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Scavallando

Scavallando

Se a un ragazzo d’oggi dici Celi, lui con ogni probabilità pensa al “Certificato di conoscenza della lingua italiana”, riconoscimento che nel nostro Paese può essere ottenuto sostenendo appositi esami all’Università per stranieri di Perugia, nella regione dell’Umbria, con quegli scorci bellissimi. E se non pensano al certificato, i giovani mandano istintivamente la mente al Cieli – sempre si tratti di un’intervista video dell’Italia sul Due, altrimenti notano che mana la “i” -, cioè il “Centro italiano di eccellenza sulla logistica”, guidato dal professor Enrico Musso, una vera chicca molto seguita dagli adolescenti tra uno snuff movie di maniera e una puntata di Caro Maestro goduta su Netflix. Purtroppo solo in pochi alla parola Celi collegheranno all’attore messinese Adolfo Celi, prematuramente scomparso trent’anni fa – sentendosi male in scena, come Montesano – e quindi, di fatto, uno sconosciuto per le leve più verdi. Un gran peccato, perché parliamo di uno dei più illustri e sensibili interpreti del cinema del secondo dopoguerra. Con un tratto unico: la “scavallata”, così come la definì Gianni Rondolino nel volume della collana del Castoro dedicata al mattatore siciliano. «Ci sta un elemento che salta all’occhio facile facile – scrive il Rondolino papà del mitico Fabrizio – e cioè ‘stu fatto che Adolfo Celi interpreta spesso personaggi autorevoli, con ruoli importanti nella società, ma all’improvviso, con una “scavallata”, queste figure si riscoprono compagnone, cazzone, superficiali». I casi noti, spiega il critico, sono quelli di Amici miei e Febbre da cavallo. Nel primo Celi interpreta il cardiochirurgo dottor David Sassoli, che non esita ad abbandonare camice e ruoli apicali in Asl per darsi alla pazza gioia con i suoi compagni di infinite goliardie («Supercazzola denaturata! Come Marco Pantani! Piripiripì!»), mentre nel film di Steno riveste i panni dell’inflessibile presidente del tribunale di Viterbo, che a sorpresa nel finale si rivela un frizzante ludopatico tutto ippodromo e cocaina. Ma questa è soltanto la punta dell’Eisenberg, perché la “scavallata” torna anche in altri lungometraggi, nei quali tuttavia, a causa di un problema di formati video (il tuning digitale Titanus dell’epoca era inadatto alle rifrazioni del nastro a doppio strato), questa soluzione drammaturgica non viene minimamente percepita dallo spettatore. Però c’era! Ad esempio in 007 Thunderball Celi-Emilio Lago a metà film molla i panni di perfido numero due della ditta Spectre e va ad allenare una scalcinata squadra di calcio della provincia italiana, la Ammiraglio Magnaghi di Sondrio, in un’irresistibile vertigine di scoregge e battutacce da stadio. O ancora, nella miniserie Sandokan, lord James Brook, sempre interpretato dal Celi, da un lato combatte senza pietà la Tigre della Malesia, dall’altro “scavalla” e va a tirare i sassi dal cavalcavia con Janez ubriaco e delle camperiste tedesche disinibite. Stesso discorso per il personaggio di Joe Petrosino: poliziotto integerrimo per le prime venti puntate dello sceneggiato, nelle ultime due scatta l’impennata narrativa e Celi molla la divisa andando a fare la groupie dei primissimi Pooh, passando con disinvoltura da un componente della band all’altro. Tutte cose che, per la grana tecnica di cui s’è detto, nessuno ha mai visto o notato, ma che certo hanno lasciato qualche traccia… E questo pezzo è per te, caro papà Adolfo, un bacio grande da me e da mamma Red Canzian.

Autore del Post

Niccolò Re

Niccolò Re nasce a Sarzana (Sp), dove attualmente vive, il 21 maggio 1986. Maturità scientifica, Laurea in Cinema, nel 2012, un po' per caso, intraprende il mestiere di giornalista, che svolge tutt'ora presso la testata online Città della Spezia. Tra i suoi hobby il calcio, la musica, la storia, l'antropologia. Ama gli animali e ha un bellissimo e simpatico cane di nome Camillo. Dal 2016 convive con l'economista Irene Tinagli.

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