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IN MY LIFE (Lennon – Mc Cartney)

IN MY LIFE

(Lennon – Mc Cartney)

Lennon: voce, chitarra ritmica
Mc Cartney: cori, basso
Harrison: cori, chitarra solista
Starr: batteria, tamburino
Registrazione: 18 e 22 ottobre 1965
Produttore: George Martin • Fonico: Norman Smith
30 dicembre 1965 (LP Rubber Soul)

Sono soltanto due le canzoni firmate Lennon-McCartney rispetto alle quali le opinioni di John e Paul in merito all’attribuzione dei crediti compositivi divergono  sostanzialmente. Una è Eleanor Rigby, l’altra è In My Life.

Lennon: “In My Life credo sia stata la mia prima canzone davvero importante, e la prima che ho scritto nella quale ho consapevolmente parlato della mia vita. Per la prima volta mi impegnai scientemente ad applicare le mie capacità letterarie a un testo di canzone. La spinta mi venne da un’osservazione che mi fece un giornalista e scrittore inglese dopo l’uscita del mio libro. Mi disse: ‘Perché non applichi il tuo modo di scrivere, quello che usi in questo libro, alle tue canzoni? E perché nelle canzoni non metti dentro
qualcosa della tua infanzia? E questo venne poi fuori in Penny Lane, che è di Paul, e in Strawberry Fields Forever. Di In My Life ho scritto prima il testo, poi l’ho cantato, come succederà anche per Across The Universe e per alcune altre delle mie canzoni più significative. L’ho scritta a Kenwood, al piano di sopra, dove avevo dieci registratori Brunell collegati fra loro. Nel giro di un paio d’anni avevo imparato a usarli, non da farci un disco ma da cavarci un po’ di roba interessante sì. In My Life è cominciata come un viaggio in autobus da casa mia, in Menlove Avenue, fino giù in città, menzionando ogni luogo che ricordavo. “

McCartney: “Nel prossimo album ci sarà una canzone che racconta dei luoghi di Liverpool, la nostra città natale… nomi come Penny Lane e  suonano bene, ma dopo che li abbiamo messi in fila ci è sembrata una forzatura e abbiamo rinunciato” (1965).

Si noti come parlando di In My Life John abbia sempre usato il verbo al singolare, e Paul abbia introdotto fin dal 1965 il plurale.

Lennon: “Il testo della canzone era già scritto interamente prima ancora che Paul lo sentisse. Il suo contributo a In My Life è stato il middle eight” (1980).

McCartney: “Le parole di In My Life le ha scritte John, io ci ho scritto sopra la melodia” (1973). “Arrivai a casa di John, a Kenwood, per una seduta di composizione, e lui aveva scritto la strofa di apertura, molto bella [“There are places I’ll remember, / All my life, tho’ some have changed, / Some forever but not for better, / Some have gone and some remain”]. Questo era quel che aveva. Per quel che ricordo io, non aveva la musica, e il mio ricordo, credo, differisce da quello di John. Gli dissi: ‘Be’, non hai la melodia, fammici lavorare un po’. E scesi sul pianerottolo, dove John teneva un Mellotron, mi sedetti e misi insieme una melodia basata, nella mia testa, su
certe cose di Smokey Robinson & The Miracles. […] Ricordo di aver steso l’intera melodia. E ad ascoltarla e ad analizzarla suona proprio come una cosa mia. Ovviamente stavo componendo su un testo già esistente. Quindi è così che mi ricordo che è andata la faccenda: gli ho detto di andare a bere una tazza di tè o qualcosa di simile e di lasciarmi da solo per dieci minuti. Poi ricordo che sono tornato su da lui e gli ho detto: ‘Bene, ce l’ho! E mi pare anche buona. Che ne pensi?’. E lui: ‘Carina’. Dopo di che abbiamo
continuato a lavorarci insieme, usando quella melodia per scriverci sopra le altre strofe. Poi ricordo che ci mettemmo davanti l’introduzione, che penso di aver ideato io. Quindi secondo me l’ispirazione originaria è di John, la melodia è mia, e anche il riff di chitarra è mio. Non voglio essere tassativo, ma io ricordo che le cose sono andate così. E comunque mi sembra soddisfacente che, con tutto quello che abbiamo scritto, siamo in disaccordo solo su d

ue canzoni” (1997). “Penso di averla scritta io, la melodia, ma John
pensava di averla scritta lui. Sapete che vi dico? Può tenersela. Una su duecento…” (2001).

Comunque siano andate effettivamente le cose, la data di composizione di In My Life va collocata presumibilmente nei primi giorni di ottobre 1965. Fu iniziata in studio il 18 ottobre intorno alle 15,30, dopo un paio di sovraincisioni a If I Needed Someone. Dopo qualche prova si cominciò a registrare la base ritmica, e dopo tre takes (John alla chitarra ritmica, George alla chitarra solista, Paul al basso e Ringo alla batteria) si ritenne che l’ultima fosse buona. Subito dopo si registrarono le sovraincisioni: due volte la voce solista di John, poi i cori di Paul e George e il tamburino di Ringo. Poco prima delle 18 il turno terminò ma la canzone non era ancora finita.

George Martin: “C’era uno spazio nella canzone che secondo me richiedeva un assolo; era un punto in cui John non riusciva a decidere cosa voleva metterci. Allora, mentre loro erano in pausa per il tè, ho suonato un assolo di pianoforte in stile barocco che John non sentì finché non rientrò in studio. Quello che avevo in mente era troppo complicato perché io potessi suonarlo dal vivo, così lo suonai a mezza velocità e poi lo accelerai, e a John piacque”.

In effetti, però, l’operazione non fu improvvisata quasi di nascosto nella pausa per il tè. Anzi, fu realizzata con molta cura, e non il giorno della registrazione della canzone ma quattro giorni dopo, il 22 ottobre. Martin prenotò lo studio con un’ora di anticipo sull’arrivo dei Beatles e cominciò a lavorare sulla parte che aveva scritto, “una cosa tipo Bach”. Prima la provò con l’organo Hammond, ma il suono non lo convinse; allora passò al piano elettrico e registrò la parte un’ottava sotto e a mezza velocità, poi riportò il nastro alla velocità normale. Quando i Beatles arrivarono, la sentirono, la approvarono e In My Life venne così completata con la sovraincisione dell’assolo di Martin.

La canzone non fu più eseguita dal vivo dai Beatles né presentata in occasioni promozionali. Nemmeno Paul McCartney l’ha mai ripresa nei suoi concerti da solista. Bizzarramente, invece, fu George Harrison a suonarla dal vivo con la sua band durante il tour nordamericano del novembre-dicembre 1974 (quello segnato dalle sue gravissime difficoltà vocali). Per l’occasione cambiò il verso finale della seconda strofa, trasformandolo da “in my life I love you more” a “in my life I love God more”.

 

 

 

Estratto da “Il libro bianco dei Beatles” di F. Zanetti – Ed. Giunti

Autore del Post

Ernesto Macchioni

Il mare in tempesta fu improvvisamente colpito ai fianchi da un milione di tonnellate di olio. Fu così che venne alla luce Ernesto Macchioni in un'inaspettata giornata d'estate in pieno novembre 1961. La finestra fu finalmente aperta, Ernesto si affacciò e venne invaso da un fiume di luce e salmastro. L'infanzia la passò a cercare di capire se era meglio saper giocare a pallone o ascoltare la musica. Scelse la seconda ipotesi, senza rendersi conto di quanto si sarebbe complicato la vita. Il mare lo guardava perplesso. Faceva le scuole medie quando imparò a suonare la chitarra. Divenne amico intimo di Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Battisti, cercando di scacciare l'inopportuna presenza di Claudio Baglioni. Erano amici fidati, a loro non importava se non sapevi giocare a calcio. Il mare scuoteva la testa. Alle superiori si illuse che il mondo era facile e cambiò religione diventando comunista. Bussarono alla porta di casa gli Inti-illimani e li fece entrare. (Battisti lo nascose nell'armadio). Claudio Lolli chiese "permesso" e lo fece accomodare. Pink Floyd e Genesis erano degli abitué ormai da tempo. La casa era piena di gente. Sua madre offriva da bere a tutti (ma non riuscì mai a capire cosa ci faceva quel ragazzo riccioluto rintanato fra i vestiti). Il mare aspettava. Venne l'ora provvisoria del buon senso e del "mettisufamiglia". La chitarra si era nel frattempo trasformata in un pianoforte. La casa era grande adesso e, oltre ai figli, poteva contenere anche vecchi giganti come Chet Baker e Miles Davis, lo zio Keith Jarrett e il nipotino Pat Metheny. La moglie offriva da bere a tutti, compreso Lucio Battisti che si era da tempo tolto la polvere dell'armadio di dosso. Qualcuno aveva infranto i sogni e il muro di Berlino, scoprendo che era fatto di carta come loro. Il mare si fece invadente e, stanco di aspettare, entrava anche in casa nei momenti più inopportuni. Era una folla. Quando Ernesto decise di far entrare anche Giacomo Puccini, Giuseppe Verdi e Gabriel Fauré la situazione cominciò a farsi insostenibile. Soprattutto quando il nostro protagonista scoprì che tutti, ma proprio tutti, compreso Francesco Guccini, sapevano giocare a pallone. Era un caos indefinibile vederli giocare fra le stanze, scoprire che De Gregori poteva benissimo entrare in sintonia con Giacomo Puccini e servirgli un assist da campionato del mondo preciso sulla testa. E tutto sotto lo sferzante vento di libeccio che infuriava in tutta la casa. Il mare si godeva le partite con un braccio sulla spalla di Ernesto, in totale stato confusionale. Quando in casa entrò Wolfang Amadeus Mozart la casa scoppiò. Ernesto lo trovarono sorridente fra le macerie. Lo videro togliersi i calcinacci dalle spalle, prendere un pallone e cominciare a palleggiare (un po' impacciato a dire il vero). Qualcuno giura di aver visto Lucio Battisti, con indosso una giacca di Ernesto, allontanarsi allegramente a braccetto con Giuseppe Verdi. Il mare, un po' invecchiato, respirava adagio sulla battigia.

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