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STRAWBERRY FIELDS FOREVER (Lennon – Mc Cartney)

STRAWBERRY FIELDS FOREVER (Lennon – Mc Cartney)

Strawberry Fields Forever

Lennon: voce, chitarre, pianoforte • McCartney: mellotron, basso, bongo •
Harrison: chitarra, svarmandal, timpani • Starr: batteria, maracas ••• Tony
Fisher, Greg Bowen, Derek Watkins, Stanley Roderick: trombe • John
Hall, Derek Simpson, Norman Jones: violoncelli • Mal Evans: tamburino

Registrazione 24, 28, 29 novembre e 8, 9, 15, 21, 22 dicembre 1966
Produttore George Martin • Fonico Geoff Emerick
UK 17 febbraio 1967 (singolo; sull’altro lato: Penny Lane) • USA 13
febbraio 1967 (singolo; sull’altro lato: Penny Lane) • IT 14 febbraio
1967 (singolo; sull’altro lato: Penny Lane)

Un’estate orribile

Quelle fra il 21 giugno 1966, data in cui si conclusero le registrazioni di Revolver, e il 29 agosto 1966, data del loro ultimo concerto dal vivo davanti a un pubblico pagante al Candlestick Park di San Francisco, furono per i Beatles le settimane peggiori della loro carriera – fino a quel momento. Il  gruppo, costretto a riprendere i tour “trascinandosi in giro per il mondo snocciolando spettacoli che non avevano provato abbastanza per pubblici  che strillavano troppo forte per rendersi conto di quanto i Beatles suonassero e cantassero male” (MacDonald), incappò in una terribile sequenza di guai.

L’orribile (per i Beatles) estate del 1966 è raccontata nel dettaglio nel libro 1965-1966, la nascita del nuovo rock (Giunti 2011). Qui basterà accennare
alle minacce di morte ricevute in Giappone per la supposta profanazione della Nippon Budokan Hall di Tokio

(la sala era considerata un tempio dedicato alla memoria delle vittime di guerra, e il fatto che vi si esibisse un gruppo rock venne ritenuto una specie di sacrilegio); ai maltrattamenti  anche fisici subìti a Manila per non aver accettato di rendere deferente omaggio alla signora Imelda Marcos, moglie del dittatore delle Filippine; e infine all’enorme scalpore suscitato in America, e non solo, dalla famigerata dichiarazione di John Lennon “Ora come ora, siamo più popolari di Gesù”.
La frase, contenuta in un’intervista rilasciata mesi prima a Maureen Cleave pubblicata il 4 marzo 1966 sul London Evening Standard e ripresa fuori contesto dal settimanale statunitense Datebook nel numero del 29 luglio (che incongruamente aveva in copertina Paul McCartney), diede la stura a proteste, tumulti, adunate del Ku Klux Klan, falò sacrificali dei dischi dei Beatles e (di nuovo) minacce di morte, il tutto precisamente mentre i Beatles erano in tour negli Stati Uniti. Quello che atterrò a Londra il 31 agosto 1966 era un gruppo stremato, scosso e consapevole di trovarsi a un momento di svolta.

McCartney: “Ero io che continuavo a dire che fare tournée ci teneva in pista, che ne avevamo bisogno, perché i musicisti hanno bisogno di suonare dal vivo. Alla fine mi trovai d’accordo con gli altri: non l’avremmo annunciato ufficialmente, ma non avremmo più fatto tournée”.

Passarono quasi tre mesi prima che il gruppo riprendesse l’attività comune. In questo periodo John interpretò il ruolo del soldato semplice Gripweed nel film di Dick Lester Come ho vinto la guerra, girato fra Germania e Spagna (e tornato a Londra incontrò Yoko Ono); George andò in India con la moglie; Ringo e Paul si riposarono e viaggiarono (fu il 19 novembre, durante il volo di ritorno da un safari in Kenia con Jane Asher e Mal Evans, che McCartney concepì il progetto di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band).

MacDonald: “Ritrovandosi, rinvigoriti, ad Abbey Road giovedì 24 novembre 1966, i Beatles si dedicarono al nuovo album con un misto di sicurezza di sé e di propositività competitiva. Poiché le sedute di registrazione serali non avevano più un orario di chiusura, finalmente potevano lavorare senza costrizioni, non avendo più limiti di budget: dato che la EMI era proprietaria sia di Abbey Road sia delle registrazioni dei Beatles, il costo del tempo di studio non veniva defalcato dalle percentuali del gruppo”.

Alle 19 i Beatles cominciarono a mettere mano a una nuova canzone di John.

Un’avventura allucinogena in un orfanatrofio

Lennon: “Dick Lester mi aveva proposto quel ruolo nel suo film. Eravamo ad Almeria, in Spagna, e ci impiegai sei mesi a scrivere quellacanzone: praticamente tutto il tempo delle riprese del film”.

Strawberry Field era il nome di un orfanotrofio gestito dall’Esercito della Salvezza, che si trovava in Beaconsfield Road, a meno di un chilometro dalla casa in cui John abitava con la zia Mimi.

McCartney: “Era una specie di giardino segreto. Il ricordo di John non aveva a che fare col fatto che fosse un orfanotrofio; quello era dentro l’edificio. Che però era circondato da un grande parco incolto, circondato da un muro che si poteva scavalcare”.

Cosa che John e i suoi amichetti Pete Shotton e Ivan Vaughn facevano regolarmente, per andare a giocare nel parco; nel quale, ogni estate, si teneva una festa, che era uno degli appuntamenti più attesi dal piccolo Lennon.

Mimi Smith: “Appena si sentivano le prime note della banda dell’Esercito della Salvezza, John cominciava a saltellare su e giù strillando ‘Dai, Mimi,
arriveremo tardi’”.

Strawberry Fields Forever, “avventura allucinogena nell’entroterra mentale” (MacDonald), era considerata da John una delle sue poche canzoni assolutamente sincere.

Lennon: “Con quella frase, ‘No one I think is in my tree’, quel che cercavo di dire era: ‘Nessuno sembra più fuori dagli schemi di me, quindi o sono pazzo o sono un genio’. Lo stesso problema che avevo già a cinque anni: ‘C’è qualcosa di sbagliato in me, perché vedo cose che gli altri non vedono. Sono pazzo o sono un genio?’. Quel che intendo, nella mia insicurezza, è: ‘Vedo le cose diversamente dalla maggior parte delle persone’. Strawberry Fields Forever era una seduta di psicanalisi in musica”.

Una registrazione leggendaria

John registrò una serie di demo della canzone da solo, a metà novembre (tra il 7 e il 24) nella sua casa di Weybridge (una sequenza di questi demo è inclusa in Anthology II). La struttura della canzone iniziava con la strofa, e fu in questa forma che venne portata ad Abbey Road il 24 novembre. Una descrizione dettagliata del processo di registrazione di Strawberry Fields Forever occuperebbe troppo spazio (servirono cinquantacinque ore di lavoro per arrivare al risultato finale). La prima take, del 24 novembre, comprendeva voce solista (John), mellotron (Paul), chitarra (George) e batteria (Ringo), a cui vennero sovraincisi maracas, slide guitar, un’altra voce solista e cori  ed è documentata in Anthology II.

Jerry Boys, all’epoca fonico della EMI, ricorda in proposito: “Il mellotron era pensato soprattutto per produrre effetti sonori, benché contenesse anche
nastri di flauti, ottoni e archi. I Beatles lo impiegarono in una maniera assolutamente inedita”.

Il 28 novembre si registrarono le takes 2, 3 (falsa partenza) e 4, con sovraincisioni di mellotron, batteria, chitarre, basso, maracas e voci soliste. Il giorno seguente furono registrate la take 5 (incompleta) e la 6, che con alcune sovraincisioni (pianoforte e basso) diventarono la take 7 (documentata, in versione ampliata, in Anthology II). L’8 dicembre la canzone fu ricominciata da capo. In assenza di George Martin e Geoff Emerick, che quella sera erano alla prima del film musicale Finders Keepers con Cliff Richard e gli Shadows, la registrazione fu effettuata da Dave Harries, allora giovane assistente fonico (sarà poi per 25 anni il direttore degli Air Studios di George Martin), che ha un ricordo commosso dell’avvenimento.

Dave Harries: “Avevo appena finito di collegare i microfoni che i Beatles arrivarono in studio, ansiosi di cominciare. C’ero solo io, e feci le funzioni di produttore e fonico. Registrammo i piatti di Ringo poi riprodotti a ritroso, Paul e George ai timpani e ai bonghi, Mal Evans al tamburino, sovraincidemmo le chitarre… Quando, verso le 23, rientrarono George e Geoff, scappai di sopra perché nella mia posizione non avrei dovuto permettermi di registrare nulla…”.

Quella sera vennero registrate quindici takes della canzone, delle quali solo nove complete; due di quelle incomplete, la 15 e la 24, vennero
accorpate e divennero la take di riferimento. Il giorno dopo Ringo aggiunse delle percussioni e altri piatti, poi riprodotti a ritroso, e George lo svarmandal, una sorta di cetra orizzontale indiana. Si decise che George Martin avrebbe scritto un arrangiamento per violoncelli e trombe, che fu registrato il 15 dicembre, lo stesso giorno in cui John cantò due volte la parte di voce solista; alla fine della seconda pronunciò l’espressione  “cranberry sauce” (“salsa di mirtillo rosso”) che, intesa erroneamente come “I buried Paul” (“ho sepolto Paul”), diventerà uno degli elementi fondanti della saga “Paul Is Dead”. Il 21 dicembre, infine, si aggiunsero altre voci di John e un pianoforte. A quel punto la registrazione era terminata, ma Lennon non era ancora soddisfatto. Gli piacevano la prima parte della take 7 del 29 novembre e la seconda parte del rifacimento appena concluso. George Martin ha riferito parola per parola il suo dialogo con John.

Lennon: “Perché non congiungi l’inizio della prima con la seconda parte della seconda?”.

George Martin: “Ci sono due dettagli a impedirlo: sono in tonalità e tempi diversi”.

Lennon: “Be’, so che tu puoi sistemarli!”.

MacDonald: “Accadde che la differenza di tempo tra le due registrazioni fosse quasi esattamente proporzionale alla distanza fra le loro intonazioni.
Lavorando col varispeed per portare le due registrazioni approssimativamente allo stesso tempo, [il 22 dicembre] Martin e il suo tecnico del suono Geoff Emerick realizzarono uno dei più efficaci lavori di editing nella storia della musica pop, del quale l’unico indizio è un cambiamento di ambiente sonoro (a un minuto dall’inizio del brano)”.

“Con l’aiuto di Dio, e un po’ di fortuna”, è il commento di George Martin.

In un filmato che mostra i Beatles in una stanza d’albergo di New York, nel 1964, prima della loro partecipazione all’“Ed Sullivan Show”, John
giocherella con una melodica e sembra suonare (con tre anni di anticipo…) alcune note dell’introduzione di mellotron di Strawberry Fields Forever.

Quelli che all’inizio del brano, subito dopo la frase “…’cause I’m going to”, sembrano essere segnali in alfabeto Morse, sono invece semplicemente dei piccoli rumori prodotti dai tasti del mellotron.

Per Strawberry Fields Forever i Beatles realizzarono un filmato prodotto da Tony Bramwell e diretto da Peter Goldmann, che fu girato in esterni il 30 e
31 gennaio nel Knowle Park di Sevenoaks, nel Kent. Durante una pausa delle riprese Lennon acquistò il manifesto che poi gli ispirò Being For The Benefit Of Mr Kite!

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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