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Prima intermittenza

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Prima intermittenza

Benvenuti o bentornati in queste pagine. Questo nuovo spazio ospiterà una serie di racconti. Non avranno titolo, né vincoli (stile/genere/lunghezza) di sorta. Costituiranno un calderone nel quale, volta per volta, miscelerò ciò che mi frulla per la testa. Ringrazio, come al solito, WIP per concedermi questo spazio.

Buona lettura.

Ho costruito un porto dove la città muore.

Il 24 marzo 2021 volevo iniziare a fumare. Non so come, non so perché, ma quella sera mi prese un’irrefrenabile voglia di sigarette. Non avevo mai fumato prima, né per fare il furbetto a tredici anni, né per assumere assurde pose intellettuali, o pseudo tali, coi colleghi universitari. Erano le 21.20, il coprifuoco incombeva minaccioso sul mio primo tiro di catrame e nicotina. Uscii velocemente, facendo attenzione a non scordarmi nulla. Tessera sanitaria? Presa. Spiccioli per la macchinetta? Presi. Ok, andiamo.

Davanti al distributore la scelta non fu difficile: ogni pacchetto aveva un suo fascino, ma per provare, optai per le più economiche. Sono uno studente di lettere, abbiate pietà. A ripensarci, nel distributore ci lasciai persino cinquanta centesimi da tanto che ero preso. Ritirai la refurtiva da quel COMODISSIMO sportellino tipico di questi spaccini automatici e me ne scappai sul mare. La città era deserta, tutto sembrava attendere, o almeno assecondare, il mio primo tiro. Per nulla al mondo avrei interrotto questo equilibrio o infranto le aspettative di ciò che mi avvolgeva.

Per la strada ebbi modo di ripensare a tutto ciò che era successo in quel bizzarro inverno e come metabolizzarlo. La risposta, chiaramente, non arrivò e questo mio interrogarmi a tappeto non aiutò per niente, anzi mi fece sorgere più dubbi di prima. Però, avevo una nuova certezza: ero arrivato al mare.  Chi vive vicino al mare, ormai assuefatto a questa distesa azzurra, non riesce più a coglierne il valore salvifico. La bellezza si è omologata, per questi osservatori stanchi e disillusi, al resto del passaggio, tanto da divenire ordinaria e scontata. D’altronde, apri la finestra e il mare rimane sempre dov’è, no? Per me non è mai stato così e mai lo sarà. Ogni volta che cerco calma, serenità e sprazzi riflessivi in queste giornate pandemiche, finisco sempre sul mare. Noi nati sulla costa ci portiamo sempre un po’ di salsedine nella nostra quotidianità. Sopra le spalle abbiamo sempre questo colosso salato che ci osserva e ci giudica. Ma a noi sta bene così.

Il mio atteggiarmi a fumatore incallito era tanto ridicolo quanto fallimentare. Ho dimenticato di comprare, o di fregare al malcapitato di turno, il migliore amico dei fumatori, Pietro per i più ganzi: l’accendino. Non male come inizio, davvero.

Iniziai a perlustrare tutte le viuzze che danno sul mare, in cerca di un tabacchi, o anche solo di un piccolo localino che facesse asporto. Avrei trovato qualcuno a cui scroccare l’agognata fiamma, tanto oggi fumano tutti. Arrivai nei pressi di uno strano edificio, leggermente diroccato, ma illuminato a giorno, che non avevo mai visto in vita mia. Classica architettura di quei casermoni tipici delle zone industriali, ma è a due passi dal mare. Passavo di lì almeno una volta ogni due giorni, com’è possibile che questo mostro, totalmente fuori contesto, mi sia sfuggito? L’avrei notato sicuramente. Mi sentivo strano, come a disagio, come un pesce fuor d’acqua. Un estraneo a casa mia, in pratica.

Poche storie, avevo voglia di fumare (ma voglia di cosa, poi?) e niente e nessuno mi avrebbe ostacolato dal raggiungere il mio obiettivo. La serata si sarebbe dovuta concludere come l’avevo pianificata. Stop!

Mi feci coraggio (coraggio? Per cosa?) e mi avvicinai, furtivo e silenzioso a questo strano casermone. Sbirciando all’interno, l’arredamento mi richiamò alla mente subito un classico bar di provincia, uno di quei circoli ARCI che si vedono ai lati delle provinciali. Anche la clientela era esattamente la stessa. O almeno, non ho mai messo piede in uno dei sopracitati, ma sicuramente non ci sono andato molto lontano.

Sulla soglia sostavano degli strani tizi che facevano gruppetto tra loro. Non mi ispiravano una sega, ma provai comunque ad attaccare bottone, forte della mia spavalderia da neo-fumatore. Mi dissero di essere senza accendino. Dall’aria che avevano, pensai che le sigarette ormai fossero un ricordo dei loro sei anni. Forse avrei dovuto provare con una stagnola, avrei avuto più fortuna probabilmente. Sentendomi invincibile nei miei pregiudizi da falso borghese acculturato, non mi detti per vinto ed entrai, pronto a sfidare la fauna che mi si sarebbe parata d’innanzi una volta varcata la soglia del locale.

Ciò che vidi fu incredibile e anche oggi stento a trovare le parole giuste per descriverlo. Nella sua estrema semplicità, rimasi folgorato. Immaginate di vedere una concessionaria, completamente vuota. Sulla destra c’è un piccolo bancone al quale poter ordinare da bere. Al centro c’era un semicerchio formato da un numero indefinibile di sedie occupate e, al centro di questo, in piedi, si trovava un uomo che stava dicendo cose. Mi avvicinai un pochino, fino al punto di ascoltare le sue parole. Stava recitando una poesia e gli altri erano in religioso silenzio. Lo fissavano adoranti.

Passato nemmeno un minuto, l’uomo si mise a sedere e si alzò una donna. Questa si mise esattamente nello stesso punto punto in cui si trovava il suo collega e iniziò anche lei a decantare i suoi versi. Rimasi in piedi ancora per 3 o 4 poesie, non ricordo, poi decisi di mettermi a sedere anch’io, nell’unica sedia rimasta libera.

La clientela, se così possono esser definiti i partecipanti a questa strana situazione, rappresentava, o meglio rappresenta, un tipo di umanità con la quale non ho mai avuto a che fare. Per descriverla in poche parole, immaginate i vecchietti avvinazzati della Città vecchia cantata da de André, miscelati con Mark Renton, Sick Boy e gli altri protagonisti di Trainspotting. Forse è eccessiva come immagine, forse no, ma l’importante è farsi capire. Ero seduto tra tossici, arzilli ottantenni e signore sulla settantina che ti asfaltano con le loro riflessioni sull’amore nelle nuove generazioni mentre aspetti il treno delle 7.37 per andare in facoltà. Ero immerso in un’umanità vera, pulsante e autentica.

Le poesie che venivano raccontate a turno erano meravigliose. Di letteratura so davvero poco, giusto quelle tre o quattro nozioncine accademiche che ti forniscono all’uni, ma mai mi era capitato di perdermi nelle parole di altre persone. Ero coinvolto, forse troppo. Quella che mi colpì maggiormente veniva decantata da un ragazzo che con quella marmaglia eterogenea aveva ben poco in comune.

Indossava un maglione nero, dei jeans scoloriti e delle air force nere leggermente sgangherate. Non spiccava per originalità, ma per essere fuori contesto in quel contesto già fuori di per sé. Ricordo a stendo le parole precise, ma ricordo alcuni elementi che ritornavano ossessivamente nei suoi versi…

I granelli di sabbia, i capelli alghe, un tramonto invadente e il silenzio del mare.

Non so se questi elementi abbiano un senso, riportati così alla rinfusa, ma per me continuano ad averlo. Mi emoziono quando li faccio affiorare in quel marasma indefinito e indefinibile che è la nostra memoria. Ormai sono diventate quelle paroline che sussurro all’ego, la notte, per farmi coraggio e prendere sonno, consapevole del fatto che mi sveglierò e affronterò un nuovo giorno.

Dopo quel ragazzo e la sua bellissima poesia, calò il silenzio. La persona alla mia sinistra iniziò a singhiozzare incessantemente, quella alla mi destra piangeva in silenzio. Al centro di queste due esperienze, di queste due vite, stavo io, rapito e totalmente incapace di esprimere qualsiasi emozione. Ero come anestetizzato, privato dei sensi e della parola. Dopo l’intervento di quel poeta, nessuno si alzò per recitare i suoi versi: forse per paura del confronto, o più semplicemente per lasciar riecheggiare il più a lungo possibile l’eco delle sue parole nell’atmosfera che ci cullava. Far sì che quei versi potessero vivere e confortarsi nelle nostre esperienze individuali.

Lasciarli respirare, lasciarli volare.

Le persone intorno me cominciarono ad andarsene, ordinatamente e senza fare rumore. Io fui tra gli ultimi. Volevo ubriacarmi ancora, volevo arrivare al midollo di quell’esperienza così semplice, ma così intensa. Volevo assaporare ogni istante.

Una volta fuori, erano tutti scomparsi. Poco male, pensai, quell’esperienza mi aveva completamente scombussolato e dovevo riprendermi. Mi sedetti sul muretto esterno dell’edificio e iniziai a vagare con lo sguardo e coi pensieri…

L’armonia del mare, il tramonto invadente, i capelli alghe e i granelli di sabbia.

Cominciai a gesticolare, come se quella misteriosa combinazione di parole potesse conferirmi l’accesso a un altro mondo, a una dimensione più consapevole, all’interno della quale vivere con intensità, coinvolgimento e passione potrebbe ancora avere un senso.

Nel mentre elaboravo la mia nuova esperienza, ai miei piedi trovai un accendino verde, lasciato lì, trascurato. Mi infilai la sigaretta in bocca, mi rimisi in piedi e tornai verso il mio appartamento. Fatti pochi passi, accesi la sigaretta e aspirai. Tra il catrame e la nicotina, con la gola in fiamme, decisi che la sera successiva sarei tornato in quel posto.

Decisi che da quella sera avrei iniziato a fumare.

Da quella notte iniziai a scrivere poesie.

Fine

 

Gabriele Bitossi

Gabriele Bitossi

Gabriele nasce nel '96 ed è da sempre appassionato di storie, in ogni loro forma. Studia italianistica all'Università di Pisa e sceneggiatura alla Scuola internazionale di comics a Firenze. Starebbe ore a parlare coi suoi personaggi preferiti... e se lo facesse già?

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