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RAIN (Lennon – Mc Cartney)

RAIN (Lennon – Mc Cartney)

Lennon: voce, cori, chitarra ritmica • McCartney: cori, basso • Harrison:
cori, chitarra solista • Starr: batteria, tamburino

Registrazione: 13 e 14 aprile 1966
Produttore: George Martin • Fonico: Geoff Emerick
6 giugno 1966 (singolo; lato A: Paperback Writer)

Chi è Travis Wammack e perché parliamo di lui? Travis Wammack è un chitarrista di Walnut, Mississippi; debuttò discograficamente nel 1957, appena tredicenne, con I’m Leaving Today / Rock And Roll Blues, poi si dedicò essenzialmente all’attività di sessionman, fino a diventare il leader del gruppo
di Little Richard. Parliamo di lui perché nel 1964 pubblicò su etichetta Ara, distribuzione Atlantic, un 45 giri la cui facciata A si intitolava Scratchy (fu un piccolo successo: salì fino alla posizione numero 80 nelle classifiche di Billboard). Scratchy è, essenzialmente, uno strumentale: ma a 1’15” dall’inizio la musica s’interrompe e una voce gracchia: “Capitain, do it again, won’t you?”, seguita da una frase incomprensibile. La frase incomprensibile non è altro che la stessa “Capitain, do it again, won’t you?” registrata al contrario. E questa è, salvo errori, la prima presenza documentata su un disco pop di una voce a ritroso.

Lennon: “Questa è una canzone che ho scritto a proposito di quelli che non fanno altro che lamentarsi del tempo”.

McCartney: “Tradizionalmente nelle canzoni la pioggia è vista come un fastidio, noi invece sosteniamo che non è così. Non c’è sensazione più esaltante che sentire la pioggia sulla schiena” (il concetto piaceva tanto a Paul che lo espresse in Mamunia, una delle canzoni dell’album Band On The Run – 1973 – dei Wings: “You never felt the rain, my friend, till you felt it running down your back”).

MacDonald: “Le immagini del linguaggio meteorologico sarebbero banali se si limitassero a svolgere funzione di metafora. Ciò che le modifica è
la presenza sonora del brano: un tentativo di comunicare il lucente peso del mondo così come appare a chi sia sotto l’influsso della droga”.

La data di nascita di Rain, in ogni modo, può essere stabilita fra marzo e aprile 1966, poco prima di quando fu portata in studio, il 14 aprile, sesto
giorno di registrazioni per il nuovo album, ma in effetti utilizzato per i brani destinati al 45 giri che l’avrebbe preceduto di un paio di mesi (Revolver uscirà in Gran Bretagna il 5 agosto 1966). Chiusa Paperback Writer alle 19,30, dopo la pausa per la cena i Beatles affrontarono Rain, cominciando come consuetudine dalla base ritmica. Avendo scoperto, durante gli esperimenti effettuati nel corso dei lavori su Tomorrow Never Knows, che variando la velocità del nastro registrato si ottenevano effetti interessanti, i Beatles suonarono a un tempo più veloce del necessario per poi rallentare la velocità della base registrata.

McCartney: “Se registri un rumore di passi e poi lo riascolti rallentando il nastro, sembra di sentire i passi di un gigante, di una persona molto più pesante. E se registri la base ritmica e poi ne rallenti la velocità, il suono acquista profondità e gravità”.

Starr: “Quella in Rain è la mia prestazione preferita fra tutte quelle che ho fatto con i Beatles. Ritengo di aver suonato in maniera davvero sorprendente. Rain mi fa andar giù di testa… mi sembra di sentir suonare qualcun altro. Ero come posseduto!”.

Fra le 20,30 e l’una e mezza i Beatles suonarono cinque takes della base ritmica: John e George alle chitarre elettriche, Paul al basso, Ringo alla batteria. Sulla quinta take, considerata la migliore, John sovraincise la sua voce solista, anche questa manipolata nella velocità di registrazione, ma all’inverso rispetto alla base ritmica (rallentando il nastro e poi riportandolo, per la sovraincisione, alla velocità normale).

Lennon: “Mi portai il mix a casa per studiare quali trucchetti avrei potuto aggiungere, perché non ero del tutto soddisfatto della riuscita della canzone.
Ero stonato per via della marijuana, montai il nastro sul registratore, non so come ma alla rovescia, e me ne restai lì pietrificato, con le cuffie sulle
orecchie e un cannone fra le dita”.

Due giorni dopo, il 16 aprile, Lennon comunicò la sua scoperta agli altri.

Geoff Emerick: “Entrò a passo di marcia in sala di regia, con il nastro in mano, e ordinò che tutti ascoltassimo la sua ‘incredibile’ scoperta. George Martin cercò di spiegargli cos’era successo, ma a lui, impaziente come sempre, non importava. Voleva solo che quel suono entrasse nella canzone, e lasciò a noi decidere in che modo riuscirci”.

Lennon: “Domandai: ‘Perché alla fine della canzone non la rimettiamo tutta intera ma a ritroso?’. Non facemmo così, ma mettemmo la mia voce e la chitarra a ritroso sul finale. Sembra che canti in indiano”.

La frase “cantata” a ritroso è in effetti la prima frase del testo: “When the rain comes, they run and hide their heads”. Le altre sovraincisioni riguardarono il tamburino di Ringo, i cori di Paul e George e i cori di John. La traccia di basso originaria fu sostituita da una nuova, registrata col “metodo Emerick” sperimentato in Paperback Writer. Dopo di che la canzone fu considerata conclusa.

Mai eseguita dai Beatles dal vivo, presentata in playback a “Top Of The Pops” il 16 giugno, Rain fu oggetto di tre filmati promozionali realizzati negli
stessi giorni di quelli di Paperback Writer e come quelli diretti da Michael Lindsay-Hogg. I primi due furono girati il 19 maggio nello Studio 1 di Abbey
Road: uno a colori, destinato all’“Ed Sullivan Show”, e uno in bianco e nero per “Ready Steady Go” (nel quale, buffamente, John cerca di mimare in
playback la frase cantata a ritroso).

Il terzo filmato, anche questo a colori, fu girato il giorno seguente, il 20 maggio, alla Chiswick House di Londra, con la partecipazione involontaria di un gruppo di scolari in visita alla villa. Il filmato di Rain incluso nell’Anthology Video (1995) è diverso da questo: si tratta di una sorta di rimontaggio che include anche scene girate il giorno precedente e frammenti di backstage.

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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