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Il trauma del Bauletto

Il trauma del Bauletto

Avevo 15 anni ed ero una ragazzetta con tante insicurezze come la maggior parte delle noi a quel tempo. Oggi no, oggi le 15enni ci mangiano la pappa in capo e ci risputano x merenda con una supponenza che noi, per fortuna, non avremmo neanche se diventassimo domani, ministro delle relazioni con ‘intero sistema solare.

E comunque.. io ero una bimba con le paranoie tipiche di tutte le adolescenti del periodo e mi truccavo sobriamente ogni mattina con secchiate di ombretti neri e glitter, che Britney, al tempo di “I love rock’n roll” mi faceva una pippa (che bei modelli per una ragazzina da seguire).

Avevo il fidanzatino, soprannominato “Pacco” da tutta la community (non virtuale come oggi, ma community vera). Io folle di amore per lui, sentivo questo spasmodica necessità di tappezzare la Smemo di dediche d’amòre sempre nuove e di imbrattare banchi e seggiolini degli autobus con l’uniposca rosa con le mie scritte: Pacco ti amo”. Solo stasera che ci ripenso, mi rendo consapevole di quanto potessero essere mal interpretate le mie dichiarazioni, e oggi mi ci scappa tremendamente dal ridere, ma, al tempo, non pensavo minimamente a cosa uno avrebbe potuto pensare nel leggerla così. “Pacco”, infatti prendeva quel nome, non per delle eccezionali qualità sudombellicali, bensì esclusivamente perché era il diminutivo del cognome; come se chiami “Bongio” uno che si chiama Bongini, uguale!

Io andavo al liceo scientifico a Cecina, che era considerata la city, per noi scanzonate solvaine che la mattina partivamo all’alba con il pullman blu dell’ATL, con i finestrini che ogni tanto non andavano ne su ne giu e che ogni due per tre ci lasciavano a piedi (chiaramente nei giorni di assemblea o autogestione..mai che si saltasse il compito in classe  a causa di un problema sulla tratta che non fosse a noi imputabile). La classe del liceo scientifico, era composta da una 20ina di cecinesi ganzi (che chiaramente, sapevano già cosa si potesse intendere con il “Pacco”, al contrario di me, povera ingenuotta di paese), da uno sputacchio di solvaini e una manciata di ragazzini di Donoratico.

Fuori dalla scuola, il pomeriggio, uscivo con il mio gruppo di amici dell’Iti, che erano poi i compagni di classe di Pacco.

Nella combriccola c’eravamo io e la Dany, la mia amichetta del cuore, e questa banda di briganti travestiti da ragazzini, che passavo i pomeriggi a far gara di rutti, a dar fuoco alle scurregge, competition di bestemmie, a provare a spaccarsi il cranio facendo delle impennate in mezzo alla via, ed a parlare di marmitte Polini.

Io e la Dany c’entravamo come il cavolo a merenda.

BoosterIl motorino che possedevi, al tempo, era rappresentativo di chi eri. Era la tua carta di identità, il tuo lasciapassare per entrare nei gruppi di quelli piu grandi: una sorta di status sociale. I maschi dovevano avere l’NRG o il Phantom e le “fihe” vere avevano il Boosterino. Rigorosamente con il casco a scodella.

In questo mondo di motorini con le ruote basse, senza fermi, modificati e con il casco a padellino, io le Dany eravamo delle vere pecore nere.

Io avevo un Piaggio Liberty 50cc, a cui mio padre non consentì mai di togliere i fermi, che riusciva a raggiungere i 46 km/h solo se rischiavo di far saltare una delle vene del polso sinistro dallo sforzo, abbinato ad uno splendido casco integrale.

Lei, la mia compagna di merende, aveva il mitico Carosello, un motorino

dell’Atala per cui Dany ha subìto bullismo da quei piccoli bastardi per anni. La ditta produttrice, ne ha messi in commercio penso soltanto 2; uno nero, comprato dalla mamma di Dany e l’altro blu che stanno ancora provando a vendere su kijiji; dopo di che penso abbia sia stata dichiarata avviata la procedura fallimentare.

Nonostante il mio motorino ed il mio casco, dicessero a chiare lettere che ero maledetta e pericolosa come una delle figlie de “la casa nella prateria”; io comunque mi atteggiavo al pari delle quindicenni figlie di buona donna, che avevano già iniziato a far petting a destra e a manca, ed in motorino adottavo la classica postura da (s)fighetta solvaina (*provo ad allegarvi foto rappresentativa, anche se i piedi son troppo in avanti).

Bisognava andare in motorino come se la sella scottasse: le chiappe, infatti, potevano esser poggiate soltanto sui primi 3 cm di sella, dopo di che, schiena dritta, ginocchia piegate e piedi che andavano all’indietro rischiando l’ustione con la marmitta; che mio padre, si voltava dall’altro lato, ogni volta che mi incrociava in giro per il paese.

Un sabato mattina, mio padre appunto, prende il prestito il mio adorato Liberty per andare a trovare il nonno e per fare altre commissioni. Tornato a casa per pranzo, parcheggia il motorino in garage e viene in casa e mi chiede di seguirlo in garage perché, sorridente, dice “ti devo far vedere una cosa”. Io con lo stesso interesse di Gianni Sperti che si trova a subire uno spogliarello di Serena Grandi, mi alzo dalla poltrona in camera mentre ero intenta a autobucarmi l’unghia del pollice per mettermi un piercing all’unghia, priva di entusiasmo e lo seguo.

Entro in garage e …………..

IL DRAMMA SI PALESA DINNANZI AI MIEI OCCHI.

Il mio mondo frantumato davanti a me.

Tutti  i miei inutili sforzi, per nascondere la sfigataggine del mio Liberty 50 cc, vanificati.

Mesi spesi a guardarmi la moto GP e ad imparare il nome di Colin Edwards-Texas Tornado, per riuscire a sentirmi leggermente inserita nella comitiva di adolescenti fissati con i motori, resi completamente inutili.

Da quel pomeriggio sarebbero tornati tutti a riprendere per il culo:

Charlie, mi aveva messo il BAULETTO al motorino.

Mi mancava pure il parabrezza e poi era il mezzo perfetto per andare al bocciodromo o a fare una briscolata al circolino, cercando di tener su la dentiera col Kukident e sorseggiando Vecchia Romagna.

Mio padre, leggendo il dramma nei miei occhi e iniziò a spiegarmi che con il bauletto avrei finalmente potuto metter il casco dentro anziché agganciarlo precariamente alla sella con il rischio che si bagnasse in caso di maltempo ecc….

Niente. Io nel baratro più profondo, Iniziai a piangere e a dire che faceva “SCHIFOOOOOO” per poi degenerare in urla a suon di “VOI NON CAPITEEE!! BASTARDIIIII !!! VI ODIO TUTTIIIIIII!!!!”

Mi chiusi a piangere in casa e composi il 793105 per condividere con Dany, l’immensa sciagura che mi si era appena palesata davanti: neanche avessi trovato tutta la mia famiglia divorata da un gruppo di aborigeni cannibali.

Mio padre, nero come una pantera, venne costretto da mia madre a riportare il bauletto in negozio.

Tutto cio per un ca**o di Bauletto.

Questo per dire che cosa:

  • I drammi di oggi, possono sembrare cose ridicole domani. La capacità di mantenere la ragione e la lucidità anche nei momenti più buii può essere utile nella vita per evitare figure di cacca inutili. Quindi, se voi come me, non conoscete cosa sia il raziocinio, cercatevi qualcuno che, in primis vi sopporti e in secondis, tenga a bada i vostri istinti;
  • Una cosa piccolissima, può avere un impatto fortissimo nella vita di una persona e quindi.. occhio a dire ad una ragazza che quella porzione di pasta è un po troppo abbondante o che quei jeans son un po strettini. Nella migliore delle ipotesi vi lancerà il piatto prima e successivamente, userà i pantaloni per legarvi un cappio intorno al collo;
  • Mio padre è sempre stato un santo;
  • Io ho sempre avuto un brutto carattere.
Giulia Rossi

Giulia Rossi

Chiacchierona, fantasiosa e precisetti. Le interessa tutto e non si specializza in niente. Non ha ancora trovato la sua strada forse perché semplicemente UNA strada non c'è.

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