Baffo mon amour

Baffo mon amour

Avrò avuto 8 anni e frequentavo le elementari “Giosuè Carducci” di Rosignano Marittimo. Ogni mattina prendevo l’autobus che passava in fondo alla strada di casa e alla fermata dopo la mia, salivano i miei amichetti. Non era un bus giallo di quelli che portano solo bambini ma era un autobus arancione dove ogni tanto saliva anche qualche signora anziana, solitamente sola, che portava con se uno di quei carrelli della spesa di stoffa rigida con le ruote e dal carrellino spesso uscivano mazzi di fiori o gli steli di qualche pianta, perché l’autobus fermava anche in prossimità del cimitero prima di andare su per il paese e passare dalla famosa “Curva del lupo”, dove io ho sempre immaginato boschi fitti abitati da branchi di belve feroci pronte a ridurre in brandelli i bambini non appena l’autobus avrebbe preso male la curva e sarebbe volato giù dal dirupo, fortunatamente non è mai accaduto.
Le elementari son state le scuole più belle: le maestre Cecilia e Laura erano affettuose ed attente, inoltre Cecilia era appassionata di musica e quindi ogni scusa era buona per farci cantare e prender dimestichezza con le note e gli strumenti musicali. A quell’età infatti decisi di iniziare a suonare il pianoforte: per la verità non fui affascinata dallo strumento in sé per se, bensì dal maestro, tale Prof. Fredianelli che venne a tenerci una lezione dimostrativa a scuola. Ricordo che tornai a casa il pomeriggio dopo la lezione, dicendo ai miei che avrei voluto suonare il pianoforte e, naturalmente loro ne furono molto felici; ignari di quelle che erano le reali motivazioni che mi avevano spinta a partorire questa decisione (per la cronaca: la mia carriera da pianista terminò 7 anni dopo quando in piena adolescenza l’ultimo dei miei desideri era quello di star chiusa in casa ad imparare il solfeggio).
La classe era composta di bambini e bambine che attraversavamo quell’età in cui il babbo e la mamma iniziano a portarti dal dentista e dall’ortodontista e iniziano a prendere le prime ca**iate per le carie e perché non lavano i denti per 18 minuti consecutivi.

Nella mia classe tutte le ragazze più carine iniziarono a portare l’apparecchio per i denti.

Io le guardavo e ne ero terribilmente invidiosa, come se oggi una mia amica mi sventolasse davanti una balenciaga pagata 100€. Anche io volevo l’apparecchio.
Nel mondo esistono le influencer e le influenzabili ed io decisamente appartengo alla seconda categoria. Una buona campagnia di marketing divertente e colorata su di me funziona sempre! I famosissimi fitvia slim tea che tutte le bonazze rifatte dell’instagram sponsorizzano? Presi! Le robe dell’estetista cinica? Provate naturalmente; e con esse anche tutti i vari prodotti legati al mondo del beauty sponsorizzati in qua e là da gente più o meno famosa ed influente.
Già a 8 anni appartenevo alla categoria di quelle che si facevano influenzare e bramavo cosi tanto l’apparecchio ai denti che per qualche mese feci persino finta di averlo. 
Ebbene si, mi accorsi che, parlando con la lingua appoggiata al palato superiore, la mia parlata era molto simile a quella delle mie compagne che lo avevano (nonché a Paperino, Provateci.). Fortunatamente questa farsa durò poco e finalmente arrivò anche il mio turno.

Per buona sorte, mi fu evitato quell’apparecchio fisso che faceva sbavare i bambini tipo Bovaro del bernese alla vista di una bistecca, quello con gli elastici trasparenti che potevano improvvisamente sganciarsi e lanciarsi a mo di fionda cosparsa di saliva addosso al malcapitato compagno di banco.
A me toccò il Baffo.
Il baffo a vederlo oggi sembra uno dei dieci strumenti di tortura usati dall’inquisizione: era quell’apparecchio che fuoriusciva completamente dalla bocca e faceva un giro della faccia tipo hula hoop per poi unirsi ad una fascia elastica sul collo (vedasi la Katy Perry qui di fianco, che però riesce ad esser attraente e sessualmente appetibile anche in codesto stato).baffo
Il dentista, buonuomo, non sapendo della mia malsana adorazione per l’apparecchio e della mia inenarrabile voglia di sfoggiarlo in classe davanti alle mie compagnie per dimostrare che anche io ero carina quanto loro, disse ai miei che avrei dovuto portarlo solo la notte: non vi dico la delusione.

Quando lo comunicò a mia madre, mentre io me ne stavo tronfia e sdraiata sul lettino bianco di pelle, mi crollò il mondo addosso e pensai per un attimo di prendere uno di quei ferri lustri e brillanti che stavano liì in bella mostra pronti a scardinare i denti di qualche vetusto sdentato e di piantarmelo dritto in gola per porre fine a quella ingiusta sofferenza.
La storia finì che ogni mattina prima di andar a scuola, infilavo di nascosto nella tasca inferiore dello zaino dell’Invicta, al tempo più grosso di me, la scatolina rosa di plastica a forma di tartaruga che conteneva l’amato apparecchio e, non appena in classe, TA-DANNN, superba e presuntuosa, indossavo con orgoglio quella meraviglia del creato, fin tanto che non arrivava il momento di tornare a casa.

Ecco, questo per dire che:
1) le mie contemporanee difficoltà nel riconoscere le cose belle da quelle non belle, il giusto dallo sbagliato, hanno origini antiche;

2) Se a 8 anni ero in grado di far credere ai maschietti di portare l’apparecchio quando in verità non lo avevo; Guys you have no idea di cosa io oggi posso esser in grado di farvi credere (…);

3) Non sempre quello che sembra bellissimo e luccicante lo è veramente; talvolta qualcosa sembra necessario e risulta estremamente desiderabile soltanto perché non lo possiamo avere. Ma siam sicure che è proprio quello di cui abbiam bisogno e il suo possesso ci renderebbe felici?

 

Giulia Rossi

Giulia Rossi

Chiacchierona, fantasiosa e precisetti. Le interessa tutto e non si specializza in niente. Non ha ancora trovato la sua strada forse perché semplicemente UNA strada non c'è.

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