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ELEANOR RIGBY (Lennon – Mc Cartney)

ELEANOR RIGBY (Lennon – Mc Cartney)

McCartney: voce, cori • Lennon: cori • Harrison: cori ••• Tony Gilbert,
Sidney Sax, John Sharpe, Jurgen Hess: violini • Stephen Shingles, John
Underwood: viole • Derek Simpson, Norman Jones: violoncelli

Registrazione 28, 29 aprile e 6 giugno 1966
Produttore George Martin • Fonico Geoff Emerick
UK 5 agosto 1966 (LP Revolver) • USA 8 agosto 1966 (LP Revolver) •
IT 25 agosto 1966 (LP Revolver)

Sono soltanto due le canzoni firmate Lennon-McCartney rispetto alle quali le opinioni di John e Paul in merito all’attribuzione dei crediti compositivi divergono sostanzialmente. Una è In My Life, l’altra è Eleanor Rigby. Per la seconda, in particolare, sono tanti e tali i dettagli relativi alla sua nascita e alla sua composizione che quasi inevitabilmente si contraddicono fra loro.

L’origine

McCartney: “Ero seduto al pianoforte quando mi vennero in mente le prime battute, testo compreso. ‘Daisy Hawkins, she picks up the rice in the church where a wedding has been…’. Fu quasi come un flusso di coscienza, e condizionò l’intera atmosfera della canzone.

Ti chiedi: ‘Cosa intendo dire? È una strana cosa da fare, a meno che lei non stia facendo le pulizie. Quindi lei è la donna che fa le pulizie in chiesa, o c’è sotto qualcosa di più?’ Forse è una zitella della parrocchia, che non si sposerà mai: ed è questa l’ipotesi che scelsi. Sicché questa divenne una canzone sulla gente sola. Di gente anziana ne conoscevo molta: ero stato nei boy scout e spesso facevo visita agli anziani, come buona azione. Pensavo che fosse una cosa giusta da fare – e lo penso ancora. Così mi era capitato spesso di stare seduto insieme a signore anziane che raccontavano dei tempi della guerra e roba del genere, e quindi, dato che avevo ambizioni da scrittore, in un certo senso stavo raccogliendo materiale, stavo costruendomi un repertorio di personaggi e pensieri”.

Eleanor

A questo punto Paul aveva in mano un abbozzo di canzone (nel quale fra l’altro il nome Daisy Hawkins non gli piaceva).

McCartney: “Quando avevamo lavorato con l’attrice nel film Help!, il suo nome mi piaceva – era la prima volta che conoscevo una Eleanor”.

McCartney: “Per il nome avevo deciso Eleanor, e mi guardavo intorno alla ricerca di un cognome credibile.

Il cognome ‘Rigby’ lo vidi sull’insegna di un vecchio negozio di Bristol, una sera che stavo passeggiando per la città, nella zona del porto. Era gennaio, ero andato a trovare Jane che stava lavorando all’Old Vic”; il negozio era “”, al 22 di King Street, dall’altra parte della strada rispetto al Theatre Royale dove Jane recitava in The Happiest Days Of Your Life). “Pensai: ecco un cognome normale ma al tempo stesso particolare, proprio come lo volevo. Quindi, Eleanor Rigby. Ce l’avevo”.

La vera Eleanor Rigby

Nel 1982, nel cimitero della parrocchia di St Peter a Woolton, fu individuata una tomba con il nome Eleanor Rigby. La Eleanor Rigby della tomba era nata il 29 agosto 1885 all’8 di Vale Road, a Woolton. In realtà il suo vero cognome era Whitfield (era figlia di un operaio a giornata di nome Arthur e di Mary Elizabeth Rigby), ma il nonno paterno aveva insistito perché prendesse il suo cognome, dato che questo rischiava di estinguersi per mancanza di figli maschi. Eleanor era vissuta a Liverpool, da ragazzina aveva lavorato come sguattera al City Hospital di Liverpool, all’età di 35 anni aveva sposato un uomo di 17 anni più anziano di lei di nome Thomas Woods, non aveva avuto figli, era morta il 10 ottobre 1939 di emorragia cerebrale, e in quella tomba era sepolta con il nonno John Rigby, sua moglie Frances e la loro figlia Doris.

McCartney: “O è stata una coincidenza o è stato, più probabilmente, il mio subconscio. In quel cimitero andavo spesso con John, a fumare qualche sigaretta di nascosto”.

Lennon: “È di entrambi. Io ho scritto buona parte del testo, direi il settanta per cento” (1972). “Eleanor Rigby era figlia di Paul, io ho contribuito alla sua crescita. La prima strofa è sua, tutte le altre sono sostanzialmente mie. In parte l’abbiamo lavorata insieme. Paul non aveva il middle eight, ‘ahh, look at all the lonely people’. Lui, George e io eravamo nella stessa stanza a buttare lì frasi e suggerimenti, e io mi ero alzato per andare in bagno quando ho sentito qualcuno, penso George, dire quella frase; mi sono girato e ho esclamato: ‘eccola!’” (1980).

Father McKenzie

Ci furono molte discussioni a proposito del secondo personaggio della canzone.

McCartney: “Per il prete stavo usando il nome Father McCartney solo perché aveva il giusto numero di sillabe, ma non volevo tenerlo definitivamente. John insisteva perché lo chiamassi McCartney, ma non mi andava, apriva troppe questioni. Presi l’elenco del telefono, andai a McCartney e qualche riga dopo c’era McKenzie, che andava bene”.

Anche a proposito della terza strofa il testimone oculare Shotton sembra avere ricordi dettagliati – e non sorprende che sottolineino il suo asserito contributo alla canzone. Pete Shotton: “Paul non aveva idea di come far finire la canzone. Io proposi: perché non fai morire Eleanor Rigby e le fai fare il funerale da padre McKenzie? Così le due persone sole si incontreranno alla fine, ma troppo tardi. A questo punto John sibilò il suo unico commento dell’intera serata: ‘Non credo che tu capisca dove vogliamo arrivare, Pete’. Gli risposi: ‘Vaffanculo, John’. Paul prese su la sua chitarra e uscimmo tutti. Quindi, per come la ricordo io, l’apporto compositivo di John a Eleanor Rigby è stato virtualmente nullo”.

Secondo John, invece, la canzone arrivò in studio ancora incompleta.

Lennon: “Anziché chiedere a me di scrivere il testo, Paul ci buttò lì: ‘Ragazzi, finitelo voi’, mentre lui pasticciava con l’arrangiamento in un altro angolo dello studio. C’eravamo io, . Mi sentii insultato e offeso. In realtà voleva che la finissi io, ma non voleva chiedermelo.
Ovviamente non c’è una sola parola di quei due nella canzone, perché alla fine siamo andati, Paul e io, in una stanza e abbiamo finito il testo. Lui era fatto così, era insensibile”.

George Martin e Geoff Emerick

La versione secondo cui il testo fu completato in studio è corroborata da una dichiarazione del produttore. George Martin: “In effetti ricordo che al momento di registrare la canzone a Paul mancavano alcune parole, e chiedeva a tutti: ‘Cosa possiamo metterci qui?’. Neil, Mal e io davamo suggerimenti – scadenti, in realtà” (Martin, si noti, non nomina John fra i presenti).

Paul presentò la canzone a George Martin per discutere dell’arrangiamento. Geoff Emerick: “La suonò alla chitarra, e George suggerì un arrangiamento per doppio quartetto d’archi. Paul non era convinto, temeva un effetto alla Henry Mancini, ma Martin gli assicurò che gli sarebbe piaciuto. Paul insistette sul fatto che voleva che gli archi fossero ‘pungenti’”.

Il ricordo di John e di Paul è diverso. Lennon: “I violini furono un’idea di Paul. Jane Asher l’aveva convertito a Vivaldi, e quei violini di Eleanor Rigby sono proprio alla Vivaldi”. McCartney: “Fui io a pensare l’arrangiamento, ma fu George Martin a realizzarlo. Io gliel’ho strimpellato al piano, lui capì cosa volevo”.

George Martin: “Paul venne a casa mia, entrambi suonammo il pianoforte e io scrissi le note. L’ispirazione mi venne dalle musiche di Bernard Herrmann, in particolare dalla sua colonna sonora di Fahrenheit 451”.

28 aprile 1966

Il giorno fissato per la registrazione, il 28 aprile 1966, gli otto musicisti convocati (due dei quali avevano già suonato in Yesterday), Paul, John, George Martin e Geoff Emerick (con l’assistente fonico Phil McDonald) entrarono in studio alle 17. Emerick riferisce con orgoglio la sua innovativa modalità di registrazione degli archi, con i microfoni molto vicini alle corde (e i musicisti che continuavano a cercare di allontanarsene). Uno di loro, Stephen Singles, commentò in seguito: “Sono stato pagato cinque sterline, e quella canzone ne ha fatte guadagnare milioni. E noi, da perfetti idioti, abbiamo regalato le nostre idee” (in realtà, suonarono gli spartiti scritti da George Martin). Una versione strumentale di Eleanor Rigby (quindi solo con gli archi) è stata inclusa in Anthology II.

 

Vennero suonate quattordici takes, e prima delle 20 la seduta di registrazione era finita. Alle 17 del giorno seguente si sovraincisero le parti vocali: quella solista di Paul (raddoppiata artificialmente nei ritornelli con l’ADT, Automatic Double Tracking: vedi scheda n. 112) e i cori di John e George (“aah, look at all the lonely people”). All’una di notte la canzone era finita. O quasi: il 6 giugno a mezzanotte Paul sovraincise i suoi “aah, look at
all the lonely people” a quelli già registrati.

Eleanor Rigby, che ottenne un Grammy nella categoria “Best Contemporary Rock and Roll Vocal Performance, Male”, fu pubblicata, oltre che su Revolver, anche su un 45 giri a doppia facciata A, con Yellow Submarine sull’altro lato. Il singolo uscì nello stesso giorno della pubblicazione dell’album.

Come tutte le canzoni di Revolver, Eleanor Rigby non fu mai eseguita dal vivo né proposta in occasioni promozionali dai Beatles. Una nuova registrazione del brano fu realizzata da Paul McCartney per l’inclusione nella colonna sonora del suo film Give My Regards To Broad Street, uscito nel 1984. Esecuzioni dal vivo di Eleanor Rigby da parte di McCartney come solista sono documentate in parecchi suoi album live.

 

 

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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