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La (non) banalità della privacy

La (non) banalità della privacy

Nel mondo di oggi, dove informazioni e contenuti multimediali diventano virali con un click, la privacy, intesa come controllo sui propri dati personali, è un elemento essenziale per proteggere se stessi e i propri cari dal tritacarne dei social media e di internet in generale.

Ma fino a che punto la privacy può assolvere questo compito di protezione?

Negli anni sono state molte le persone che hanno visto la propria privacy violata attraverso attacchi informatici da parte di hacker, ma anche semplicemente fidandosi delle persone sbagliate. È accaduto così che foto e video intimi, destinati ad uso personale, diventassero virali, nutrendo la folle ingordigia del popolo del web.

Star di Hollywood come Jennifer Lawrence e Scarlett Johansson, personalità del mondo dello spettacolo nostrano come Diletta Leotta, ma anche persone comuni come Tiziana Cantone. Tutte accomunate dalla violazione della propria privacy e dalla diffusione di materiale multimediale che sarebbe dovuto rimanere privato, con conseguenze realmente tragiche in alcuni casi.

Privacy

Nell’ultimo decennio i limiti del concetto di privacy si sono fatti più sottili, più sfumati, perché l’avvento delle nuove tecnologie ha intaccato il significato originario di “privacy” – il cosiddetto ius excludendi alios, lo spazio logico della propria solitudine, intesa come riservatezza. Oggi, se foto, video, informazioni finiscono sul web, diventano come delle palline da ping pong durante una partita, con la rilevante differenza che, in questo caso, rimbalzano all’infinito.

Insomma, che nel XXI secolo sia più difficile tutelare la propria privacy è un dato di fatto, corroborato dai continui attacchi informatici alle più grandi piattaforme di archiviazioni dati online. Certo, sono aumentate anche le misure di sicurezza, però anche la minima falla nel sistema o un firewall non impenetrabile possono causare danni irreversibili agli utenti che usano questi servizi di cloud computing – servizi di archiviazione digitale.

L’unico modo per evitare questi spiacevoli inconvenienti, oltre a non condividere con nessuno – nemmeno con il proprio cloud – contenuti che dovrebbero rimanere riservati, è quello di acquisire una maggiore consapevolezza degli strumenti digitali che si usano. Sia perché questi sono strumenti dinamici, nel senso che possono sfuggire al nostro controllo in qualsiasi momento, senza una giusta preparazione, sia perché, una volta sfuggiti al nostro controllo, non c’è modo di riprenderlo.

La privacy è un concetto semplice di per sé, ma, paradossalmente, quando la si dà per scontata, diventa qualcosa di più complesso, sia da comprendere che da mettere in pratica. Ed è proprio quando la si considera come qualcosa di ormai acquisito che si rischia maggiormente di perderla, per sempre.

La (non) banalità della privacy sta proprio in questo: nel considerarla qualcosa di scontato, di banale.

Privacy

Autore del Post

Edoardo Wasescha

Amava definirsi un nerd prima che diventasse una moda. È appassionato di filosofia e di fisica, di cinema e di serie tv, ama scrivere perché, più che un posto nel mondo per sé, lo cerca per i propri pensieri. Il blog è la sintesi di tutto questo.

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