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LOVE YOU TO (Harrison)

LOVE YOU TO (Harrison)

Harrison: voce, sitar, chitarra ritmica • McCartney: cori, basso • Starr:
tamburino ••• Anil Bhagwat: tabla • Musicisti non identificati: sitar, tanbur

Registrazione 11 e 13 aprile 1966
Produttore George Martin • Fonico Geoff Emerick
UK 5 agosto 1966 (LP Revolver) • USA 8 agosto 1966 (LP Revolver) •
IT 25 agosto 1966 (LP Revolver)

 

 

Il sitar e la musica indiana

Il 2 maggio 1966, in un’intervista radiofonica alla BBC, Brian Matthew chiese ai Beatles qualche informazione sull’album che stavano registrando da
quasi un mese.

Matthew: “Potete rivelarci qualche segreto? Anche stavolta avete usato qualche strumento musicale inconsueto?”.

Lennon: “No!”.

Matthew: “Non potete usare di nuovo il sitar, ormai lo usano tutti”.

Lennon: “Sì che possiamo”.

Starr: “Sarebbe come dire c

he non possiamo usare la chitarra perché la usano tutti”.

Harrison: “Sì, suono il sitar in un brano, ma non m’importa se lo stanno usando tutti: io lo suono perché mi piace”

Nella sua autobiografia I Me Mine (1980) George precisò: “Love You To è una delle prime canzoni che ho scritto per il sitar. L’intervento di sitar in Norwegian Wood fu casuale, mentre questa è la prima canzone in cui ho scientemente provato a utilizzare sitar e tabla nella prima stesura; chitarre e voce le ho sovraincise in un secondo tempo”.

Già all’epoca, del resto, George aveva espresso il suo entusiasmo per la musica indiana con parole inequivocabili.

Harrison: “Per come la penso io adesso, è l’unica grande musica, e fa sembrare come morta la musica occidentale. Per apprezzarla veramente bisogna essere preparati a concentrarsi nell’ascoltarla. Spero che molta gente impari ad amarla”.

Gli altri Beatles condividevano l’apprezzamento, benché in maniera meno messianica.

Lennon: “Questa musica è vecchia di migliaia di anni, davvero stupefacente. Gli indiani sono proprio forti. Mi fa ridere pensare che i britannici sono andati da loro per insegnargli come vivere”

La registrazione

Né la datazione né l’ispirazione di Love You To sono state mai oggetto di dichiarazioni da parte dell’autore, che portò la canzone ad Abbey Road l’11
aprile, quarto giorno di registrazioni per quello che sarebbe diventato Revolver: era la prima delle tre composizioni di George che avrebbero trovato spazio nell’album.

Si cominciò a lavorarci nel pomeriggio, dopo una sovraincisione di chitarra a Got To Get You Into My Life.

Geoff Emerick: “A questo punto la canzone non aveva un titolo, come al solito per le canzoni di George. Sulla scatola del nastro la indicai come Granny Smith, dal nome della mia qualità di mele preferita”.

Per tre ore e mezza il gruppo discusse l’arrangiamento e registrò tre takes della base ritmica. Nella prima, George cantò e suonò la chitarra acustica,
accompagnato dai cori di Paul. Il sitar arrivò nella terza take, suonato nell’introduzione da George. Dopo la pausa per la cena, arrivarono in studio i
musicisti del North London Asian Music Circle, chiamati da George.

Anil Bhagwat: “Un tizio di nome Angadi [Ayana Angadi, l’animatore dell’Asian Music Circle] mi chiamò per chiedermi se quella sera sarei stato libero per ‘lavorare con George’. Non sapevo di chi parlasse, solo quando venne a prendermi una Rolls Royce mi resi conto che avrei suonato in una seduta di registrazione dei Beatles. […] Fummo d’accordo sul fatto che avrei improvvisato – la musica indiana è tutta improvvisazione. Fui molto fortunato, misero il mio nome sulla copertina del disco. Ne vado molto orgoglioso”.

Gli strumenti indiani

Emerick applicò anche al tabla (una percussione indiana) la microfonazione ravvicinata che era la sua specialità, e si ricominciò dalla take 4, fino alla 6 che venne ritenuta buona per la sovraincisione del basso di Paul e di una chitarra fuzz-tone suonata da George. Non sono documentati i nomi dei musicisti indiani che suonarono il tanbur (strumento a due corde simile al liuto) e il sitar, che nella parte più consistente del brano è stato attribuito da Ian MacDonald a un musicista ben più esperto dello strumento di quanto fosse Harrison; però in Abracadabra – The Complete Story Of The Beatles’ Revolver Ray Newman riferisce che, secondo Shankara Angadi, figlio di Ayana Angadi, il sitar fu suonato da Harrison con la supervisione dell’anonimo musicista indiano. La seduta di registrazione si chiuse a mezzanotte e tre quarti. Il giorno seguente la canzone fu completata in quattro ore, dalle 12,30 alle 18,30. George sovraincise una seconda voce solista, Ringo il tamburino, e Paul un’armonia vocale sulla frase “they’ll fill you in with all their sins, you’ll see” che però non fu utilizzata nel mixaggio finale.

 

Il titolo

La canzone rimase senza titolo ben oltre il 21 giugno, giorno in cui fu mixata per l’ultima volta. Resta quindi misterioso anche il significato della frase del titolo, che nel testo non ricorre; conoscendo il particolare senso dell’umorismo di George, non è da escludere che sia un’allusione sarcastica a
Love Me Do.

Esecuzioni

Come tutte le altre canzoni di Revolver, Love You To non fu mai eseguita dal vivo né proposta in occasioni promozionali dai Beatles. Una versione
remixata del brano è stata inclusa nel 1999 in Yellow Submarine Songtrack; il brano vi figura in quanto nel film Yellow Submarine compare un breve
spezzone della canzone, al momento della prima apparizione del personaggio animato di Harrison.

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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