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Terza intermittenza

Terza intermittenza

Terza intermittenza

Benvenuti o bentornati in queste pagine.

Per quest’appuntamento mettiamo un attimo in pausa le vicissitudini in prima persona (raccontate nelle prime due intermittenze) e ci spostiamo nei boschi di montagna, con una fiaba dark che spero possa piacervi. Col caldo alle porte, ho sentito il bisogno di perdermi ancora una volta nel freddo inverno della foresta, tra gli ululati selvaggi e una spasmodica ricerca del sé.

Buona lettura e un abbraccio!

Gabriele

C’era una lupa che voleva bene a un lupo solitario dai discorsi seri. Percorsero una tratta di quel bosco insieme, finché il lupo non si incamminò in altri sentieri.

*

Io vorrei solo riposare in pace. Ogni notte succede qualcosa: la levatrice del paese si sente sola, l’oste ha bisogno di me per spostare botti pesanti, e altre rotture di coglioni varie. Ora questo fracasso di assi frantumate che proviene dall’esterno… Prego solo che non sia la solita faina che è entrata nel pollaio. Mia moglie continua a dormire. Menomale che almeno lei ha il sonno pesante. Menomale che ci sono io che provvedo a ogni cosa. Fossi come lei, non ci sarebbe rimasta nemmeno una gallina: è una donna, non posso pretendere molto.

Scendo di corsa la rampa di scale che collega la camera da letto al piano terra. Apro l’armeria e prendo la carabina comprata da poco. Non dovrebbe servirmi, le faine si spaventano con poco, ma non ho più voglia di svegliarmi a notte fonda ed è tempo di cercare una soluzione definitiva per quelle stronze. Accendo una lanterna, perché non posso permettermi distrazioni, mi getto la pelliccia addosso ed esco nella notte. Il pollaio non dista molto, ma il vento gelido che entra nelle vene mi rallenta. Faccio attenzione a ogni singolo passo, per non cadere: una caduta simile, alla mia età, sarebbe fatale. Col corpo cerco di proteggere la lanterna. Se si spegnesse, o peggio, cadesse a terra, sarebbe un disastro. Piano piano, un passo alla volta, arrivo di fronte alla porta del pollaio.

È leggermente aperta, ma non riesco a percepire nessun rumore. Col palmo destro faccio in modo che si apra ancora un pochino; quel tanto che basta per permettermi di entrare. Faccio un respiro profondo, ed entro. Inizialmente l’oscurità mi avvolge e gli occhi non riescono a mettere a fuoco nulla di insolito. Addentrandomi a piccoli passi all’interno del piccolo edificio in legno, il piede incappa in qualcosa. Porto la lanterna verso il basso. Non vedo nulla di definito, ma vedo un rivolo di sangue che corre sul pavimento. Sposto ancora di qualche centimetro la mia unica fonte di luce, e la vedo.

La carcassa di una gallina giace ai miei piedi, inerme. Alzo istintivamente lo sguardo, allungo il braccio per far sì che la lanterna illumini il resto dell’edificio, e finalmente li vedo. Due lupi dal manto grigio, e intorno al loro una strage di galline. Due cazzo di lupi si sono divorati tutto quello che avevo. Inizio a non vederci più, ma loro si accorgono della mia presenza. Impugno la doppietta, ma un lupo inizia a caricarmi. Tolgo la sicura, il lupo balza nella mia direzione.

Sparo.

Mi risveglio poco dopo, non ho idea di quanto sia passato. Sono sdraiato per terra, la lanterna è accanto a me, in frantumi. Il calore che mi avvolge è insopportabile. L’intero pollaio è in fiamme. Mi volto, molto lentamente, e cerco l’uscita con gli occhi, ma non la trovo. Il fuoco avvolge tutto. Perdo sangue dal collo e dalla testa, la vista si sta annebbiando. Sto morendo. Gli ultimi pensieri vanno a mia moglie. Spero solo che possa dormire ancora a lungo, e non debba assistere a tutto questo.

*

E quello sparo cos’era?  Mio marito non è accanto a me. Spero solo che non sia tornato da quella volpe della levatrice: è così subdola. Lui pensa che io non sappia, ma in realtà so ogni cosa. Comprendo, però, che arrivato ad una certa età, abbia bisogno di carne giovane, e di pelo nuovo. Poverino, quasi mi fa pena. Mi faccio forza, devo essere coraggiosa quando lui non c’è.

Mi alzo rapidamente dal letto, e mi dirigo il piano terra. Scendo la rampa con furia, e sento tutti gli acciacchi che l’età si porta con sé. Eh già, fa proprio bene a cercarsi un’amante più giovane. Ha preso la lanterna, e dall’armeria manca il fucile. I pensieri negativi iniziano ad accavallarsi tra loro, ma è meglio tenerli a bada. Lasciarli sfogare, per non rimanerne soffocati. Si è preso anche la pelliccia, e io come faccio a uscire? Dovrei prendere tutto questo come un segnale e non addentrarmi nelle tenebre, ma ormai sono in piedi, e non riuscirei più a dormire col terrore che mi scorre nelle vene: ormai credo di conoscermi. Faccio un bel respiro, e mi immergo nel freddo inverno.

Non riesco a ricordarmi un altro autunno freddo come questo. Sono persa, assonnata, confusa e sovrappensiero, quando davanti a me mi si para uno spettacolo agghiacciante. L’intero pollaio è in fiamme, e capisco immediatamente cosa sia successo. Cerco vicino a me degli indizi, qualunque cosa che possa aiutarmi a comprendere la ragione di questa catastrofe. Le ginocchia cedono, e mi sento come sprofondare nel viale sterrato che conduce a quel mostro incandescente. Le uniche figure che vedo, prima di perdere i sensi, sono due lupi che si stanno allontanando nel bosco.

Ho come la sensazione che uno di loro mi lanci un’occhiata fulminea, carica di dolore, prima di scomparire tra gli alberi. Cerco di rialzarmi, ma ricado, e li maledico con tutta me stessa. Proveranno presto ciò che sto provando io. Ogni luna piena capiranno cosa vuol dire soffrire. In gruppo il lupo sopravvive, ma da solo che farà? Digrigno i denti, sento le gengive sanguinare. Tengo ferma nella mia mente l’espressione del lupo, e finalmente perdo i sensi, per sempre.

Un ultimo pensiero va a tutte le volte che mio marito mi ha tradita.

*

Sono nel bordello di questo paese da vent’anni, ma un cliente simile non mi era mai capitato. Si è affacciato, timido, con quella che credo essere la sua compagna, e ha chiesto informazioni. Mai visto che un uomo della sua stazza e con la sua età chiedesse informazioni in un posto come questo. Di solito sono abituati fin da piccoli…

Chi sono io, però, per giudicare gli altri? Insomma, entra e me lo ritrovo nella mia stanza. La sua donna rimane fuori, ma la vedo che ogni tanto lancia delle occhiate all’interno. L’uomo inizia a spogliarsi e la peluria sul petto e sulla schiena è incredibile. Sembra un animale, non un essere umano. Uomini pelosi ne ho visti moltissimi, ma come lui nessuno.

Ora è sopra di me e si muove come una bestia. Non è violento ma è come se non lo facesse per piacere.

Ad un certo punto, sposta lo sguardo verso l’entrata e, istintivamente, lo faccio anch’io. La donna è lì, ferma e immobile che ci guarda. Non è né interessata, né disgustata o cose simili. È impassibile, forse leggermente curiosa. Tra l’altro, devono essere dei forestieri: non li ho mai visti da queste parti.

L’uomo finisce quello che deve fare, si riveste e non mi saluta nemmeno. Si ricongiunge con la sua compagna, ed escono. Prima di uscire lei mi saluta sorridendo, con un timido sorriso. Non ho mai visto una donna salutare così affettuosamente la puttana con cui il suo uomo l’ha appena tradita. Perché?

Devo smetterla di farmi delle domande, specialmente durante l’atto. Il cliente potrebbe accorgersene e a seguito di alcune lamentele io potrei tornare a battere per strada  La prospettiva non mi alletta.

*

Ormai servo da bere agli avventori locali da sempre. Ho perso il conto di coloro che ho visto nascere e morire, sono un punto di riferimento per questa piccola comunità. Il mio compito è anche quello di introdurre i forestieri alla socialità, in modo che si divertano e che spendano più che possano. Nulla di illegale, sia chiaro, ma almeno le nostre povere casse si fanno un pochino più colme. Potete biasimarmi? Non credo. Tra il freddo, la neve e la fame siamo ridotti malissimo.

Arrivano questi due, stralunati, come se non avessero mai visto una taverna in vita loro. Colgo l’occasione, mi avvicino e gli porto da bere immediatamente, senza sentire nemmeno l’ordinazione. Devono proprio di un’altra regione, faccio fatica a comprenderli a pieno; riesco solo a capire che hanno molta fame. La donna è bellissima, mi guarda con quegli occhioni e mi dice che non hanno soldi per pagare. Suo marito ha speso tutto al bordello, mi dice, con una voce tremante, ma priva di qualsiasi trasporto. Basta uno sguardo dolce per far breccia nel mio cuore di vecchio oste bastardo e cedo. Gli offro la cena e mi siedo con loro.

La donna si apre, per quanto sia possibile, moltissimo e in un batter d’occhio attira l’attenzione di tutti gli altri clienti. Tutti sono in adorazione, ma c’è qualcosa che li allontana, che li respinge, che non permette a nessuno di fare il primo passo per provarci.

Sono buffi, simpatici e molto spontanei: sembrano bambini da come si entusiasmano per le cose più semplici, dal fuoco alla birra, e mangiano come degli animali. Sembra che non mangino da mesi. Mi piace quando i miei clienti apprezzano il mio cibo, e quindi gli porto il bis. Dopo questo primo incontro scelgono di rimanere nel paese ancora a lungo, mi chiedono, però, di avvertirli pochi giorni alla prossima luna piena. Devono mettersi in viaggio poco prima del plenilunio. Richieste strane ne ho sentite tante, questa le batte tutte, ma non voglio deluderli e sono pronto a fare tutto ciò che posso per accontentare questi bizzarri ospiti.

*

Ogni giorno è sempre la stessa storia: pattugliare i confini del villaggio per prevenire attacchi esterni ed evitare che qualche arzilla vecchietta si spaventi per una bestia troppo curiosa. Che palle. Invidio quel pancione dell’oste che sta lì, al riparo, coperto dalle sue bevande, sempre in compagnia di bellissime donne. Come la forestiera che è appena partita… che occhi che aveva.

Nel caso ritornasse, potrei avvicinarmi? Mi piacerebbe portarla per i boschi, farle scoprire la natura selvaggia, amarla circondati da questo panorama selvaggio che ci protegge dalle cattiverie che ci accompagnano giorno per giorno. Dalle sue movenze, mi dava l’idea di una tipa di città. Chissà se tornerà mai da queste parti, vorrei tanto trovare qualcuno di fianco a me, la mattina, in questi inverni che mi fanno persino dimenticare di essere un uomo.

Cosa sono questi passi? Mi nascondo rapidamente e attendo. Dal bosco spunta un lupo grigio, di medie dimensioni. Lo lascio fare, per ora sembra innocuo, spero però che non si avvicini troppo.

Avanza, sicuro nel suo manto che risplende nell’atmosfera rarefatta che lo circonda. Io lo scongiuro di non avvicinarsi troppo. Prego qualsiasi dio di cui conosca il nome, ma non c’è niente da fare. È davanti al cancello e sta per entrare. Non sembra aver paura della presenza umana. Mi avvicino rapidamente a questo animale, voglio spaventarlo, voglio mandarlo via, voglio salvarlo. In un paio di secondi che mi sembrano ore, mi porto alle sue spalle. Faccio baccano coi piedi per farlo fuggire, ma questo si volta, con calma e serenità, e mi fissa. Mi pianta quei suoi occhioni nei miei. Il suo muso mi ricorda il volto della bella forestiera, gli occhi sono gli stessi. Devo trovarmi una donna prima che la realtà si confonda con la finzione.

All’improvviso arriva uno sparo da lontano, dall’interno del villaggio, dritto nel manto del lupo. E poco dopo un altro, e un altro, e un altro. Non sembrano avere fine. Una vera e propria pioggia di proiettili si abbatte sulla carcassa del lupo ormai esanime. Gli altri cacciatori inveiscono contro di me, mi danno dell’incosciente, dello stronzo, del mezz’uomo, del poco di buono e del figlio di puttana. Le loro parole non mi scalfiscono, servono solo a darmi la forza necessaria per chinarmi e rendere omaggio a questa vita spezzata. Prendo il suo muso tra le mani e quegli occhi privi ormai di anima sembrano scavare dentro di me, dentro la mia vita. Non ho mai visto degli occhi più belli. Prima mi sbagliavo: l’inverno ci ha reso tutti animali, senza distinzione.

*

Devo fuggire! Quel forestiero che sembrava strano si è rivelato pazzo. Devo scappare, devo tornare a casa, prendere la mia famiglia e andarmene. È tornato poche ore fa, ha iniziato a domandare in giro, furioso, se avessimo visto la sua compagna o una lupa aggirarsi qui nei dintorni. La donna non l’abbiamo vista, ma io e i miei compagni lo abbiamo informato di aver ucciso un lupo, per l’esattezza un esemplare di lupo femmina pochi giorni fa. Ci ha chiesto cosa avesse fatto quel lupo per meritare un simile trattamento, ma noi non abbiamo saputo rispondere. O meglio, la risposta, forse, era così ovvia che non lo entusiasmò: avevamo fame.

Da quel punto in poi, è diventato una furia. Ha tolto di mano la mannaia all’oste e ha iniziato a mulinarla a destra e a manca. Non ho mai assistito a uno spettacolo così orribile. I corpi iniziavano a cadere e i miei compagni, già offuscati dai fumi dell’alcol, non hanno saputo reagire. La locanda, o meglio, quella che fino a un’ora fa era la locanda, ormai è distrutta. So che sta venendo a cercarmi, non so il motivo, ma è pazzo! Cos’ho fatto di così malvagio per meritarmi una fine simile? Entro in casa, la mia famiglia dorme e io mi accovaccio nell’angolino, in modo da mantenere ogni angolo della casa sotto controllo, non posso sbagliare il colpo.

Passano i secondi, passano i minuti e, in un batter d’occhio, è di nuovo mattina. Controllo la mia famiglia, dormono sempre, fortunatamente non si sono accorti di nulla. Apro la porta, lentamente. Il villaggio sembra esanime, non avverto un suono, un minimo rumore, una presenza vitale che mi faccia sentire al sicuro. Appena mia moglie e mio figlio si sveglieranno, ce ne andremo da quest’inferno. Ci libereremo dalle scorribande dei lupi e dal marcio che pervade queste montagne.

*

È finita, è tutto finito. Dove andrò? Cosa farò? Tutto quel sangue a cosa è servito? Per fortuna ce l’ho fatta a tornare in me. Ho squartato quei carnefici, ma non avrei voluto uccidere i loro cuccioli. Sono un animale, non una bestia come loro, anche se in questa pelle il confine diventa labile. Cosa mi differenzia da quegli animali che l’hanno dilaniata? A questa domanda dovrò provare a rispondere per il resto della mia vita.

Se non fossimo mai entrati a contatto con loro, tutto questo non sarebbe successo. Se lei non si fosse fatta coinvolgere, sarebbe ancora viva. Perché?

Uomo? Lupo? Cosa sono? Sono un essere indefinito ormai. Perché è toccato a me tutto questo dolore? Posso solo continuare a vagare per questi boschi irrequieti, alla ricerca di una rivelazione o di qualcuno che possa mettere fine alle mie sofferenze. L’uomo è come il lupo: sopravvive in branco, ma muore, irrimediabilmente, sempre da solo.

Fine

 

 

Gabriele Bitossi

Gabriele Bitossi

Gabriele nasce nel '96 ed è da sempre appassionato di storie, in ogni loro forma. Studia italianistica all'Università di Pisa e sceneggiatura alla Scuola internazionale di comics a Firenze. Starebbe ore a parlare coi suoi personaggi preferiti... e se lo facesse già?

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