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La sposa occidentale

La sposa occidentale

“Io e Linda abbandonammo tutto, ci prendemmo per
mano e facemmo un salto nelle acque scure e torbide
dell’ignoto, come due barchette di carta gettate in
un torrente. Successe nell’aprile del 2014, quando partimmo per la Siria”

Con la fuga a Raqqa inizia un’avventura che segnerà così profondamente i personaggi di questa storia da trasformarli per sempre. Lo scontro tra Occidente e islamismo si esprime in queste pagine attraverso la voce confusa e viscerale dell’italiana Lara e quella appassionata di Nadir, giovane foreign fighter. Ne scaturisce un libro capace di raccontare l’orrore della guerra, del fondamentalismo e della sottomissione e allo stesso tempo di sorprenderci con una storia d’amore, d’amicizia e di legami recisi. “La sposa occidentale” è anche un romanzo sul passaggio brusco e forzato dall’adolescenza all’età adulta, dal sogno al risveglio, dall’illusione al disinganno.

E’ appena uscito il romanzo La sposa occidentale (Robin). Ne pubblichiamo un breve estratto: l’arrivo di Linda e Lara nella città di Raqqa.

“Finalmente entrammo a Raqqa, roccaforte del nascente
Stato Islamico. Osservavo la città dal finestrino.
Le vie e le piazze già erano affollate, la folla brulicava
caotica: venditori ambulanti con i loro carretti, motorini,
macchine che suonavano il clacson all’impazzata,
ragazzini che scorrazzavano nel traffico smerciando bibite,
pane, accendini. Ce n’erano altri, agli angoli delle
strade: alcuni vendevano benzina, altri riparavano scarpe
o riempivano lampade a cherosene. Immaginai che
fossero stati abbandonati. Pensai che fosse così anche
Milano in passato, magari quando i miei genitori vi erano
appena arrivati. Già, i miei genitori. Eravamo fuggite
di nascosto, avevamo lasciato loro soltanto un biglietto
con su scritto: Non cercateci. “Chissà come avranno reagito
alla mia scomparsa. Forse è la volta buona che si
rendono conto della mia presenza”, riflettei.
In ogni caso, tutto quel caos in fondo mi rassicurava:
sotto grigie nubi vaganti, la città era animata e fin troppo
vivace, sembrava che la vita avesse ancora la meglio
sulla guerra. Forse i ragazzi non mentivano, dopo tutto.
Ma poco dopo iniziai a scorgere i primi segni dei bombardamenti
sui palazzi. Poi le strade invase da tanti militari
e foreign fighters. Le donne, invece, indossavano il
niqab, la tunica con il velo che copre il corpo integralmente.
Una ragazza incinta richiamò la mia attenzione:
era completamente coperta di nero, il capo velato, portava
in braccio un neonato e per la mano una bimba. Tutte
le donne avevano il volto nascosto: erano fantasmi neri,
incorporei, che vagavano indistinguibili e penitenti nella
folla. Erano loro, dunque, a pagare il prezzo più alto?
Era vero che le ragazze della mia età venivano date in
spose a uomini molto più grandi? I nostri autisti interruppero
le mie riflessioni. Si erano voltati verso di noi
e ci stavano domandando: “Niqab?”, accompagnando
alla parola i gesti delle mani, alludendo al velo. Ma noi
non l’avevamo, eravamo vestite come sempre: in jeans e
maglietta. Dovemmo coprirci il capo alla bell’e meglio
con dei foulard scuri che trovammo in valigia. L’illusione
era durata il tempo di un sospiro. Come un colpo
allo stomaco – un dolore cupo, sordo, misto a paura – mi
invase la consapevolezza dell’enormità e dell’irreversibilità
del mio gesto. Qualcosa che in fondo sapevo, ma
avevo finto di non vedere per intero. Poi, mentre il cielo
era scosso da lampi lividi che precedevano il temporale,
finalmente scorgemmo dal finestrino le due figure alte e
snelle di Malik e Nadir. Mi soggiunse alla mente il momento
in cui li avevamo visti per la prima volta venirci
incontro a Parigi, fieri e misteriosi, e pensai a quanto le
cose per noi fossero già mutate, e con esse il mio stato
d’animo. Adesso questo nostro sodalizio, che all’inizio
mi era parso così leggero e promettente, mi pesava sulle
spalle come un fardello di cemento, ma non potevo disfarmene,
ora meno che mai.
La macchina su cui viaggiavamo si arrestò. Malik e
Nadir ci aprirono le portiere del furgone, accogliendoci
con ampi sorrisi mentre il cielo, carico di nuvole, era
scosso da tuoni. Ci fecero salire in fretta e furia, rimproverandoci
per il nostro abbigliamento: “Ne vedete tante
di ragazze vestite così qui in giro? In jeans e maglietta?”.
Ci guardammo intorno: in effetti le donne erano tutte
coperte dal capo ai piedi, molte avevano anche le mani
nascoste dai guanti e a parecchie non si vedevano neanche
gli occhi. Alcune però portavano con naturalezza
una mitragliatrice a tracolla. Qualcuna si voltava verso
di noi e sembrava osservarci con ostilità da sotto il velo.
Per una manciata di minuti rimasi ipnotizzata dalla fantasmatica
convergenza di alcune ragazze comparse dal
nulla davanti a noi, che, vestite di nero e velate, ci scivolarono
accanto silenziosamente. Mi domandai che cosa
giustificasse il sottoporsi a una tale umiliazione: l’avrei
capito soltanto più tardi e sulla mia pelle”.

Da: La sposa occidentale (Robin, 2019)

Autore del Post

Elisa Giobbi

Fiorentina, coltiva musica e scrittura fin dall'adolescenza. Ex editrice, è autrice di "Firenze suona", "Rock'n'roll noir", "La rete", "Eterni", saggio sui grandi compositori e "Love (& Music) Stories. Presidente dell'ass. cult. "Firenze suona", organizza e dirige rassegne musicali.

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