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L’importanza dell’empatia

L’importanza dell’empatia

Nel tentativo di ricondurre il concetto di empatia alla sua essenza, non sarebbe scorretto dire che si tratta della capacità tipicamente umana di immedesimarsi negli stati d’animo altrui, riuscendo a comprenderli a tal punto da sentirli propri. La connessione empatica è – o almeno dovrebbe essere – il substrato delle relazioni umane, laddove riconoscere negli altri un’estensione separata del proprio sé determinerebbe tale capacità.

«L’empatia è l’atto paradossale attraverso cui la realtà di altro, di ciò che non siamo, non abbiamo ancora vissuto o che non vivremo mai e che ci sposta altrove, nell’ignoto, diventa elemento dell’esperienza più intima cioè quella del sentire insieme che produce ampliamento ed espansione verso ciò che è oltre, imprevisto».

Nella seconda decade del ‘900, Edith Stein, monaca cristiana e filosofa tedesca, ne ha dato una delle migliori definizioni in assoluto. Proprio lei che sarebbe poi stata una delle vittime di uno dei momenti della storia in cui più si è sentita la mancanza di empatia: l’Olocausto.

empatia

Con tutta probabilità, l’empatia è il valore-madre, l’unico in grado di favorire il riconoscimento del proprio Io nell’altro, fornendo così il punto di interconnessione fra i concetti di identità e alterità. Se i valori possono essere interpretati come un groviglio inestricabile di natura e cultura, allora la disposizione a immedesimarsi negli stati d’animo del prossimo ne è la massima espressione, in quanto sintesi di istinto ed esperienza.

Sicuramente a comprendere l’enorme importanza dell’empatia è stata, fra gli altri Paesi, la Danimarca, dove da diversi anni è stata introdotta come disciplina scolastica e occupa un’ora dell’orario settimanale. Nell’ora di empatia, ad esempio, non di rado vengono presi in esame casi di bullismo, al fine di far capire ai bambini l’emozione negativa che scaturisce dall’essere derisi e ridicolizzati per le proprie diversità. Insomma, l’obbiettivo è quello di insegnare ai piccoli a riconoscere le emozioni degli altri e a identificarvisi, creando così la possibilità di legami umani più forti negli adulti di domani.

Se ci si sofferma un attimo a pensare, una simile innovazione ha senso non solo dal punto di vista della crescita umana e individuale, ma anche in un senso strettamente pedagogico: l’empatia, oltre che una capacità innata, è una forma di intelligenza e, in quanto tale, può essere allenata e incanalata nella giusta direzione. Questo è esattamente il punto di connessione fra natura e cultura del quale si è accennato poco più indietro.

Da questa prospettiva, coltivare il quoziente emotivo non è così differente dal coltivare il quoziente intellettivo: geneticamente si parte sempre da livelli diversi, ma, entro un certo limite, è possibile progredire sia nella sfera dell’intelletto che in quella delle emozioni.

Autore del Post

Edoardo Wasescha

Amava definirsi un nerd prima che diventasse una moda. È appassionato di filosofia e di fisica, di cinema e di serie tv, ama scrivere perché, più che un posto nel mondo per sé, lo cerca per i propri pensieri. Il blog è la sintesi di tutto questo.

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