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Juliette Gréco & Miles Davis

Juliette Gréco & Miles Davis

A Parigi era scoppiata la primavera e i due camminavano lungo la Senna, tenendosi per mano e baciandosi: lui era più che innamorato, era ipnotizzato, in una specie di trance. Di Juliette non apprezzava soltanto l’aspetto ma anche la personalità: era la prima donna che amava come un essere umano, alla pari. Non sapeva bene chi fosse né cosa facesse, per lui era soltanto una ragazza francese con la faccia strana, ma la amava ed erano felici. Lei seppe che era fidanzato e che aveva avuto un figlio all’età di 17 anni, ma non importava, perché lo ammirava come artista e come uomo. Gli presentò Picasso, Monsieur Sartre, come lo chiamava lei con grande ammirazione, e tanti altri esistenzialisti. Trascorrevano le serate nei club di Saint Germain, spesso a Le Tabou, dove lei cantava e Boris Vian suonava, e nei caffè vicini, comunicando come potevano, con fantasia: aiutandosi con i gesti e le loro lingue stentate. Una sera di queste Monsieur Sartre, ammirando con partecipata felicità la loro stupenda storia d’amore, affrontò Davis: “la ami tanto…perché non la sposi?”. “La amo troppo per renderla infelice”, rispose lui. Miles lo sapeva bene, conosceva se stesso e la sua infedeltà, la sua incapacità di amare le donne. Per giunta negli Stati Uniti sarebbe stata anche una questione di razzismo: lei sarebbe stata vista non più come l’artista Juliette Greco ma soltanto come “la puttana di un negro” e questo le avrebbe stroncato la carriera sul nascere. E poi lì lui aveva già una compagna, Irene, e due figli, ma questo non glielo disse. Comunque la passione per Juliette gli aveva dimostrato che esisteva un diverso tipo di amore e che forse anche lui era capace di voler bene a una donna.

 

Tuttavia, il suo grande amore per quella giovane artista francese e per Parigi non gli impedì di tornare negli Stati Uniti. Quel ritorno sarebbe stato l’inizio di una disillusione ancora più profonda nei confronti della sua patria che, unita alla mancanza di Juliette, lo fece precipitare in un periodo di dipendenza da cocaina ed eroina da cui non rialzerà la testa almeno per quattro anni.

Trascorsi questi anni bui, nel 1954 la Greco, con un nuovo nasino all’insù, si recò a New York per parlare con i produttori cinematografici del film “The Sun Also Rises”, tratto dall’omonimo romanzo di Hemingway, in cui avrebbe dovuto recitare. I due artisti, ormai entrambi famosi, si erano tenuti in contatto negli anni e lei aveva invitato Miles a cena nell’hotel dove alloggiava, il Waldorf-Astoria a Park Avenue, dove aveva una bellissima suite. Lui, timoroso dei suoi sentimenti per lei, si era fatto accompagnare da un membro della band. Essere accolto in hotel in maniera razzista e senza rispetto non favorì il suo difficile primo incontro con la Greco, dopo cinque anni: l’espressione sul volto del maitre d’hotel quando entrò era indescrivibile: non fece alcuno sforzo di nascondere la sua disapprovazione. Chissà, forse non sapeva nemmeno chi fosse quella chanteuse francese, Juliette Gréco, pensava che fosse solo un’altra donnaccia bianca che se la fa con un negro. Dopo due ore di attesa, il cibo gli fu quasi buttato in faccia. Fu atroce per entrambi: la cena fu lunga, il cibo amaro. Poi, lì, al Waldorf-Astoria la sentì cantare per la prima volta, ma era di malumore, scortese e aggressivo, si rifiutò di accompagnarla in Spagna e se ne andò. Alle quattro del mattino la chiamò, in lacrime. “Non potevo venire da solo”, le disse. “Non voglio mai più vederti qui, in un paese in cui la nostra relazione è impossibile.” All’improvviso lei capii che lui aveva ragione, che lei aveva commesso una terribile ingenuità, da cui proveniva una strana sensazione di umiliazione che non avrebbe dimenticato mai più. In America il colore della sua pelle si era fatto evidente, mentre a Parigi non se ne era nemmeno accorta.

Il 1954 sarebbe stato comunque un anno indimenticabile per la vita privata di Juliette perché, mentre lavorava al film di Jean-Pierre Melville “Quand tu liras cette lettre”, la cantante incontrò il suo futuro marito, il bell’attore francese Philippe Lemaire. Quel matrimonio non sarebbe durato a lungo, comunque: la Gréco e Lemaire avrebbero divorziato nel 1956, poco dopo la nascita della loro figlia, Laurence-Marie. E, proprio nel 1956, Miles e Juliette si rividero a Parigi; lui le spiegò i motivi del suo pessimo comportamento al Waldorf-Astoria e lei lo perdonò. Tornarono amanti e ripresero a frequentare per un po’ i club della rive gauche con Jean-Paul Sartre e sua moglie, la grande scrittrice e intellettuale femminista Simone de Beauvoir, personaggi di cui Juliette aveva sentito parlare quando era una ragazzina da sua sorella, studentessa, ma che non avrebbe mai immaginato di aver vicino. E invece, eccoli lì.

L’anno seguente Davis tornò a Parigi per una tournée come solista. Attraverso la Greco e Boris Vian fu presentato al regista Louis Malle, suo grande ammiratore, che gli chiese di scrivere la colonna sonora del suo film noir d’esordio, tratto dal romanzo di Noël Calef, Ascenseur pour l’échafaud (Elevator to the Gallows, Ascensore per il patibolo in italiano). Per rendere più credibile l’atmosfera musicale, Davis usò un vecchio edificio buio per registrare, in cui i musicisti improvvisavano vedendo proiettate le scene del film. Fu un grande successo, per la gioia di Davis che si cimentava per la prima volta nella composizione della colonna sonora di un film.

 

Miles continuò a vedere la Greco e a suonare in varie serate al Club St Germain. Ma, nonostante la sua passione per Parigi e per Juliette, sapeva che la scena jazz parigina non poteva competere con quella di New York, dove tutte le sere vedeva suonare Monk, Coltrane, Satchmo e tanti altri. E lui semplicemente non poteva vivere senza essere circondato dai maestri del jazz. Diceva, con un ghigno ironico e beffardo: “In Europa apprezzano tutto quello che fai. Gli errori e tutto il resto. È un po’ troppo per me.”

La carriera di Juliette era invece in Francia, dove lei amava vivere, quindi la decisione di separarsi, rimanendo semplicemente amanti e amici, fu reciproca.

La loro fu una grande storia d’amore. Non si persero mai, per tutta la vita. Ogni volta che era in tour in Europa, le lasciava messaggi dai luoghi in cui si trovava a suonare: “Ero qui, ma tu non c’eri.”

Nonostante entrambi abbiano avuto molti partner e si siano sposati tre volte (lui con la ballerina Frances Taylor, la cantante Betty Mabry e l’attrice Cicely Tyson; lei con gli attori Philippe Lemaire e Michel Piccoli e il pianista Gérard Jouannest), continuarono a vedersi, a Parigi o nel sud della Francia, dove lei aveva una casa, fino alla morte di lui nel 1991, a 65 anni.

Pochi mesi prima di morire Miles andò a trovarla a casa sua. Erano seduti in salotto e ad un tratto lei si alzò per andare nella veranda a controllare il giardino, quando udì la sua risata diabolica risuonare da dietro. Allora gli chiese: “Perché ridi?”.  E lui: “Potrei andare ovunque, in qualsiasi angolo del mondo e oltre, ma quando vedrò quel fondoschiena, saprò che sei tu”.

 

Tratto dal libro di Elisa Giobbi “Eterni – Vite brevi e romantiche di grandi compositori” (Vololibero, 2018)

 

 

Autore del Post

Elisa Giobbi

Fiorentina, coltiva musica e scrittura fin dall'adolescenza. Ex editrice, è autrice di "Firenze suona", "Rock'n'roll noir", "La rete", "Eterni", saggio sui grandi compositori e "Love (& Music) Stories. Presidente dell'ass. cult. "Firenze suona", organizza e dirige rassegne musicali.

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