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Viviamo tempi di cambiamento, nonostante il fatto di essere chiusi in casa per decreto, e questo cambiamento ci ha messo di fronte ad un primo fatto, anche i più refrattari: viviamo sempre pù in un mondo online, aldilà del fatto che poi i nostri contatti fisici, la nostra socializzazione siano elementi fondamentali della nostra vita.

Siamo animali sociali, diceva Aristotele, anche se naturalmente è cambiato il concetto di scialità. Voglio vedere dopo questa prova il primo che vorrà dire che i social e tutto il mondo online sia stato ininfluente, che il cellulare distrae, che è quasi uno strumento del demonio . Mi è venuto in mente il sociologo Vincenzo Moretti quando dice che tutti noi abbiamo in mano una Ferrari (la rete), ma la usiamo ancora come fosse un triciclo. E nel suo libro “Il coltello e la rete” (https://www.ediesseonline.it/prodotto/il-coltello-e-la-rete/ ) usa quello che può apparire uno strano paragone con un oggetto semplice del quotidiano come il coltello, che può servire per tagliare il pane o per uccidere a secondo dell’uso, che poi è l’eterno dilemma della tecnologia fin dai temi a scuola (“Parla dello sviluppo tecnologico: pregi e difetti” e giù un colpo al cerchio e uno alla botte).

Mi sono venute alla mente queste cose quando è stata decisa la chiusura delle scuole e la comunità si è dissolta, quella comunità che ti alzare presto il mattino, fare colazione al bar, trovarci inseme al suono di una campanella, con tutti i nostri scazzi e problemi vari, ma comunità. Che fare? Aldilà di frettolose e talvolta burocratiche decisioni ministeriali sulle lezioni online. Io sono stato fra i “fortunati” che aveva sempre usato la rete per approfondimenti vari , talvolta superando anche il tradizionale libro di testo (https://vincenzomoretti.nova100.ilsole24ore.com/2016/05/10/la-meraviglia-di-tiziano/ ), la rete aveva sempre attirato la mia curiosità , avevo già lavorato con questo metodo adoperando anche social come le pagine Facebook o Whatsapp , ma c’era la comunità, che poteva essere attratta o snobbare, perché no, i miei esperimenti.

Adesso la comunità veniva a mancare con tutti i suoi annessi e connessi e punti e virgole tipo “posso andare in bagno” o “posso andare alla macchinetta del caffè” .E allora ? Intanto lo smarrimento comprensibile di molti docenti che si basavano sulla lettura delle pagine del libro di testo, comprensibile perché nessuno ha mai insegnato ad agire in modo alternativo. Che fare? La cosa più tradizionale è usare la rete come se non fosse la rete, quindi lezioni via Skype lunghissime come se non ci fosse un domani, illudendosi di essere in classe invece che nell’acquario dello schermo, magari riproducendo l’orario esatto di una scuola che non c’è. Ed esercizi afflittivi, centinaia di esercizi afflittivi come se non si fosse abbastanza afflitti. E come se il compito di un docente fosse soltanto quello di scodellare esercizi. Inoltre senza tenere conto che non tutti sono uguali a casa, c’è chi ha un supporto familiare chi no, chi ha libri e strumenti e chi no, chi ha un pc e chi no (perché nella nostra era informatica dobbiamo tener conto anche di questo).

Importante è invece ricostruire il senso della comunità anche se online, anche con semplici rituali come darsi il buongiorno sperando in un domani in cui buongiorno voglia dire buongiorno, non avere paura de nostri sentimenti, delle nostre noie, dei nostri dubbi. Premetto subito che non ha lo stesso risultato con tutte le classi, qualcuna va meglio, qualcuna va peggio, ma provare non nuoce. E’ da qui che bisogna ripartire , da una condivisone e quindi lezioni brevi con un tono “scientifico” ma colloquiale (io uso un mezzo veloce come Whatsapp), disponibilità a rispondere sempre a domande e dubbi (i ragazzi sanno essere discreti, capiscono benissimo tempi e opportunità molto più di certi adulti) anche perché il messaggio non ti obbliga a rispondere all’istante, un “compito” creativo che attivi varie competenze e attitudini e usando vari generi (può essere un film, o ascoltare un pezzo musicale, o leggere una ricetta dell’antica Roma comparandola a una delle nostre). Anche se capisco che tutte le materie non sono uguali, ma un pizzico di creatività si può trovare ovunque e non ci sono per nessuno ricette pronte e certe.  Questo richiede una preparazione costante da parte dell’insegnante, alla faccia dei soliti idioti che pensano che l’insegnante sa una sorta di perenne vacanziero. Per quanto ci è possibile dobbiamo puntare alla crescita di tutti noi, docenti compresi, al senso della comunità (non vedo l’ora di ritornare a scuola che mi sta mancando parecchio), alla dimensione emozionale.

Perché come diceva il vecchio Mazzini esistono sia l’istruzione che l’educazione: per l’istruzione basta mandare gli esercizi online, per l’educazione occorre crescere insieme, perché siamo comunità e comunità vuol dire condividere, anche scontrandoci, mantenendo sempre il nostro senso critico, ma comunità di affetti, di saperi , di emozioni.

Autore del Post

Tiziano Arrigoni

Massetano - follonichese - piombinese - solvayno, insomma della Toscana costiera, con qualche incursione fiorentina, Tiziano Arrigoni è un personaggio dalle varie attività: scrittore di storia e di storie, pendolare di trenitalia, ideatore di musei, uomo di montagna sudtirolese ed esperto di Corsica, amante di politica - politica e non dei surrogati, maremmano d'origine e solvayno d'adozione, ecc. ecc... ma soprattutto uno che, come dice lui, fa uno dei mestieri più belli del mondo, l'insegnante (al Liceo Scientifico "E.Mattei" di Solvay) e, parlando e insegnando cose nuove, trova ispirazione e anche "incazzature", ma più la prima, dai suoi ragazzi di ieri e di oggi.

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