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I WANT TO TELL YOU (Harrison)

I Want To Tell You

Harrison: voce, chitarra solista, battimani • McCartney: cori, basso,
pianoforte, battimani • Lennon: cori, tamburino, battimani • Starr: batteria,
maracas, battimani

Registrazione 2 e 3 giugno 1966
Produttore George Martin • Fonico Geoff Emerick
UK 5 agosto 1966 (LP Revolver) • USA 8 agosto 1966 (LP Revolver) •
IT 25 agosto 1966 (LP Revolver)

La creatività di George

Tre canzoni in un album dei Beatles erano un record, per George Harrison, e un record che resterà ineguagliato (in The Beatles ce ne saranno quattro, ma è un doppio LP).

Harrison: “Tutto quel che dovevo fare era continuare a scriverne, e forse alla fine qualcosa di buono l’avrei scritto, se non altro per il calcolo delle probabilità”.

Love You To era stata registrata in aprile, Taxman fra aprile e maggio, ma evidentemente George stava vivendo un periodo di vena creativa (nello stesso periodo aveva proposto al gruppo anche Isn’t A Pity, una canzone che nel 1970 includerà nel suo triplo album da solista All Things Must Pass).

Harrison: “Ho fatto installare un registratore in automobile, così posso cantarci le idee che mi vengono in mente mentre guido e poi lavorarci a casa”.

La casa di George era a Esher, nel Surrey, a ventidue miglia da Abbey Road: un’ora di viaggio, più o meno. Scritta probabilmente in maggio, I Want To Tell You riflette nel testo le meditazioni del suo autore all’età di ventitré anni.

Harrison: “Parla della valanga di pensieri che è così difficile scrivere o dire o comunicare. Se dovessi riscrivere il bridge adesso, comunque, dovrei dire: ‘Altough I seem to act unkind / It isn’t me – it is my mind – / That is confusing things’. La mente è quella che si sforza di dirci di fare questo e di fare quest’altro, mentre ciò di cui avremmo bisogno sarebbe lasciarci andare, dimenticarci di lei”.

Dialogo per un titolo

Come già con Love You To anche stavolta George non aveva in mente un titolo. Ecco un dialogo in studio del 2 giugno:

George Martin: “Come la intitolerai, George?”.
Harrison: “Non lo so”.
Lennon: “Non hai mai un titolo per le tue canzoni!”.

Toccò di nuovo a Geoff Emerick inventarsi un titolo provvisorio, e dopo il Granny Smith di Love You To scelse il nome di un’altra qualità di mele, Laxton’s Superb (scritto sbagliato sul box del nastro: “Laxstone Superbe”).

La registrazione

I lavori cominciarono con la registrazione di cinque takes della base ritmica George alla chitarra solista, Paul al pianoforte e Ringo alla batteria). Sulla migliore, la 3, vennero sovraincisi simultaneamente la voce solista e i cori di Paul e John, poi la seconda voce solista di George, il tamburino (John), le maracas (Ringo) e un supplemento di pianoforte (Paul); dopo un riversamento di nastro per liberare una pista si sovraincisero anche i battimani. Alle 3 del mattino i lavori furono sospesi. Il giorno dopo alle 19 – la canzone intanto aveva cambiato titolo provvisorio diventando I Don’t Know – Paul sovraincise il basso completando così il lavoro sul brano, al quale il titolo definitivo sarà assegnato in sede di mixaggio.

Live

I Want To Tell You non sarà mai eseguita dal vivo dai Beatles né proposta in occasioni promozionali, come del resto tutte le altre canzoni di Revolver.
Nel suo breve tour in Giappone con Eric Clapton (dal 1° al 17 dicembre 1991) Harrison aprì i concerti con I Want To Tell You – documentandola anche in Live In Japan, l’ultimo album da lui pubblicato in vita (1992) – e con essa aprì anche il suo ultimo concerto da solista, quello per il Natural Law Party alla Royal Albert Hall di Londra dell’8 aprile 1992.

Nel tributo live “Concert for George” (Londra, Royal Albert Hall, 29 novembre 2002) I Want To Tell You è stata cantata da Jeff Lynne.

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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