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Battisti secondo Martinazzoli: “Fascista? Perché no. E quel testo lo ritoccherei”

Battisti secondo Martinazzoli: “Fascista? Perché no. E quel testo lo ritoccherei”

“Penso proprio che sia il caso di tentare una diversa ‘lettura’ di Lucio Battisti e della sua opera, fuori dai comodi stereotipi di sempre. I tempi mi sembrano maturi”. E’ così che inaugura la nostra conversazione l’onorevole Mino Martinazzoli, tra i massimi collezionisti mondiali del genio di Poggio Bustone.

Martinazzoli, se non erro la sua riflessione, che presto sarà al centro di un ampio volume, guarda più ai testi che alla musica. Non sarò certo il primo a obbiettarle che le parole erano di altri, non di Battisti, eccezion fatta, forse, per ‘E già’…

“Vero, ma quei testi Battisti ha deciso ben volentieri di cantarli e interpretarli. E non era certo il tipo da cantare qualunque cosa, da non rendersi conto di quel che cantava. Gli piacevano, ne riconosceva il valore, i moventi, i messaggi”.

Una delle sue tesi è che sia da sfatare il mito secondo il quale la canzone battistiana sia apolitica.

“Certo. Al netto del fatto che, per formazione, non ritengo apolitica – e di fatto non la è – nemmeno la decisione di una giunta comunale sul rifare o meno un marciapiede, è sbagliatissimo pensare che non ci sia politica in una canzone perché questa è priva di riferimenti politici diretti, pieni, immediatamente riconoscibili. C’è molta più politica in tante canzoni di Battisti che in cento e cento strimpellate ‘impegnate’… delle coglionate da occupazione studentesca”.

Avanza anche l’ipotesi che la ‘politicità’ di Battisti sia stata compulsivamente negata perché altrimenti tanti suoi fan di sinistra avrebbero dovuto riconoscere che il loro idolo portava avanti un complesso valoriale – e un pensiero politico, seppur diluito tra le necessità della strofa, del ritornello, del bridge – a loro sgraditi.

“Sì, credo proprio che le cose stiano così. Negare la politicità di Battisti per non scoprirsi improvvisamente fan di un artista ‘di destra’, usando la categoria con le pinze e con ogni cautela. In questo vedo un tratto purtroppo caratterizzante la civiltà occidentale odierna: il rifiuto dell’alterità, dell’esistenza dell’alterità, della diversità. Ovviamente non nell’accezione, pur importante, ma ovvia – anche se purtroppo non praticata come un’ovvietà – del semplice rispetto del prossimo, del debole, dello straniero. Ma proprio nel senso di non accettare che nell’altro ci sia qualcosa che non ci piace, come se si vivesse perennemente a un bivio tra la piena consonanza – che volendo, per quanto in modo precario, si raggiunge anestetizzando gli elementi disturbanti – e la necessità di disintegrare o quantomeno ignorare ciò che perfettamente consono non è. Mi par di rilevare diversi sintomi in questo senso, su tutti quella ridicola necessità di definirsi ‘non ideologici’. L’ideologia non è la malaria, è una visione del mondo e diverse visioni del mondo è normale si scontrino, si confrontino e trovino eventuali mediazioni nel terreno della ragion pratica. Tutto sommato, restituire cittadinanza al concetto di ideologia consentirebbe di vivere con più pace e lucidità”.

Un passo indietro: ha parlato di un Battisti di destra… magari di un Battisti fascista, come si è detto per anni?

“Puoddarsi, non possiamo saperlo. Di certo il fascismo di Battisti è una cosa che viene negata con così tanta forza che viene da pensare sia vera o verosimile. Sicuramente la canzone di Battisti, nel suo essere politica, tocca certe corde che potremmo definire di destra e certo non di una destra positivista, liberista, atlantica. C’è, spesso, un sentimento di assolata campagna, di regresso bucolico, di spirituale sensualità legata alla terra. Una sorta di rifiuto della contemporaneità, che sia la Coca cola o lo sloganismo operaio, che si tratti della feroce selezione naturale dell’evo capitalista o delle pelose lamentazioni degli universitari. Una vasta critica, quella della canzone battistiana, che però non lancia strali spietati né si ammanta di chissà quale autorevolezza, e questo grazie a una straordinaria e onnipresente ironia. Ben inteso: credo che questo discorso valga per vasta parte della produzione Mogol-Battisti ma non sia estraneo agli album bianchi, con i bei testi di Pasquale Panella. Ma qui la ‘non contemporaneità’ ha i tratti di un salto nel futuro, o a volte in un De Chirico. Del resto non c’è niente di meno contemporaneo dell’usare la lingua in modo obliquo, talvolta oscuro”.

A proposito, lei si è detto anche convinto che non ha molto senso parlare di una spaccatura tra le due fasi: Mogol prima, Panella poi.

“Sì, è chiaro che sono testi diversi, lontani, ma non così tanto. Non è che Mogol fosse uno da banalità ‘cuore-amore’. Nel senso, ‘un sorriso che non ha/ né più un volto/ né più un’età’, o ancora le ‘cattedrali oscurano/Le bianche ali bianche non sembrano più’ sono ne ‘La collina dei ciliegi’, ma potremmo trovarle anche in ‘Don Giovanni’ o ne ‘La sposa occidentale’, solo per fare qualche esempio. Del resto penso sia quantomeno strano desiderare di cantare qualcosa di completamente differente rispetto al passato”.

E’ vero, come dicono, che lei a volte apporta piccole correzioni a testi di canzoni, che pur ama, ritenendo di migliorarle, compresi alcuni brani di Battisti?

“Non ho pretesa di migliorare alcunché, ci mancherebbe! E’ una sorta di gioco, un divertissment. Certo, a volte mi sembra proprio che con delle modifiche suonino meglio. Ad esempio in ‘Causa mancato matrimonio’ di Califano, invece de ‘le macerie di cui è fatta la mia vita da fesso’ io preferisco canticchiare o ‘le macerie liquefatte’ o addirittura ‘le materie liquefatte’. Varianti non molto califaniane, ma secondo me gradevoli”.

E sul fronte Battisti?

“Devo dire che, quando strimpello ‘Emozioni’, non c’è una volta che non inverta il secondo verso della seconda quartina: ‘Dove va a dormire il sole’ in luogo dell’originale ‘Dove il sole va a dormire’. Si perde una rima baciata non epocale e ritengo si guadagni in dolcezza e originalità. Un’altra cosa la cambierei in ‘Questione di cellule’, nel ritornello. Ha presente come fa? ‘Eh no, eh no, è una questione di celluleeeee!”. Secondo me molto, molto meglio ‘Eh no, eh no, sono la moglie di Bergomiiiiiii’. Poi per carità son gusti”.

Autore del Post

Niccolò Re

Niccolò Re nasce a Sarzana (Sp), dove attualmente vive, il 21 maggio 1986. Maturità scientifica, Laurea in Cinema, nel 2012, un po' per caso, intraprende il mestiere di giornalista, che svolge tutt'ora presso la testata online Città della Spezia. Tra i suoi hobby il calcio, la musica, la storia, l'antropologia. Ama gli animali e ha un bellissimo e simpatico cane di nome Camillo. Dal 2016 convive con l'economista Irene Tinagli.

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