ON AIR


Che gente!

Che gente!

L’imperatore Carlo Magno chiamò i suoi vassalli a concilio in occasione del Venerdì Santo. Così, tutti i più importanti cavalieri del Sacro Romano Impero si riversarono a Paderborn. C’erano baroni, conti, palafrenieri, presidenti di regione, ammiragli in pensione: insomma, la crema della crema. Arrivati alla reggia del sovrano, lo trovarono assorto in preghiera. Del resto erano giorni consacrati al Signore. “Sto digiunando da ieri sera”, disse il sovrano, e tutti i cavalieri sospirarono di ammirazione e devozione, anche se essendo le nove del mattino e quindi, alle brutte, aveva saltato solo la colazione. Ma non era il caso di sottilizzare né tantomeno farglielo notare, conoscendo l’irascibilità dell’imperatore, uno capace di uccidere sciamani sassoni per una battuta innocente o di ripudiare sdegnosamente decine di mogli, anche non sue. Quindi molto meglio cimentarsi in facili moine, come fece il visconte Paolo Aristide Massaccesi (di Cuneo): “Che bravo signor imperatore, che grinta! A stomaco vuoto per ore e ore!”. “Caro visconte – gli rispose il sovrano –, veramente qualcosa ho mangiato. Digiuno è non mangiare carne, e io non ne ho effettivamente toccata, però stamani all’alba mi sono scofanato un pecorino di fossa intero, due chili di ciliegie e una quattro formaggi al tavolo quattro”. “Porcaputtana!”, esclamò il giullare Francesconi e tutti giù a ridere. Poi insieme intonarono un canto gregoriano, quindi andarono a caccia e ammazzarono duecento cervi lasciandoli lì nel bosco a marcire perché come detto era Venerdì Santo e la carne non si poteva mangiare. “Bel porcaio”, commentò il guardiabosco, ovviamente sottovoce, e per il nervoso picchiò i suoi figli piccoli: i soliti ambientalisti!

Tornati dalla selva, l’imperatore e i vassalli si riunirono per il pranzo. Al sovrano venne servita una fagiolata importante, mentre ai cavalieri i valletti portarono varie tartine un po’ anonime: con un’olivina, spalmate di anacronistica maionese, con un pezzetto di peperone di quelli dei vasetti, nemmeno scolati bene, e così via. Dopo questa tristezza, ecco il momento del consulto di guerra. “Chi invadiamo? Chi maciulliamo?”, domandò il sovrano. “I Sassoni! I Normanni! I Arabi!”, gridavano i nobili raccolti al desco imperiale. Alla fine, molto indeciso, quasi attapirato, Carlo deliberò che avrebbero scelto tramite sorteggio, facendo estrarre un bigliettino a una bambina vergine, che fu una faticaccia trovare perché, in quell’epoca di vera libertà, le bimbe a quella maniera erano merce rara. Comunque alla fine una la trovarono, non a caso bruttina, e sorteggiò gli Etruschi. “Andata! Omologato!”, puntualizzò il cancelliere Pier Cesare Ayroldi. Finita la consultazione bellica, il sovrano accolse la processione dei popolani venuti a glorificarlo. Uno di loro portò in dono al sovrano frutti buonissimi e freschissimi: mele brillanti, mele meno brillanti ma comunque preparate, fichi dolci come il miele, pere dolci come i fichi, grappoli d’uva grandi come pere, frutti di bosco caldi caldi e via discorrendo. “Complimenti contadinozzo, grazie!”, esclamò Carlo, e fece trucidare il popolano. “Perché non si montasse la testa!”, spiegò, ma in realtà aveva sbagliato a premere il tasto nella pulsantiera segreta sotto il braccio sinistro del trono. Del resto quando se l’era fatto fare dal mastro artigiano Guy De Maupassant si era lamentato perché gli aveva messo vicini i tasti ‘trucidare’ e ‘ricompensare con un bel pellicciotto’. “Però almeno mi sono risparmiato un bel pellicciotto”, pensò, trangugiando i frutti appena incamerati, mentre dalle segrete arrivavano le urla strazianti dell’agricoltore mandato a morte. Avrebbe anche potuto premere il tasto ‘interrompi torture’, ma, prima cosa, De Maupassant gliel’aveva messo accanto al tasto ‘fuga nell’iperspazio’, e non voleva certo rischiare di sbagliare anticipando i suoi piani di due anni; secondo, aveva le mani impiastricciate di lamponi e la cosa che gli dava più fastidio al mondo, dopo ovviamente i vichinghi, era l’appiccicaticcio tra i pulsanti.

Conclusa la manfrina padronale dei villani accolti a palazzo, Carlo Magno, dopo averli ignorati per un’ora buona, si apprestò a salutare i suoi vassalli. E come, se non con un dono? Loro ovviamente contavano di tornare a casa con, chessò, una spada nuova, una sella d’alta classe, una Bibbia brossurata. Invece arrivò un paggio in calzamaglia e consegnò a tutti i cavalieri una borchietta dorata con disegnato un vascello, di quelle che vende per corrispondenza la Zecca di Stato. “È una cosa di grande valore simbolico: il vascello simboleggia una nave”, disse il sovrano facendo cenno al suo biografo Reginaldo di appuntare quella frase che gli sembrava davvero buona. I cavalieri fecero finta di essere felicissimi per il regalo e tra mille ringraziamenti se lo infilarono nel borsone. Poi rispettosamente salutarono e si avviarono verso l’Hotel Acquisgrana, dove avrebbero alloggiato prima di tornare ognuno al suo feudo. Lungo la strada incontrarono un mendicante. Uno di loro, Ser Boccaglioni, sull’esempio di San Martino, diede il suo mantello al poveretto. “Non lo voglio! Non è una soluzione strutturale!”, gridò lo straccione. “Ma scusi, meglio che niente!”, replicò il Boccaglioni. “No, no e no!”, insistette quello, e lì Boccaglioni gli tagliò la testa. A quel punto, intimorito, il viandante accettò il mantello e girò l’angolo. Che gente!

Niccolò Re

Niccolò Re

Niccolò Re nasce a Sarzana (Sp), dove attualmente vive, il 21 maggio 1986. Maturità scientifica, Laurea in Cinema, nel 2012, un po' per caso, intraprende il mestiere di giornalista, che svolge tutt'ora presso la testata online Città della Spezia. Tra i suoi hobby il calcio, la musica, la storia, l'antropologia. Ama gli animali e ha un bellissimo e simpatico cane di nome Camillo. Dal 2016 convive con l'economista Irene Tinagli.

Articoli Correlati

Commenti