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The Fruit Guys

The Fruit Guys

(…Saint Paul the persecutor was a cruel and sinful man
Jesus hit him with a blinding light and then his life began…)

Cominciammo dal reparto frutta dell’Ipercoop di Brightly Heaven. Io e quell’irlandese pazzo di Jimmy Connolly ci affiancavamo alle vecchie signore italiane che ogni mattina arrivavano da St. Paul o da Stillwater e facevamo incetta di mele tipo golden da 1.99 al chilo, cioè quelle più belle e grandi. Però quando andavamo a pesarle su quelle diavolo di bilance ebree invece di digitare il codice delle golden a prezzo pieno premevamo in sequenza quei tra magici numeri – 7,3 e 5 -, cioè quelli associati alle mele golden più piccole e ammaccate, che stavano a 1.19. Nessuno faceva caso al nostro giochetto e così in un baleno riuscimmo mettere su un commercio con i fruttivendoli di tutta la provincia vendendo loro mele golden extralusso a 1.39 al chilo. In capo a un paio di mesi io e Jimmy ci trovammo con un bel gruzzolo davanti e decidemmo di fare il classico salto di qualità. Fanculo a tutte quelle premure, dovevamo intascarci a 1.19 non solo le mele, ma tutta la frutta più preziosa del reparto. Certo, se si trattava di comprare melograni e ciliegie c’era il rischio di dare nell’occhio, perché sono frutti dannatamente diversi. Ma avevamo finalmente il grano per ungere gli inservienti ebrei irlandesi dell’ortofrutta che ben volentieri chiudevano un occhio di fronte ai nostri movimenti. Tutti i ragazzi erano lieti di ritrovarsi una mazzetta nel taschino e integrare la miseria che gli dava la cooperativa, tranne uno, Mickey Sergio, un cazzo di italiano irlandese di Remington che a forza di soffiate cominciò a far licenziare i colleghi che se la facevano con noi. Peccato che un giorno all’impavido Mickey mandammo in visita il nostro amico Danny Moscowitz e quel sadico di un ebreo alcolizzato lo fece spostare al reparto pescheria, precisamente dentro il bancone, come pesce spada in tranci. Risolto quello spiacevole inconveniente i nostri affari si gonfiarono come non mai e fecero un ulteriore balzo quando io e Jimmy decidemmo di sottoscrivere la Carta Soci Coop. Molti degenerati italiani irlandesi pensavano che fosse solo una pulciosa tessera per avere qualche sconto, ma ignoravano il senso stretto della parola socio, che vuol dire società, proposte, mani alzate e via dicendo. Così io e Jimmy cominciammo a partecipare alle assemblee del lunedì sera, dove eravamo in quattro gatti e quelli che non miagolavano come piaceva a noi cambiavano idea ai primi biglietti da mille che gli facevi trovare nel cestino della merenda. Riuscimmo a far passare senza difficoltà la nostra linea: più frutta tropicale per i nostri clienti, succosissima frutta tropicale, preziosa come il sangue di Cristo. Con i soldi dell’Unione consumatori avviammo anche una bella campagna pubblicitaria irlandese che spiegava a tutte le massaie italiane ebree come papaya, mango e compagnia fossero così piene di vitamine che avrebbero restituito forza e speranza ai loro figli morti dal sonno facendoli uscire dal quartiere. Facemmo davvero il botto e nel giro di un anno diventammo i rivenditori ufficiali di bontà esotiche a tutti gli ortolani del comprensorio e sempre a prezzo stracciato grazie alla trovata delle mele golden bacate da 1.19. Decidemmo di allargare ancora il giro puntando elettrodomestici, abbigliamento e attrezzi per il giardino. Per questa ragione in assemblea dei soci ottenemmo che il reparto ortofrutta fosse dotato non solo di sacchetti biodegradabili ma anche di pratici borsoni, che noi altri puntualmente prendemmo a riempire di ventilatori, tv color, impianti di irrigazione e pellicce di visone che prontamente andavamo a pesare su quelle vecchie bilance ebree premendo 7, 3 e 5, i numeri delle golden, i numeri del buon Dio. Le cose andavano davvero alla grande ma un po’ alla volta l’Ipercoop di Brightly Heaven si svuotava. Non c’era più nulla, perché tutto finiva nelle nostre sporte e usciva per essere rivenduto al mondo dopo essere stato regolarmente pagato alla cassa come delle maledette mele del Bronx. Quando il supermercato si trovò vuoto come un buco di culo irlandese l’assemblea dei soci – che eravamo noi – decidette di venderlo, e lo prendemmo a prezzo stracciato io, Jimmy e Moscowitz. Non sapevamo che farci, ma quando Stefano Bonaccini, candidato alla presidenza dell’Emilia Romagna (regione in cui ci trovavamo), propose incentivi alle case di tolleranza, decidemmo di farci un bel bordello. Mettemmo un po’ di grano sul tavolo per aiutare quello smanettone italiano a vincere le elezioni, cosa che regolarmente avvenne un paio di mesi più tardi. L’ente Regione ci fece arrivare diverse smiliardate e mettemmo su il casino più bello di tutto il Midwest, con puttane per tutti i gusti, ovviamente anche di livello extralusso, di quelle che potevano permettersi solo gli ortolani che negli anni si erano arricchiti grazie a noi. Tutto filava a meraviglia fino a quando al presidente Bonaccini non viene in mente di candidarsi alla presidenza della Repubblica e per ripulirsi l’immagine decretò la chiusura di tutti i bordelli del territorio regionale. Noi sguinzagliammo i nostri cazzuti legali irlandesi scozzesi sostenendo davanti al magistrato che la norma poteva andare bene, ma non era giusto fosse retroattiva, però quella palla di merda ebrea del giudice Singer accettò la tesi della Regione, che addusse cause di emergenza sanitaria e igiene pubblica. Moscowitz voleva prendere Bonaccini e fargliela saltare quella testa di merda da mangiaspaghetti, ma io e Connolly decidemmo di aspettare un attimo e ricorrere al Tar. Ma il nostro socio ebreo, lui che con la testa non era mai uscito dal quartiere, decide di fare da sé. Va a una conferenza stampa travestito da un cazzo di inviato del Fatto e spara in fronte a quel tamarro del presidente. Si prende l’ergastolo con vent’anni di isolamento e nemmeno la libertà di andare in banca o alla posta. Due mesi dopo al Tar vinciamo io e Jimmy. Ora, non si poteva aspettare un attimo? Perché puoi dire quello che vuoi, Gesù santo, ma in Italia, la giustizia amministrativa, funziona… (…I said yeah, oh yeah, oh yeah.You’ll never make a saint of me…)

Autore del Post

Niccolò Re

Niccolò Re nasce a Sarzana (Sp), dove attualmente vive, il 21 maggio 1986. Maturità scientifica, Laurea in Cinema, nel 2012, un po' per caso, intraprende il mestiere di giornalista, che svolge tutt'ora presso la testata online Città della Spezia. Tra i suoi hobby il calcio, la musica, la storia, l'antropologia. Ama gli animali e ha un bellissimo e simpatico cane di nome Camillo. Dal 2016 convive con l'economista Irene Tinagli.

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