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EP.8 Drive to survive (e anche per vincere)

17 Settembre 2020 BLOG, CrossOver
EP.8 Drive to survive (e anche per vincere)

La Formula 1 non è sempre uno sport avvincente. Ci sono gare noiosissime alla fine delle quali resta invariato sia l’ordine gerarchico fra i team sia quello fra i piloti, gare che già al giro di formazione sai che vincerà Hamilton, imbattibile, imbattuto. Ci sono gare mediamente interessanti nelle quali qualcosa succede nelle retrovie, qualcuno emerge per rapidi guizzi e qualcuno sprofonda per pura combinazione infausta di eventi, gare che Hamilton rischia di perdere, ma poi solitamente finisce per vincere comunque.
E poi esiste una terza tipologia di gara che è quella alla quale ci siamo ritrovati di fronte nel recente GP di Toscana, eccezionalmente disputatosi nel Mugello.
Sono gare di tipo darwiniano nel quale lo spettatore e forse anche il pilota realizza che ogni tanto la sfida non è tagliare il traguardo per primi, ma arrivarci a quel traguardo, possibilmente salvi e altrettanto possibilmente con la monoposto ancora intatta.
Insomma, ogni tanto l’importante è sopravvivere.
Signori e signore, su il volume allo spegnimento dei semafori, oggi parliamo di Drive To Survive.

 

Il circo

Rapido fun fact: l’intero sistema che ruota intorno alla F1, dai meccanici agli ingegneri, dai piloti ai team manager,  viene definito “Continental Circus”.
Sotto questa etichetta (tratta però dall’universo moto) la F1 si presenta come un micidiale spettacolo itinerante che attraversa i paesi con le sue carovane scintillanti, pianta le sue tende brandizzate nel paddock il mercoledì, si allestisce lo spettacolo del weekend fino al gran finale della domenica.
Poi la festa giunge alla sua fine proprio nel punto dove è cominciata, e allora tutto si ripiega, si riempiono nuovamente i camion e si torna a casa, ciascuno nella sua porzione di mondo.

E’ una delle definizioni che più apprezzo e quella alla quale ripenso durante uno dei miei momenti preferiti, quello che precede di poco il giro di formazione, quando le monoposto sono già schierate in pista con i piloti al loro interno ed un colorato formicaio di meccanici intorno, pronti a disperdersi tutti insieme ad un preciso gesto delle braccia di uno di loro.
E’ il momento in cui lo spettacolo si prepara e tutto può ancora succedere, è l’attimo prima.

Drive To Survive è una serie targata Netflix che si propone di svelare i retroscena di questo circo miliardario spiando ogni parte della grandiosa catena di montaggio che consta di ingegneri, di meccanici, di sponsor e mecenate, dai piloti di safety car agli agenti personali, svelandole vere fattezze dell’iceberg della realizzazione della gara  del quale il pilota non è che la punta, sebbene sia una punta di diamante.

 

Nessuno vuole essere Robin

Una delle questioni più interessanti che riguardano le dinamiche fra piloti è certamente quella del “secondo pilota”. Ciascuna scuderia per mantenere un suo equilibrio interno cerca di alternare piloti comunque talentuosi, ma in maniera dispari. C’è quindi un pilota su cui si punta di più, per genio o per storico, e uno su cui si scommette di meno.
Insomma, qualcuno deve essere Robin.
Capofila di questo gruppo di aiutanti di supereroi è certamente Valtteri Bottas, compagno di squadra di Lewis Hamilton, ma la serie punta le sue telecamere sulle vicende private di altri tre giovani esemplari (o presunti tali) di questa specie: Alex Albon, Pierre Gasly e Carlos Sainz.

 

Alex Albon

Attuale Robin di Max Verstappen per la RedBull, Albon è un giovane thailandese cresciuto in Inghilterra in una situazione famigliare economicamente e legalmente instabile, è l’eroe Dickensiano che non penseresti mai di trovare alla guida di una monoposto, che sfugge alle maglie poco elastiche della sociologia e che in barba a tutti i pronostici diventa l’uomo che da bambino sognava di diventare.
Non solo: arriva terzo alla sua prima volta al Mugello, finisce per guardare dall’alto un team che fino a cinque minuti prima intendeva silurarlo, e che probabilmente lo farà comunque.

 

Carlos Sainz

Carlos Sainz JR è un giovane pilota promettente che porta il nome di un altro pilota, suo padre, in cerca di un nuovo team. La McLaren è un team certamente non di primo pelo che cerca un pilota affidabile per rinnovarsi dopo una stagione disastrosa, anzi, ne cerca due: uno è il giovane spagnolo, il secondo è Lando Norris.
Benchè qui il Robin, per età e in minima parte per risultati sia il primo, devo informare chi non lo sapesse che nell’immediato futuro di Sainz c’è un contratto con la Ferrari, al fianco di un più che promettente, sebbene sfortunato, Charles Leclerc.

“Primo degli altri”, ha ottenuto due podi fino ad adesso in Formula 1: del primo, un secondo posto, gli è arrivata una notizia postuma alla cerimonia di premiazione, il secondo è un primo posto mancato, rubatogli per un soffio ma anche per bravura da Pierre Gasly.

 

Pierre Gasly

Robin del già Robin Alex Albon, Pierre Gasly viene silurato nel 2019 dal medesimo team. Durante la serie lo seguiamo retrocedere dalla Red Bull al suo “team vivaio”, la ex Toro Rosso, ora Alpha Tauri.
Inanella per un anno risultati mediocri se non deludenti, nel paddock si vocifera il peggio per la sua carriera da pilota.
E invece succede che durante il pazzo GP d’Italia tenutosi a Monza il weekend scorso, complice una serie di fortunate coincidenze fra le quali una salvifica penalità al Re Nero, riesce a portarsi al primo posto della fila e a rimanerci saldo fino alla fine, nonostante l’avvincente querelle sul finale con un Carlos Sainz affamato che all’ultimo giro, preso atto dell’imminente sconfitta si lascia andare ad un accorato:

I want this win.

Ma è troppo tardi, il vincitore è già stato scelto dalla sorte, ed è il ragazzo che avete visto in foto ad inizio paragrafo, solitario e commosso: Pierre Gasly. 

 

 

Claire è uscita dal gruppo

Uno dei punti che invece più interessano la sottoscritta, lo avrete capito, è la spinosa questione “quote rosa”.
La prevalenza, anzi, la predominanza della componente maschile in questo sport è non solo evidente ma anche imbarazzante giunti a questo punto dell’evoluzione della specie. Nella serie stessa le presenze femminili sono comparse per lo più legate al pilota, fidanzate accessorie, madri preoccupate, assistenti personali, qualche volto femminile si affaccia da sotto il casco da meccanico per lo più nei team minori, solo di recente si cominciano a vedere donne in scarpe da ginnastica anche al muretto, fra gli ingegneri di pista e i team manager.
L’unico volto non maschile che vedrete comparire come addetta ai lavori nella serie è quello di Claire Williams, team manager dell’omonimo team fondato dal padre che un tempo recitava la parte del leone e che ora occupa più o meno stabilmente gli ultimi posti della griglia, e della classifica piloti, e della classifica costruttori.
Nella prima stagione della serie quelle che vedrete principalmente sono di fatto  le vicende dei team minori (Haas, Williams), anche e per lo più per una questione contrattuale  che riguarda i team maggiori (Mercedes e, almeno ai tempi, Ferrari) che, forse inizialmente titubanti nei confronti del progetto, avevano deciso di non dare l’ok alle riprese e di non parteciparvi.

Spoiler alert: poi cambiano idea.

Nella seconda stagione si affacceranno un compostissimo Hamilton a brevi comparse e le grandi imprese di un Leclerc estremamente concentrato su quella che per ora è la sua stagione migliore (quella del 2019), ma per il momento dovrete accontentarvi delle tragicomiche avventure di Romain Grosjean (pilota Haas) e di Claire Williams che cerca disperatamente di risollevare le sorti della sua scuderia, insomma, che di fatto continua a gareggiare per sopravvivere, perchè come lei stessa ammette nei primissimi episodi della prima stagione, non è intenzionata a cedere nè tanto meno a vendere la scuderia di famiglia.

Spoiler alert: poi cambia idea.

Si è conclusa infatti con il GP d’Italia disputatosi lo scorso weekend a Monza la sua avventura come team principal in Formula uno.
Di uno storico ed ultra emozionante GP di cui mi accingo a darvi un ultimo breve flash, fra un pianto accorato ed un primo posto che va a riscattare un’intera carriera, giudico uno dei momenti più toccanti quello in cui è Claire stessa, non un ingegnere di pista, a dare l’ok per far uscire quelle che saranno, per l’ultima volta, le sue macchine.

 

Autore del Post

Francesca Cullurà

È laureata in Lettere all’Università di Firenze ma se la cava discretamente anche nella sacra arte del darsi l’eyeliner. I suoi interessi sono la letteratura, la Formula1 e il vecchio cinema italiano. È convinta di saper guidare meglio di molti uomini.

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