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Cagare ai matrimoni

Cagare ai matrimoni

Gli sposi, i testimoni, i genitori, gli invitati. Tutti, ai matrimoni, hanno una cosa in comune: devono cagare. Eh sì, perché in quelle torride domeniche di festa non è la morte che rende tutti uguali, come cantava nella ‘Livella’ il grande Totò Schillaci, ma il bisogno di scaricare da qualche parte la nostra gorgogliante purea pralinata. Ai matrimoni l’intestino comincia a chiedere di liberarsi già alle undici, quando si è nel bel mezzo dell’omelia. Un’atrocità da cui si salvano – ma è solo un misero procrastinare – quegli eroi omerici che, con precisione ignota a noi profani, appena alzati cagano a comando, mettendosi avanti col lavoro. Ma come si fa a cagare a comando? È una cosa che non si capisce. Non è mica come cambiarsi le scarpe, preparare il caffè o provarci con una bimba di nove anni. In ogni caso, più o meno quando il parroco chiede agli sposi se rinunciano temporaneamente a Satana, all’invitato medio sembra già impossibile poter arrivare alla fine della funzione senza fare il bisogno grosso. Cagherebbe all’istante, in una cesta, in una buca, in una fossa comune dove giacciono lividi i suoi figli. Al momento del fatidico sì la merda è già al cervello e la sensazione è che piccoli rivoli di feci liquide comincino lentamente a colare dalle orecchie. D’improvviso un pensiero: quando il parroco, nel corso della funzione, scompare brevemente nella porticina che porta alla canonica, non lo fa per obblighi liturgici, ma semplicemente per cagare, smaltendo a blocchi marmorei la succulenta cena di pesce del sabato sera. E da qui l’immaginazione corre, si figura che tutte le offerte per i poveri vengano in realtà investite nella sala da bagno parrocchiale, unico vezzo di don Sergio, lui che quando le vedove leggono i Vangeli ne approfitta per assentarsi trenta secondi e omaggiare con un siluro color nocciola la sua maestosa tazza Luigi XVI.

Mentre scorre il rito della Comunione, ecco che s’impone la più tremenda e populiste delle situazioni. L’invitato siede sulla panca nella classica rilassatezza dell’atmosfera di fine messa e, spingendo bene le natiche sulla panca, s’illude di trovare un momentaneo sollievo, un argine alla deflagrazione. Per di più, un convoglio di gas riesce chissà come a farsi spazio nell’intestino occluso come un rider vietnamita nel traffico metropolitano poco prima di essere travolto da una macchinata di sindacalisti ubriachi. “Menomale, era solo aria”, ci diciamo, mentendo a noi stessi. Tant’è che un’ora più tardi, quando si è ormai immobilizzati al tavolo del pranzo, torna prepotente il desiderio vitale si sgravare le viscere da cumuli e cumuli di materia indurita e ormai putrescente per il continuo rimandarne l’estromissione dal corpo, dalla vita e dal cosmo. In quei momenti, tramortiti dallo stallo e dal dolore, si comincia a fantasticare, a cimentarsi nel classico sogno del prigioniero. Si immagina – anzi si spera – che il padre della sposa, imprenditore edile rubizzo e su di peso, finisca a terra infartuato, mandando in frantumi l’angusta compostezza della situazione e creando corridoi possibili verso la toilette dell’agriturismo o quantomeno per il fienile dove vivono, mangiano e si riproducono i lavapiatti bambini. Oppure si vagheggia al nostro fianco la presenza d’un lontano zio della sposa, chirurgo d’avanguardia, che con le posate ci pratica un taglio cesareo facendoci spurgare sotto il tavolo all’insaputa dei commensali, che continuano tranquilli a divorare scampi mentre io spruzzo liquami guasti dalle interiora. Il tutto misto a spasmi di odio per il parroco che, al tavolo degli sposi, pasteggia a whisky in assoluta tranquillità perché ha cagato venti volte in canonica facendosi beffe dei fedeli.

Orrendamente la giornata procede. Dopo le cinque ci si alza da tavola stritolati da blocchi intestinali che ci si sarebbe attesi di provare soltanto sul letto di morte, straziati dal doppio tentativo di liberarci dall’ammasso di melma infetta e dai peccati di una vita intera, sotto gli occhi del solito giovane parroco che ci benedice sereno e noncurante perché chissà quante volte ha già marchiato il suo sfavillante water d’avorio. Intanto l’orchestra comincia a suonare. Le coppie ballano strette dal sentimento e da quella patina di sudore marcio misto a diarrea che trasuda dai corpi avvelenando gessati grigi presi a nolo al campo nomadi di Bolzaneto. Invece gli scapoli – così detta l’etichetta – devono cercare di fare conoscenza con qualche bella cugina separata e sola. Il che non sarebbe una cattiva idea, se solo non ci si dovesse cimentare nella seduzione in condizioni terribili: la tartare di delfino rimasta interamente intrappolata tra dente e dente, l’immancabile chiazza d’urina da ciclista a fine tappa, frammenti di confetti inchiodati in gola come quando in carcere ti mettono il vetro nell’insalatona, e soprattutto una titanica atroce immorale quantità di escrementi purulenti incastonati nel nostro ventre viola di peritonite. In una situazione del genere, è chiaro, non c’è spazio per il minimo romanticismo. Nel cuore batte solo il desiderio di fare una montagna di merda e morire felici come il triceratopo di Jurassic Park.

Autore del Post

Niccolò Re

Niccolò Re nasce a Sarzana (Sp), dove attualmente vive, il 21 maggio 1986. Maturità scientifica, Laurea in Cinema, nel 2012, un po' per caso, intraprende il mestiere di giornalista, che svolge tutt'ora presso la testata online Città della Spezia. Tra i suoi hobby il calcio, la musica, la storia, l'antropologia. Ama gli animali e ha un bellissimo e simpatico cane di nome Camillo. Dal 2016 convive con l'economista Irene Tinagli.

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