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Al mare col nonno

Al mare col nonno

Tra le tante cose che non ho mai capito, una è come facessi ad arrivare al mare, da bambino, quando mi ci portava mio nonno in vespa. Questo per via della forma complessiva dell’anziano. Un ometto, allora sulla settantina, con arti molto esili, testa normale, baffi profumatissimi e soprattutto un tronco fatto esattamente come un enorme uovo di Pasqua, di quelli giganteschi che si vincono alle lotterie organizzate dai panifici. Per me era di fatto impossibile aggrapparmi al nonno in sicurezza: non potevo certo cingerlo con le manine, che si affacciavano a malapena sul davanti; né avevo modo di aggrapparmi a qualche lembo di pelle o grasso, perché il buon Enzo, pur essendo una taglia forte, non era pingue, ma semplicemente gonfissimo, un mappamondo umano incapace di fornire qualsivoglia appiglio; né, essendo egli glabro come il sedere di un bambino depilato, mi era concesso affidarmi a della peluria – spalle, ascelle, schiena –, a mo’ di improvvisata briglia. Eppure, nonostante quest’infausto scenario, sono sempre arrivato in spiaggia sano e salvo, pronto a godermi il mare, la sabbia, l’odore dei bomboloni, le pedane di legno, il bambino toscano Pierfrancesco. Il meglio comunque erano gli infiniti bagni che facevo col nonno, e lì in acqua la conformazione dell’anziano diventava la classica marcia in più: Enzo infatti mi lanciava in aria e, invece di farmi ricadere subito in mare, mi faceva balzare sul suo busto oviforme, proiettandomi a decine di metri come in un flipper incorreggibile. Poi riemergevo dalle acque felice, ridendo con la gioia del satiro, e cercavo il nonno lontano, individuandolo facilmente per via dello sbrilluccichio della targhetta dorata che portava al collo, stile Marines, però più piccola, perché era quella della Finanza.

Ovviamente gli spassi col nonno non erano solo marinari. Ad esempio mi divertivo un mondo quando andavamo a giocare al Totocalcio. Lui di pallone non aveva mai capito niente ed era l’unica persona del paese che giocava la schedina precompilata, la cosa più insensata in natura dopo la gente non credente. Ma non c’era verso. “Nonno anche se non ce ne intendiamo, la Juve mettiamo che vince, tanto vince sempre per via di quel Del Piero”, gli suggerivo. Ma lui niente: giocava la precompilata e a me andava benissimo lo stesso, perché la vedevo come una cosa molto signorile. Di là in saletta decine di operai che si dannavano coi sistemi e le loro riflessioni macho sul campionato, invece il nonno, con la sua bombetta alla Churchill, che liquidava la pratica schedina in due minuti, così, senza farci caso, e poi ordinava un Crodino per sé e un panino con la testa in cassetta per me. E quando avevo finito di strafogarmi, mi dava trentamilalire in pezzi da cinquecento lire da sputtanarmi ai videogiochi sul retro. Intanto lui mi aspettava al bancone canticchiando Aznavour in mezzo ai pensionati con la silicosi.

Altro funambolico ricordo del nonno sono le nostre scorpacciate di telefilm polizieschi. E si badi bene: telefilm, non serie. A noi delle serie non ce ne fregava un cazzo, volevamo cose semplici, scritte male, piene di sbirri violenti che menano la gente nelle sale biliardo. Ne seguivamo diverse, ma quella che proprio ci faceva partire con la testa era Un caso per due, prodotto tedesco avanti vent’anni. Il nostro personaggio preferito era il detective privato Josef Matula, un cinquantenne identico a Giacomo Crosa che ogni puntata – questo il trick drammaturgico preferito dagli autori – sveniva dopo essere stato colpito in testa con qualcosa. Davvero qualunque cosa, anche la più assurda, come un bastone. Poi, una volta che si riprendeva, per la rabbia di essere stato stordito si impegnava al massimo per risolvere il caso e ci riusciva sempre, di solito ammazzando un po’ di gente con la sua pistolina a tamburo o investendola con l’Alfetta. Che fine abbia fatto Matula non si sa ma viste tutte quelle botte sul cranio probabilmente è morto all’improvviso, nel tinello, come capita ai giocatori di football americano anni dopo il ritiro.

Mio nonno era anche una persona molto disponibile quando c’era da dare una mano per la mia formazione scolastica. Certo, in questa mansione mia mamma e mia zia (socialista, ndr) probabilmente erano meglio, ma anche Enzo se la cavava e ci metteva tutto sé stesso. Era buffo perché, anche se non si dovrebbe, spesso commentava. Ad esempio una volta stavo ripetendo Crispi e siamo arrivati a quando reprimeva nel sangue i moti dei contadini. E il nonno senza pensarci due volte: “Faceva bene…”. “Queste valutazioni se le tenga per lei”, gli avevo risposto per ridere e poi avevamo fatto pausa merenda e lui come sempre m’aveva offerto una Lucky Strike.

In ogni caso, che fossero mattinate in spiaggia, capatine al bar, lezioni ripetute o telefilm al cardiopalma, tutto era tenuto unito da un solido fil rouge: il fatto che mio nonno, su tutto, voleva solo e soltanto il mio bene. È quello che ha voluto per tutta la sua vita, tranne gli ultimi due-tre mesi quando invece voleva una Daewoo. Ma lì già non c’era più con la testa.

Niccolò Re

Niccolò Re

Niccolò Re nasce a Sarzana (Sp), dove attualmente vive, il 21 maggio 1986. Maturità scientifica, Laurea in Cinema, nel 2012, un po' per caso, intraprende il mestiere di giornalista, che svolge tutt'ora presso la testata online Città della Spezia. Tra i suoi hobby il calcio, la musica, la storia, l'antropologia. Ama gli animali e ha un bellissimo e simpatico cane di nome Camillo. Dal 2016 convive con l'economista Irene Tinagli.

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