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EP.3: Bojack Horseman, è stato bello finchè è durato.

EP.3: Bojack Horseman, è stato bello finchè è durato.

Premessa doverosa: questa serie mi ha cambiato la vita, e salvata dal tedio a morte della quarantena.
Dunque se vi aspettate che questo articolo si risolva in una lista di dieci buoni motivi per guardare Bojack Horseman, aspettate invano.
Io dieci buoni motivi da fornirvi non ce li ho, ne ho centoquindici.
Tra le cose che non ho invece, i caratteri e il tempo a disposizione per elencarle tutte, dunque mettetevi comodi e tirate un sospiro di sollievo, sarà tutto più breve e indolore di come lo avevate immaginato.
Ecco però due avvertenze per l’uso: il prodotto contiene titoletti in inglese (scusate amici poco anglofili, ma ho preferito lasciare le citazioni iconiche della serie nella loro versione originale) e, seppur moderata, una certa percentuale di spoiler.
Poi non dite che non siete stati avvertiti.

Back in the 90s I was in a very famous TV show

 

Coloro che hanno visto Bojack lo avranno letto canticchiando (o mentono), perché questo titoletto è il jingle della sigla conclusiva di ciascun episodio.
Bojack è infatti l’equino protagonista di “Horsin’ Around” , nota sit-com degli anni 90, lentamente scivolata nel dimenticatoio. Essa rivive nel presente solo nella mente e nel cuore di del cavallo, che passa le sue giornate riguardandone gli episodi in dvd, citandolo e citandosi scrupolosamente a memoria.
Sopravvive o vivacchia invece in quella di alcuni fan che lo riconoscono per strada e lo introducono con una frase diventata iconica all’interno della serie : “Hey, are you the horse from Horsin’ around?”
A Bojack preme molto essere riconosciuto come la star di un prodotto scadente (come molti appartenenti a quel decennio, millennials, facciamocene tutti una ragione) perché di fatto si tratta dell’unica parentesi felice della sua vita. A questa sono legati i suoi più grandi successi professionali, le amicizie storiche poi perse, e un surrogato di famiglia, quella di cui interpreta il padre all’interno della sit-com.
Questo sarà tutto ciò che gli verrà concesso in questo senso, un surrogato.
La sua vera famiglia (un padre alcolizzato e una madre depressa e ferocemente volitiva) è un capitolo che avrà modo di archiviare, anche in maniera pratica. E’ infatti al funerale della madre, la cui puntata dedicata è singolarmente organizzata in forma completamente monologale, che Bojack, invitato a dire due parole in merito della defunta Beatrice Horseman, pronuncia uno dei discorsi che più hanno colpito la sottoscritta.
Ecco quindi, un motivo su centoquindici.

Show must go on

“Non c’è un lieto fine nelle sit-com, perché se tutti fossero felici la serie sarebbe finita. E invece è fondamentale che lo show vada avanti. C’è sempre altro show da fare. Potete dire quello che volete su Horsin’ Around, ma non che fosse poco realistico. Non c’è niente di più realistico di questo: non ci sarà mai un lieto fine, perché c’è sempre dell’altro.”

In senso involutivo, ciò che secondo Bojack dovrebbe essere apprezzato di Horsin’ Around è anche uno dei motivi fondamentali per i quali si può apprezzare Bojack Horseman: è una serie realistica.
Bojack è un attore di bassa lega che prova con tutto sé stesso a sentirsi risolto nell’unica cosa concreta che abbia realizzato nella sua vita, ma tradisce il suo fallimento nell’alcool e nella droga, perde amici in grande parte per colpa sua, ingaggia relazioni amorose improbabili perché si sente solo, pieno di sé e vuoto di affetto, completo ed incompleto, senza mai pervenire ad una sintesi.
E soprattutto senza mai risolversi in un lieto fine.
Frequentemente la serie ci lascia con l’amaro in bocca per come certe trame collaterali, o certi rapporti del protagonista di chiudono così, senza addii strappalacrime o frasi piene di senso, senza una retorica romantica che inquadri il tutto in un disegno divino.
Ciò che succede è successo e basta, non c’è un perché.

Non c’è un lieto fine.

Ciò che Bojack con le sue occasioni sprecate e i suoi addii mai pronunciati vuole suggerirci è che il lieto fine a cui tutti tendiamo forse non è davvero un traguardo, ma piuttosto un limite alla nostra storia. 
Una volta trovato il nostro lieto fine facciamo di tutto per cristallizzarci al suo interno, e rischiamo così la paralisi, e ci spaventiamo moltissimo quando ci accorgiamo che ciò che volevamo ieri non è più ciò che desideriamo oggi. Quando il lieto fine nel quale ci stavamo coccolando invece crolla è drammatico, ma eccoci che già tendiamo una mano verso il prossimo traguardo, senza neanche sapere se riusciremo ad afferrarlo.
E forse non ce la faremo, ma questo non ci impedirà di tendere al prossimo, perché è così che lo show va avanti.
Spostando il lieto fine sempre una mattonella più in là, ingannandoci.

 

Good while it lasted

Nell’ultima puntata della serie, Bojack si trova ad interagire solo e soltanto con gli altri cinque co-protagonisti. Sono tutti discorsi di commiato, uno in particolare però lo voglio citare al fine di liberarvi dalla sensazione di amaro che temo di avervi lasciato. Il dialogo a cui mi riferisco è con Todd, il simpatico coinquilino teenager di Bojack che ci regala alcuni dei più esilaranti episodi dello show.
Il coinquilino sta parlando a Bojack di “Hokey Pokey”, una canzoncina popolare inglese che dice:

You do the hokey pokey and you turn yourself around

Todd è convinto in maniera singolare che dietro la canzoncina si nasconda un significato esistenziale che solo lui ha colto e che questo sia racchiuso nell’ultima parte: “e poi ruoti su te stesso”.
Che la vita sia questo, ruotare su sé stessi, ma in senso positivo.
Che non si smetta mai di ruotare, e che per questo tutto di noi e intorno a noi possa cambiare.
Bojack che non sa mai se il coinquilino sia un genio incompreso o un comprensibile idiota, gli risponde che solo per un attimo ha creduto alla prima ipotesi.
“Beh, è stato bello finchè è durato” risponde Todd.
Forse è questo quello che dovremmo dirci tutte le volte che la vita sposta la soglia del lieto fine una mattonella più in là: è stato bello finchè è durato, ma adesso è essenziale continuare a girare.

 

Il solito Post Scriptum:

Tra le molteplici cose di cui Bojack Horseman mi ha fatto dono ce n’è una in particolare che trovo doveroso citarvi. Avrei voluto e potuto parlare all’infinito di questa straordinaria serie e dei suoi straordinari personaggi, e di uno in particolare, Mr.Peanutbutter, alter ego pop e bonaccione di Bojack, il Dr.Jeckyll per il suo M.rHyde. Peanuttbutter è un labrador che recita un ruolo analogo a quello del cavallo in una sit-com analoga a Horsin’ Around, guida un’auto e abbaia quando suona il campanello, e soprattutto gode di un’innata predisposizione nell’irritare il protagonista.
Fra le battute iconiche legate a questo personaggio ce n’è una in particolare che ripete ogni qualvolta i due si incontrano in un luogo pubblico e che è la seguente:

“Bojack Horseman and Mr Peanutbutter in the same room! What is this, a crossover episode?

Beh, quello che avete appena letto di sicuro lo era.

 

Autore del Post

Francesca Cullurà

È laureata in Lettere all’Università di Firenze ma se la cava discretamente anche nella sacra arte del darsi l’eyeliner. I suoi interessi sono la letteratura, la Formula1 e il vecchio cinema italiano. È convinta di saper guidare meglio di molti uomini.

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