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La solitudine del viandante senza meta

La solitudine del viandante senza meta

 La solitudine del viandante senza meta

Ho ponderato l’argomento di oggi sulla base della mia esperienza in quarantena. Durante quello strano periodo, dove tutto era sospeso e ovattato, è toccato a tutti fare i conti col nostro Io. Spero che almeno voi ne abbiate giovato. E per quanto mi riguarda, anche la fruizione artistica è stata influenzata. Ero alla spasmodica ricerca di storie non proprio corali, ma che in qualche modo mi ricordassero il valore delle interazioni sociali che riportassero a galla tutte quelle sensazioni del vivere comune che si erano momentaneamente assopite.

Ora, il ricordo di quei mesi sfuma e mi si palesa l’esigenza opposta. Questo rientro nella normalità ha fatto sorgere in me il desiderio di racconti fortemente intimisti, o che comunque concentrino l’attenzione su un unico personaggio, anche a costo di sacrificare figure secondarie e comprimari. Le opere che vi presenterò oggi saranno delle lente cavalcate senza meta. Il ritmo sarà solenne, ma la destinazione sempre incerta, e per questo, ancora più affascinante.

Oltre ad avere come comune denominatore la morbosa attenzione concessa al protagonista, queste tre opere sono dei cammini esistenziali tanto particolari quanto universali. Sono tutti perfettamente calati nel loro contesto socio culturale di appartenenza, ma allo stesso tempo, io che non ho mai messo piede in Giappone, posso affiancare il protagonista di Norwegian Wood nei suoi vagabondaggi a Tokyo.

Vi offro tre spaccati, tre prospettive, tre punti di vista su altrettanti destini personali che spero vi possano divertire e rinfrescare in questa torrida estate.

Tre storie che porteranno a tre diverse conclusioni quando ascoltiamo il nostro Io.

Norwegian Wood

Fino a quando l’aereo non si fu completamente arrestato e i passeggeri non si slacciarono le cinture e cominciarono a prendere borse e soprabiti dai portabagagli, rimasi tutto il tempo in quel prato. Assaporavo il profumo dell’erba, sentivo il vento sulla pelle e i gridi degli uccelli. Era l‟autunno del 1969, e di lì a poco avrei compiuto vent’anni.

Scritto da H. Murakami ed uscito nel 1987, Norwegian Wood è il racconto di formazione del giovane Watanabe che, attraverso un lungo flashback, ripercorrerà i punti salienti della sua giovinezza. La trama, fondamentalmente, è tutta qui, ma dentro c’è tutto quello che serve. Ci sono gli amori impossibili, ci sono gli amori fin troppo facili, c’è la vita e c’è la morte. Un elemento che mi ha molto colpito mentre allineavo queste opere è appunto l’onnipresenza della morte in questa storia. Nonostante il protagonista sia il più giovane della terzina, è l’unico che arriva a contatto diretto con la morte fin dalle prima pagine del romanzo. La morte, o l’accettazione di essa, sarà il fulcro attorno al quale girerà l’intero romanzo.

Per quanto una situazione possa sembrare disperata, c’è sempre una possibilità di soluzione. Quando tutto attorno è buio non c’è altro da fare che aspettare tranquilli che gli occhi si abituino all’oscurità.

L’elaborazione del lutto sarà la protagonista silenziosa dell’opera, ma non aspettatevi una tragedia difficile da digerire. C’è tempo per emozionarsi e per commuoversi, ma si riderà tanto e spesso; è meraviglioso perdersi nei turbamenti esistenziali di Watanabe. Ogni personaggio che viene introdotto all’interno del libro è a lui subordinato e credo che la forza di quest’opera sia proprio questa. La sua prospettiva è quasi esasperata: gli altri punti di vista sono rimossi, il lettore non sa quello che frulla in testa agli altri personaggi, ma una volta entrati in confidenza col protagonista, ci basta così. Assistiamo come spettatori curiosi (e anche un pelo sadici) alla formazione dell’uomo coi suoi dolori, le sue gioie, le sue paure e le sue ansie.

Smettila di tormentarti tanto. Ogni cosa segue comunque il suo corso, e per quanto uno possa fare del suo meglio, a volte è impossibile evitare che qualcuno rimanga ferito. È la vita. Faccio un po’ il grillo parlante ma è ora che tu cominci a imparare certi meccanismi della vita. A volte tu ti sforzi troppo di adattare la vita ai tuoi meccanismi. Se non vuoi finire anche tu in una clinica psichiatrica cerca di essere un po’ più aperto e di abbandonarti di più alla vita così come viene. Anche una donna debole e imperfetta come me ogni tanto arriva a rendersi conto di quanto meravigliosa sia la vita.“

Parallelamente, essendo un romanzo di formazione, il lettore coetaneo di Watanabe che si avvicina alla vicenda intraprenderà un percorso spirituale che lo porterà, inconsciamente, verso una nuova consapevolezza. Il libro è appena sussurrato. Tutto è narrato sotto voce, e col suo splendido finale, non posso che consigliare a tutti di perdersi, o provare a farlo, negli affascinanti turbamenti del nostro giovane protagonista.

L’uomo senza talento

Per la prima volta, parliamo di un fumetto orientale. Questo fumetto va sotto la corrente denominata Gekiga che negli anni ’60 si affermò in Giappone come alternativa “per adulti” al Manga che era, ai tempi, maggiormente indirizzato agli adolescenti.

Se la storia precedente era un racconto di formazione, questo potrebbe essere definito di de-formazione. Anche in questo caso si tratta di un racconto fortemente autobiografico che mescola tutto: illusioni, disillusioni, amori finiti, e la difficoltà del relazionarsi con gli altri.

Per molti versi le opere di questa corrente ricordano molto una certa narrazione nostrana neorealista nel mettere a nudo i sentimenti e le pulsioni che tendiamo a mascherare. Nello svelarle l’uomo si mostra nudo al lettore, sincero, privato delle sue maschere attraverso le quali si camuffa nella vita di tutti i giorni. La scrittura e il disegno divengono uno strumento catartico di confessione per svelare i meccanismi più o meno perversi che si annidano dentro di noi.

Il nostro protagonista ci viene svelato, tassello dopo tassello, attraverso sei capitoli che, attraverso degli episodi apparentemente banali e slegati tra loro, ci rivelano un mosaico complesso. L’Uomo senza talento vive in una sorta di limbo tra la vita e la morte, essendo incapace persino di accettare l’una o l’altra. Secondo me rappresenta al meglio quel limbo dal quale Watanabe si è salvato, ma che il protagonista della storia successiva, non ha saputo, o voluto, cogliere.

Watanabe e il personaggio della terza opera sono personaggi vitali: faranno scelte che porteranno a delle conseguenze ben precise. Questo no. È la creazione di un certo tipo di società che sforna i suoi reietti, ma è anche colui che alimenta lo status quo nel quale è immerso.

È un colibrì che sbatte le ali non tanto per volare, ma per rimanere fermo, in balia degli eventi che lo muovono.

The Wrestler

The wrestler rappresenta l’ultimo polo della nostra disamina: la dannazione.

Il protagonista è Robin, noto col nome d’arte di Randy “The Ram” Robinson. È un ex wrestler professionista, ora in povertà, separato dalla famiglia ed incapace di sostenere qualsiasi relazione umana. Ci sono pochi fattori che lo sostengono e che gli forniscono la spinta vitale di cui ha bisogno: lo show, il sangue, l’adrenalina, il pubblico. La sua vita può dirsi tale solamente su un ring.

Per varie vicissitudini che non vi racconterò, Randy ha la possibilità di riscattarsi, di riallacciare i rapporti che si erano logorati col tempo. Insomma, gli viene concessa una seconda chance. Dal baratro nel quale è caduto, non può far altro che risalire, no? Le cose non sono semplici come sembrano, e seguire il nostro lottatore in questa discesa infernale è un’esperienza unica.

L’attenzione che viene data al nostro protagonista sfiora l’ossessività. Siamo quasi sempre alle sue spalle o al suo fianco. Quella corporeità esasperata viene esplorata in ogni suo minimo dettaglio. Particolare risalto viene dato alle cicatrici, ai tagli e ai graffi che compongono la sua struttura. Il suo incedere è lento e inesorabile, come sarà il ritmo che ci porterà alla deflagrante conclusione.

Randy diventa una vera e propria figura cristologica, e quella a cui assistiamo è una passione di Cristo al tempo degli steroidi.

Grazie per avermi seguito in questo delirio. Spero che vi siate divertiti con me.

Un saluto e buona scoperta!

Gabriele

(I link Amazon ho deciso di non metterli più. Cerchiamo di andare in libreria e supportare le attività locali!)

 

 

Autore del Post

Gabriele Bitossi

Gabriele nasce nel '96 ed è da sempre appassionato di storie, in ogni loro forma. Studia italianistica all'Università di Pisa e sceneggiatura alla Scuola internazionale di comics a Firenze. Starebbe ore a parlare coi suoi personaggi preferiti... e se lo facesse già?

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