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Il gelo caldo delle onde

Il gelo caldo delle onde

Del Termpolio di Pompei credo che ne abbiate sentito dire abbastanza, tra meme, vignette satiriche, trasmissioni (interessantissime) e articoli, immagino che tutti sappiate cos’è, come lo hanno trovato, quali bellissime e interessantissime scoperte ha permesso. A primavera programmeremo tutti un viaggio a Pompei, ed anche ad Ercolano che merita la stessa attenzione.

Giustamente dopo tutta questa immersione nell’archeologia non vi tedierò oltre ed oggi parlerò di surf invernale. Della passione tra il masochismo e l’autolesionismo che pervade noi amanti delle onde.

Una giornata tipo.

Che arrivano le onde si sa con largo anticipo. Le previsioni vengono studiate minuziosamente, incrociando i dati e facendo brain storming, almeno una settimana prima.

Quindi ognuno cerca di organizzarsi, tra lavoro, studio, figli e famiglie nessuno può farsi trovare impreparato al giorno x.

I giri di telefonate e i messaggi, chat che prendono fuoco la sera prima e la mattina stessa. Chi sa prima avverta.

Il problema è che spesso la percezione della qualità delle onde varia da persona e persona, dal suo grado di ottimismo e dal tempo meteo.

Mettiamola così, se c’è il sole molto spesso il mare è bello, tipo l’Indonesia o forse anche meglio; al contrario d’inverno col freddo e la pioggia, sono più le volte in cui non vale la pena (ma magari la condizione è identica a quella precedente).

Il freddo non è un grande alleato del surf (non abbiamo scoperto l’acqua calda ), ma chiaramente le condizioni invernali, con le onde che entrano senza vento pettinate dal vento di terra, ovviamente non si trovano d’estate.

Con cispie agli occhi, tute da ginnastica e vestiti spesso come se ci fossimo tirati nell’armadio, affrontiamo gli elementi nella speranza che le nostre aspettative non siano disattese.

La decisone del luogo prescelto si rivela spesso più un’epifania che una scelta concreta.

Sono più le volte in cui capiti, trascinato dai moti dei tuoi amici e compagni nel luogo giusto, di quelle in cui lo decidi tu di tua iniziativa (anche se a volte pensi di farlo, credimi, non è così).

Oppure c’è la versione monotematica, gli affezionati di un luogo, che vanno lì cascasse il mondo.

Io sono a cavallo tra le due tipologie.

La vestizione del surfista invernale.

Anche questo un bel capitolo: muta, calzari, cappuccio e guanti, per mettere tutto si fa un bel riscaldamento, che non guasta dati i climi.

Tavola, paraffina poca (perché abbiamo i calzari).

Tuffo nel gelo… il primo impatto con l’acqua così vestiti è quasi indolore, ovattato.

Ma poi nella muta comincia a filtrare l’acqua (soprattutto se la muta non è nuova)  insieme a un senso di disagio misto al “ma perché mi sono buttato”.

Vabbè, la passione è passione e si nuota verso il picco.

Saluti, due chiacchiere, un po’ di competizione e si da un senso alla giornata, tra ondate gelide nelle testa, surfate fluide, qualche discussione sulla precedenza, alla terza ora in genere avvengono i primi segnali di ipotermia.

Per esempio a me capita il congelamento delle lenti a contatto insieme ad una semi paresi alla bocca che fa si che sembri sempre sorridente. Anche quando ci sono le discussioni di cui parlavamo, non è proficuo reclamare un diritto sembrando sorridente come una biondina californiana, non sono credibile.

Quindi basta, è l’ora di uscire.

E qui sta il bello, la svestizione en plein air, con doccia di acqua calda portata da casa annessa.

L’altro bello sono gli sguardi delle persone che passano, al cui stupore non ci si abitua mai. Ti vedono come un folle alle soglie della broncopolmonite, un morto che cammina, “peccato è ancora giovane”.

Cappello di lana in testa, stivali pelosi, riscaldamento in macchina, “ah ho le mani! E il naso”.

Passa un tuo amico, ti saluta, tu ti giri a ricambiare e tac…come una cascata di sabbiolina nel collo, giramento di testa degno della più grossa sbronza del liceo, la cervicale ti ricorda che se il surf è nato in Polinesia e non in Canada un motivo ci sarà.

Casa, doccia bollente, phon, molto phon e oki.

Ma domani si ripete.

Federica Mazza

Federica Mazza

Surfista e archeologa marina o “subacquologa”, come ama definirsi con i colleghi. Il suo blog "Acqua Salata" è un diario di esperienze, riflessioni, viaggi e culture condito ogni tanto da qualche nota storico archeologica.

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