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Preparativi di viaggio: quell’insana passione per “la lista”

Che gente!

Che gente!

CARLO MAGNO

Covocati da Carlo Magno, il Venerdì Santo dell’812 d.C. i vassalli del Sacro romano impero raggiunsero la capitale Acquisgrana. Una volta a palazzo, trovarono Carlo assorto in preghiera. «Sto digiunando da ieri sera», disse il sovrano, e tutti sospirarono di ammirazione e devozione, anche se erano le nove del mattino e quindi, alle brutte, aveva saltato solo la colazione. Ma non era il caso di sottilizzare né tantomeno di farglielo notare, perché l’imperatore era un tipo irascibile, capace di uccidere sciamani sassoni per una battuta innocente e di ripudiare sdegnosamente decine di mogli, anche non sue. Quindi molto meglio cimentarsi in facili moine, come fece il visconte Pergolati: «Che bravo signor imperatore, che grinta! A stomaco vuoto per ore e ore!». «Caro visconte – si schermì il sovrano –, a essere sinceri qualcosa ho mangiato. Digiuno è non mangiare carne, e io effettivamente non ne ho toccata, però stamani all’alba mi sono divorato un pecorino di fossa intero, due chili di ciliegie e una quattro formaggi al tavolo sei». «Porcaputtana!», esclamò il giullare Francesconi, e tutti giù a ridere. Poi insieme intonarono un canto gregoriano, quindi andarono a caccia e ammazzarono duecento cervi lasciandoli nel bosco a mineralizzare, tanto quel giorno la carne non si poteva mangiare. «Bel porcaio», commentò il guardabosco Grimaldelli, e per il nervoso picchiò i suoi figli piccoli.
Tornati dalla selva, l’imperatore e i vassalli si riunirono per il pranzo. Al sovrano venne servita una fagiolata importante, mentre ai fidati cavalieri i valletti portarono delle tartine un po’ anonime: con un’olivina, spalmate di anacronistica maionese, con un pezzetto di peperone di quelli dei vasetti, nemmeno scolati bene, e così via. Dopo questa tristezza, ecco il momento del consulto di guerra. «Chi invadiamo? Chi maciulliamo?», domandò il sovrano. «I Sassoni! I Normanni! I Arabi!», gridarono i nobili raccolti attorno al desco imperiale. Carlo soppesò le proposte, ma alla fine, molto indeciso, quasi attapirato, deliberò che avrebbero scelto tramite sorteggio, facendo estrarre un bigliettino a una bambina vergine, che fu davvero una faticaccia trovare in quell’epoca di grande libertà. Comunque alla fine una la trovarono, non a caso bruttina, e la piccola come popolo da massacrare sorteggiò gli Etruschi. «Andata! Omologato!», disse Carlo Magno pregando il vice sindaco Ayroldi di verbalizzare.
Finita la consultazione bellica, il sovrano accolse la processione dei popolani venuti a glorificarlo. Uno di loro portò in dono al sovrano frutti buonissimi e freschissimi: mele brillanti, mele meno brillanti ma comunque preparate, fichi dolci come il miele, pere dolci come i fichi, grappoli d’uva grandi come pere, frutti di bosco caldi caldi e via discorrendo. «Complimenti contadinozzo, grazie!», esclamò Carlo, e fece torturare il popolano; «Perché non si monti la testa!», spiegò, ma in realtà aveva sbagliato a premere il tasto nella pulsantiera segreta sotto il braccio sinistro del trono, schiacciando “torturare” invece di “ricompensare con un bel pellicciotto”. Questo per colpa del mediocre artigiano Jean Pierre Frassineti, che aveva fatto i tasti piccolissimi e molto vicini! Certo, il sovrano avrebbe anche potuto rimediare, premendo “interrompi torture”, ma era accanto al tasto “fuga nell’iperspazio”, e non voleva certo rischiare di sbagliare ancora, anticipando di ben due anni i suoi piani interstellari.
Conclusa poi la manfrina padronale dei villani accolti a palazzo, Carlo Magno, dopo averli ignorati per un’ora buona, tornò dai suoi vassalli per congedarli. E come, se non con un dono? Loro ovviamente contavano di tornare a casa, chessò, con una spada nuova, una sella d’alta classe, una Bibbia brossurata. Invece arrivò un paggio in calzamaglia e consegnò ai graditi ospiti una borchietta dorata con disegnato un vascello, di quelle che vende per corrispondenza la Zecca di Stato. «È una cosa di grande valore allegorico: il vascello simboleggia una nave», disse il sovrano, facendo cenno al suo biografo Reginaldo di appuntare quella frase, che gli sembrava davvero buona. Da par loro, i vassalli fecero finta di essere felicissimi per il regalo e tra mille ringraziamenti se lo infilarono nel borsone. Poi rispettosamente salutarono e si avviarono verso l’Hotel Acquisgrana, dove avrebbero alloggiato. Lungo la strada incontrarono un mendicante, e uno del gruppo, Ser Boccaglioni, gli porse il suo mantello, sull’esempio di San Martino. «Non lo voglio! Non è una soluzione strutturale!», gridò lo straccione. «Ma scusi, meglio che niente!», replicò il Boccaglioni. «No, no e no!», insistette quello, e lì Boccaglioni si arrabbiò e gli tagliò la testa. A quel punto, intimorito, il viandante accettò il mantello e girò l’angolo senza fare ulteriori polemiche.

Niccolò Re

Niccolò Re è nato a Sarzana nel 1986.

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