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Preparativi di viaggio: quell’insana passione per “la lista”

Al mare col nonno

Al mare col nonno

Della mia infanzia col nonno Fiorenzo ho tanti bei ricordi, ad esempio quando mi portava al mare in vespa. Già arrivare a destinazione era un’avventura al cardiopalma, perché il nonno era un ometto con un tronco enorme, glabro e gonfissimo, del tutto simile a quelle gigantesche uova di Pasqua che si vincono alle lotterie dei panifici. Per me era quindi impossibile avere qualsivoglia appiglio o presa sicura: non potevo cingergli il ventre con le manine, che arrivavano a malapena a metà fianco, né c’era della peluria da usare a mo’ di briglia, e nemmeno dei lembi di pelle o grasso a cui aggrapparsi, perché il nonno era molto gonfio, sì, ma non pingue o molle. Eppure, nonostante questo spericolato scenario, sono sempre arrivato in spiaggia sano e salvo, pronto a godermi il mare, la sabbia, l’odore dei bomboloni, le pedane di legno, il bambino toscano Pierfrancesco con le sue bestemmie urlate e il pistolino di fuori. Ma la punta di diamante di quelle giornate sul litorale erano gli infiniti bagni col nonno, e lì in acqua la conformazione dell’anziano diventava la classica marcia in più: Enzo infatti mi lanciava in aria e, invece di farmi ricadere subito in mare, mi faceva balzare sul suo busto oviforme, proiettandomi a centinaia di metri come in un flipper impazzito. Una volta riemerso dalle acque, felice come un satiro, tornavo rapido dal nonno per usarlo ancora come trampolino, e il gioco andava avanti per ore, finché non gli sfondavo lo sterno e andavamo a casa a guardare il Tg4.

Ovviamente gli spassi col nonno non erano solo marinari, basti pensare a quando lo accompagnavo al bar a giocare al Totocalcio. Lui di pallone non aveva mai capito niente e giocava sempre la schedina precompilata, cosa davvero molto signorile. Di là in saletta decine di operai che si dannavano coi sistemi e le loro riflessioni macho sulla Serie A, di qua invece il nonno che liquidava la pratica schedina in due minuti, così, con distacco. Poi dopo ordinava un crodino per sé e un panino con la provola per il sottoscritto, e quando avevo finito di strafogarmi mi dava trentamila lire in monetine da sputtanarmi giocando ai cabinati sul retro. Nel mentre, lui se ne stava serafico al bancone, canticchiando Aznavour tra i colpi di tosse dei pensionati con la silicosi.
Mio nonno era anche una persona molto disponibile quando c’era da dare una mano per la mia formazione scolastica. Certo, in questa mansione mia mamma e mia zia probabilmente erano meglio, ma anche Enzo se la cavava e ci metteva tutto sé stesso. Tra l’altro era buffo perché spesso faceva dei commenti, anche se non si dovrebbe. Ad esempio, una volta stavo ripetendo Crispi e siamo arrivati a quando reprimeva nel sangue i moti dei contadini. E il nonno all’istante: «Faceva bene…». «Queste valutazioni se le tenga per lei!», gli avevo risposto, ed eravamo scoppiati a ridere, preludio a una pausa merenda con tè, fru fru e commenti sulla Fenech.
Altro funambolico ricordo del nonno sono le nostre scorpacciate di telefilm polizieschi. Ne seguivamo diversi, ma quello che proprio ci faceva partire con la testa era Un caso per due, produzione tedesca avanti vent’anni. Protagonista il detective Josef Matula, un cinquantenne identico a Giacomo Crosa che ogni puntata sveniva dopo essere stato colpito in testa con una stecca da biliardo. Poi, una volta tornato in sé, andava agilmente a risolvere il caso sparando qua e là o investendo criminali con l’Alfetta, in un turbinio di emozioni giallognole e palesi violazioni del Testo unico degli enti locali.
Ad ogni modo, che fossero telefilm violenti, mattinate in spiaggia, capatine al bar o interrogazioni di storia, tutto era percorso da un solido fil rouge: il fatto che mio nonno, sopra ogni cosa, voleva solo e soltanto il mio bene. È quello che ha desiderato per tutta la sua vita, tranne gli ultimi due-tre mesi, quando invece voleva una Daewoo. Ma lì già non c’era più con la testa.

Niccolò Re

Niccolò Re è nato a Sarzana nel 1986.

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