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SHE SAID SHE SAID (Lennon – Mc Cartney)

She Said She Said

Lennon: voce, chitarra ritmica, organo Hammond • McCartney: basso (?) •
Harrison: cori, chitarra solista • Starr: batteria, shaker

Registrazione 21 giugno 1966
Produttore George Martin • Fonico Geoff Emerick
UK 5 agosto 1966 (LP Revolver) • USA 8 agosto 1966 (LP Revolver) •
IT 25 agosto 1966 (LP Revolver)

 

 

Beatles e LSD

Durante il tour nordamericano del 1965, inusualmente i Beatles avevano potuto godere di cinque consecutivi day-off, cioè giorni liberi da impegni.
Così avevano preso in affitto x). Vi erano arrivati poco dopo la mezzanotte del 22 agosto direttamente da Portland, dove avevano tenuto due esibizioni.

La sera di lunedì 23 avevano partecipato a una festa in loro onore nella casa di Bel Air di Alan Livingstone, presidente della Capitol Records: fra gli
invitati molti attori di Hollywood, come Edward G. Robinson, Richard Chamberlain, Jane Fonda, Rock Hudson, Groucho Marx, Dean Martin, Hayley Mills e James Stewart. Il giorno seguente avevano ricevuto la visita di Eleanor Bron, l’attrice protagonista di Help!, e di Roger McGuinn e David Crosby dei Byrds.

Racconta Roger McGuinn: “David, John, George e io prendemmo LSD per poterci conoscere meglio. John e io convenimmo che la nostra canzone preferita degli anni ’50 era Be Bop A Lula. Feci vedere sulla chitarra a George alcuni suoni tipici della musica di Ravi Shankar e lui mi disse che non aveva mai ascoltato musica indiana”

Secondo George, lui e John, che fra marzo e luglio a Londra avevano già sperimentato l’LSD, avevano deciso di farlo provare anche a Paul e Ringo.
Harrison: “L’esperienza dell’acido ci aveva cambiati così tanto che se non l’avessero sperimentato anche loro non avremmo più potuto comunicare allo
stesso livello. Così ci eravamo procurati dell’acido a New York, avvolti in carta stagnola, e ce li eravamo portati dietro in attesa che venisse il momento di prenderli con gli altri due”.

Starr: “Non sono stati George e John a darmi l’LSD, sono stati un paio di tizi che sono venuti a casa nostra a Los Angeles con un flacone di acido e l’hanno messo su zollette di zucchero con il contagocce. Quello è stato il mio primo viaggio di LSD, insieme a John e a George e a Neil e a Mal”. Ringo però ricorda male: è vero che quel giorno Neil (Aspinall) condivise l’esperienza, ma Mal (Evans) no: si decise che almeno uno dell’entourage doveva restare lucido (anche perché era presente Don Short, un giornalista del Daily Mirror).

Harrison: “C’era Peter Fonda, che ripeteva: ‘I know what it’s like to be dead’, raccontando di una volta che per sbaglio si era sparato, e ci mostrava la cicatrice”.

Origini

Peter Fonda, da ragazzo, stava giocando con un vecchio fucile credendolo scarico: un proiettile lo trapassò da parte a parte, entrando dallo stomaco e perforando l’intestino e il fegato prima di uscire dalla schiena: operato d’urgenza, era già stato dichiarato morto, ma era sopravvissuto.

Lennon: “Peter Fonda arrivò mentre eravamo in acido, e continuava a venirmi vicino e a sedersi di fianco a me e a sussurrarmi ‘I know what it’s like to be dead’. […] Cercavo di liberarmi di lui, perché mi dava ansia: ‘Non me lo raccontare, non voglio saperlo!’ gli ripetevo”.

Peter Fonda: “Stavo parlando con George. […] John passò di lì, mi sentì dire ‘I know what it’s like to be dead’, mi guardò e disse: ‘You’re making me feel like I’m never been born’. Quando ascoltai per la prima volta Revolver seppi da dove esattamente gli era venuta quella canzone”.

Roger McGuinn: “John disse: ‘Toglietemi dai piedi questo tizio’. Avevamo appena finito di guardare il film Cat Ballou, con Jane Fonda, e John non voleva saperne di nessuno dei Fonda”.

Qualche tempo dopo John registrò un frammento di canzone in cui, accompagnandosi alla chitarra acustica, cantava “He said, I know what it’s like to be dead, I said… I said, I must be out of my head, he said…”. Lo mise da parte per un po’, poi lo riprese aggiungendo nuove frasi: “I said, ‘who put all that crap in your head’… and it’s making me feel like my trousers are torn… she said, ‘I will love you more when you’re dead’, I said, ‘no, no, no, it’s wrong’”.

Composizione

Lennon: “A questo punto avevo bisogno di un middle eight. Scrissi la prima cosa che mi venne in mente, ‘When I was a boy’. Era una canzone triste, una canzone da acido. In acido mi tornavano in mente tante cose della mia infanzia”.

Harrison: “Aiutai John a scrivere la canzone. Ero a casa sua, un giorno, e stava arrabattandosi su alcune melodie. Ne aveva parecchie, forse tre canzoni
non finite, io gli diedi dei suggerimenti e lo aiutai a mettere insieme i pezzi fino a farli diventare una canzone completa, She Said She Said”.

Per una volta, Paul non rivendica meriti.

McCartney: “Molto da John, questa canzone. Ed è una buona canzone. Mi piace il titolo… John la portò praticamente finita”.

La prima volta senza John

Il 21 giugno 1966 era il penultimo giorno utile per concludere i lavori su Revolver. Alle 10 del mattino George Martin, Geoff Emerick e l’aiuto fonico
Phil McDonald avevano in agenda il proseguimento dei mixaggi, ai quali i Beatles avevano deciso di presenziare per poter dare il loro contributo.

Geoff Emerick: “Fu quasi all’ultimo che qualcuno si rese conto che all’album mancava una canzone. C’era già una data fissata per l’uscita del disco, e i Beatles stavano per iniziare un tour europeo” (il 24 giugno, a Monaco di Baviera).

L’unica canzone disponibile, benché non ancora perfezionata, era quella che diventerà She Said She Said, che al momento era senza titolo. Fu così
che alle 19, alla fine di un lungo giorno di mixaggi, il gruppo cominciò a  provare la nuova canzone di John (Mark Lewisohn riferisce di “almeno 25
takes”). Facendo di necessità virtù, i Beatles la registrarono in meno di nove ore di lavoro.

McCartney: “Non ne sono certo, ma credo sia una delle poche canzoni dei Beatles in cui non ho suonato nulla. Mi pare che avessimo avuto una
discussione, di aver detto: ‘Oh, vaffanculo!’, e di essermene andato – e che l’abbiano suonata loro, penso con George al basso”.

Registrazione

Vennero registrate tre takes della base ritmica (John alla chitarra elettrica, George al basso e Ringo alla batteria). Sulla take 3 vennero sovraincisi la
voce solista di John e i cori di John e George. La take divenne la numero 4 dopo un passaggio a un nuovo nastro per liberare una pista, su cui vennero
registrati la chitarra solista (George), l’organo Hammond (John) e lo shaker (Ringo). Nel frattempo la canzone aveva ricevuto il suo titolo definitivo; alle
3,45 del mattino era finita e rimaneva solo da mixarla, cosa che fu fatta la mattina seguente.

Come tutte le altre canzoni di Revolver, She Said She Said non fu mai eseguita dal vivo né proposta in occasioni promozionali dai Beatles.

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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