, o dovrebbe soffrire per lei, per l’ingiustizia subita, ma forse solo trovandosi nella stessa sventurata condizione –ovvero quella di esser donna- si può soffrire con lei.

Foto caricata da Aurora Leone sul suo profilo Instagram

E a tal proposito, un leitmotiv di molti di questi ragazzi assennati, il cui sforzo è comunque lodevole, quando si tirano in campo certe questioni è la frase “io non sono per la quota rosa, io sono per la meritocrazia”, una donna non dovrebbe essere scelta per un ruolo in quanto donna, ma in quanto essere umano capace. Che è una frase giustissima, e rappresenta un po’ anche il rischio di scoprire l’acqua calda. L’errore alla base di quest’affermazione è che la si fa calibrandola su una società che attualmente non esiste, una società in cui una donna ha possibilità di candidarsi ed essere presa in considerazione nella stessa misura in cui questa possibilità viene concessa ad un uomo.
Ora, facendo il ragionamento inverso, quante volte cari ragazzi vi è stato detto che non potevate fare qualcosa in quanto uomini? C’è uno spazio che non siete stati invitati ad occupare? Ora, prima che mi tiriate fuori la menata di quell’unico mercoledì in vita vostra in cui volevate giocare con le barbie in prima elementare e non vi è stato concesso (ma quello era comunque il 1996, non il 2021), pensate che un qualsiasi costumista o coreografo abbia mai impedito (nota bene, “impedito”, non criticato per-) a Damiano dei Maneskin di indossare i tacchi in quanto uomo? No.
Ma forse avrebbe dovuto, perché è stato decisamente umiliante –da donna- vederlo camminarci e ballarci sopra molto meglio di come farei io dopo decadi di allenamento. Che forse è esattamente il sentimento che prova un uomo che impedisce ad una donna di giocare a calcio, o che glielo “concede” ma sminuendone le capacità: l’invidia, la consapevolezza del fatto che potrebbe potenzialmente essere meglio di lui.

Storie della buonanotte per bambine ribelli: “Mustang”

A proposito di donne a cui viene impedito di giocare a calcio, ci sono angoli di questo pianeta che forse ci piace pensare distanti anni luce da noi e invece, cvd, son centimetri, in cui a queste viene impedito anche di assistere ad una partita. Non istituzionalmente, ma formalmente. Questa è la Turchia che ci racconta la regista Deniz Gamzen Erguven , con gli occhi elettrici delle sue bellissime cinque protagoniste (Lale, Nur, Sonay, Ece e Selma) dai lunghi capelli che senza alcun dubbio ci ricordano le quattro vergini suicide di Sofia Coppola, costrette a piegarsi al rigorismo dei genitori. Le protagoniste di Mustang sono ragazze di fine millennio che spiano le partite oltre la cappa di fumo creata dagli uomini di famiglia raccolti davanti al televisore della cucina, conoscono le squadre, capiscono le regole (anche perché, per dirsene una cari Maschi, ci sono giochi ben più complicati del calcio, ce li avete presente gli scacchi?), vogliono partecipare. Per farlo, scappano di casa armate di sciarpe e bandiere, vengono riconosciute in televisione dallo zio che ne fa le veci e che non esita a riportarle al loro naturale percorso di vita: le ragazze vengono chiuse in casa, sorvegliate dalla nonna che le ama, ma non abbastanza da imporsi al capo famiglia per loro, ad imparare le regole dell’economia domestica, aspettando un marito che non le giudichi troppo brutte, o inadeguate, un uomo da convincere. Tuttavia, non davvero come dicono i ComaCose “tutto si addomestica”, i mustang non si lasciano domare, sono nati per correre e correranno, e questa è una storia per tutte le bambine che sono nate per correre, e anche per quelle che per adesso arrancano. Non tutte le donne vivono la dimensione domestico-famigliare come una forzatura della loro natura, ed è giusto anche così, perché il punto vero del femminismo non è ottenere un livellamento comportamentale, ma una possibilità per tutte.

Per tutte le altre

Per quelle che invece ancora non si sentono ribelli abbastanza, e  credono che il temperamento mite che nella mia totale invidia la natura ha concesso loro le esima dal provare almeno a sostenere una battaglia di tutte (anche per loro stesse, se un mercoledì mattina si svegliassero e decidessero che il suono della Vaporella le ha stancate e trovano più attraente quello di una macchina da corsa), non resta che augurare alle vostre figlie, con moltissima amarezza, la stessa cosa che Dasy Buchanan de Il grande Gatsby si augurava per sua figlia:

“Bene, sono contenta che sia una bambina. E spero che sarà stupida: è la miglior cosa che una donna possa essere in questo mondo, una bella piccola stupida”

Per le altre, quelle donne che odiano le donne invece, non ho alcuna parola.
Non si discute mai con gli idioti, ti battono sempre per esperienza.

Un bacio amareggiato,

Francesca

Francesca Cullurà

Francesca Cullurà

È laureata in Lettere all’Università di Firenze ma se la cava discretamente anche nella sacra arte del darsi l’eyeliner. I suoi interessi sono la letteratura, la Formula1 e il vecchio cinema italiano. È convinta di saper guidare meglio di molti uomini.

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