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I giganti del pensiero. ‘Notifica’, di Nicola Fratoianni

I giganti del pensiero. ‘Notifica’, di Nicola Fratoianni

Per me e per tanti altri uno dei più grandi piaceri contemporanei è scorgere un puntino rosso immerso nel blu che domina lo schermo del telefono o del pc. Altro non è che una notifica, cioè qualcosa di nuovo, una reazione, una vibrazione, una risposta, un’infrazione. Ha qualcosa di magico e ci rende felici. E se siamo bravi a far selezione – annullando le notifiche di cose che non ci interessano: inaugurazioni, promozioni, promemoria ecc. – quel foruncolino sarà senz’altro fonte di soddisfazione e relazione. Basti questo per dire – senza esprimere giudizi di merito: semplicemente registrando – che viviamo oggi, almeno a Occidente, nella società della notifica, cioè del bisogno spasmodico di aggiornamento, al punto da forzare quella normale assenza – nel breve termine – di ‘cose nuove’ nella quotidianità, forzare nel senso di arrivare a stimolarle e crearle.

In questo senso è utile – e metaforicamente espandibile a diversi aspetti della vita culturale attuale – il ragionamento sviluppato ieri pomeriggio con Michele mangiando il gelato (lui alla frutta) dopo una breve escursione. Contemplando un vecchio bar della nostra zona, gli ho raccontato di come nella mia infanzia fosse meta fissa mia e di mio nonno il sabato pomeriggio (dopo la messa, la provvidenziale messa del sabato che mi consentiva di riposare la domenica e guardare da letto ‘Mattino in famiglia’). Ci andavamo a giocare la schedina del Totocalcio, ormai pura archeologia. Mio nonno di calcio non sapeva nulla e giocava la precompilata, un assurdo per definizione, perché è chiaro che anche al più impreparato dei totocalcisti fosse sufficiente uno studio di dieci minuti per sistemare a dovere almeno le quattro-cinque ‘x’ più ovvie. Eppure – per la cronaca – una volta, con la precompilata, facemmo dodici, vincendo 900mila lire. Ecco, il calcio della schedina – detto senza nostalgia (anzi sì, ma non conta, non qui) –, il calcio analogico, era football pre-notifica. Partite quasi tutte concentrate la domenica alle tre, inizio della stagione a settembre, niente turni infrasettimanali. Esisteva l’attesa, esisteva il vuoto tra una pallonata e l’altra. L’orologio del calcio attuale è invece scandito dall’etica della notifica, con fine e inizio della Serie A vicinissimi e affollati dall’incendio del calciomercato, turni infrasettimanali abbastanza frequenti, giornate spalmate anche su quattro giorni, in modo da garantire una settimana mai priva di pallonate di cartellone (basti pensare a quelle giornate che partono il venerdì sera e si chiudono il lunedì sera, e il martedì comincia già il turno successivo, che si chiude il giovedì sera).

Il perché di tutto ciò? “Esigenze commerciali, televisioni ecc.”, ci siamo detti. Senza crederci minimamente. Perché, come ci siamo confessati un attimo dopo, tirare in ballo ragioni economiche – e darci dentro con il solito insensato j’accuse contro il capitalismo, come fossimo dei Piero Pelù qualsiasi – altro non è che un modo comodo per coprire e nascondere quelli che, probabilmente, sono i moventi reali del fenomeno. Profondi, inevitabili. Magari spaventosi, di qui la necessità di razionalizzare aggrappandosi ai diritti televisivi e alle esigenze del mercato giapponese. Un po’ come quando ci si inventa di essersi innamorati di un’altra perché è troppo difficile accettare la fine di un grande amore, o come quando – me lo spiegò uno psicoterapeuta di Riccione – tutti ci affrettammo a cercare tare insuperabili nella vita di quel copilota che fece schiantare un volo di linea, questo perché è dura digerire il fatto che, semplicemente, esistano persone così folli da compiere tali follie. “Se tutti i depressi schiantassero aerei sulle Alpi non esisterebbe più la Svizzera”, mi disse il professionista. E io in Svizzera ho anche dei parenti. Ebbene, quali sono allora le ragioni del campionato spezzatino, del campionato senza pause, del campionato privo di attese? O, uscendo dal rettangolo di gioco – che ha fornito una formidabile base d’appoggio – quali sono le ragioni che rendono le esistenze occidentali delle ‘vite da notifica’? La risposta temo sia legata al grande tema della ricerca dell’immortalità.

Ormai andate in soffitta anche la più gracile fede nel trascendente, noi contemporanei camminiamo con la morte in faccia. Così in faccia che abbiamo perso anche il lusso, forse, di sentirci immortali in quanto non conosciamo il giorno della nostra fine, come si dice in Solaris più o meno nella sequenza della levitazione. La morte è la fine del tempo. Anzi, del nostro tempo. Assodata l’impossibilità di prolungarlo oltre i confini della vita terrena, non resta che una soluzione: moltiplicarlo, provare a espanderlo. Come? Rendendo il tempo mai così pieno di vita, cioè di eventi – sostanziosi o meno -, cioè di notifiche. E la notifica è qualcosa che va oltre la notizia e la novità, è una sorta di notizia-novità indotta, minuziosamente ricavata e stimolata. Ed ecco che, così facendo – così vivendo – si avrà almeno l’illusione di una vita tre-quattro volte più intensa, fitta e viva di quella dei nostri antenati, anche i più recenti. A questo proposito mi viene in mente una delle immagini più tragiche della mia infanzia. Bambino corpulento e vorace, mi trovavo al sontuoso buffet di un villaggio turistico. Arrivato al banco dei dolci, il cameriere mi diede una fetta di torta. Ne chiesi due e lui, con la freddezza di un sicario, tagliò a metà quella che avevo nel piatto. La torta – il nostro tempo in terra – era sempre quella. Ma c’era una notifica in più. Ora, la metafora non tiene del tutto, perché un dessert è solo un dessert, mentre la mente umana è davvero così forte nell’astrazione che, entro certi limiti, può certo concedersi la sensazione di aumentare il tempo ed espandere la vita. E non è puro gusto della notifica anche l’invenzione della laurea triennale? O ancora – qua con uno spostamento audace dal frazionamento temporale a quello culturale – la ‘liceizzazione’, almeno nominale, di moltissime scuole superiori che prima non si chiamavano licei? E – caso decisamente lampante – val la pena di osservare come la serialità televisiva, riaffermatasi una decina di anni fa nel panorama dell’entertainment, oggi faccia i conti con una fruizione che – nel segno della più limpida cultura della notifica -, ne demolisce uno degli specifici, cioè l’attesa di una nuova puntata, in virtù di un consumo concentrato in pochi giorni, che ‘piega’ il tempo del prodotto. A ciò si lega infine il tema della probabile ‘desacralizzazione’ di certi eventi legata alla loro moltiplicazione, all’incremento vertiginoso della loro frequenza. Del resto se la Vergine Maria apparisse ogni tre giorni, l’evento sacro, dopo un po’, non sarebbe altro che una banale rubrica. Questo naturalmente per chi crede nelle apparizioni mariane, io ad esempio sì.

Nicola Fratoianni, deputato Leu

Autore del Post

Niccolò Re

Niccolò Re nasce a Sarzana (Sp), dove attualmente vive, il 21 maggio 1986. Maturità scientifica, Laurea in Cinema, nel 2012, un po' per caso, intraprende il mestiere di giornalista, che svolge tutt'ora presso la testata online Città della Spezia. Tra i suoi hobby il calcio, la musica, la storia, l'antropologia. Ama gli animali e ha un bellissimo e simpatico cane di nome Camillo. Dal 2016 convive con l'economista Irene Tinagli.

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